Shabak, la minoranza tra le minoranze, in fuga

Nella fotografia: Veduta dall’alto della scuola di Bardarash dove i rifugati shabak vengono assistiti ed aiutati dalla comunità

 Poche righe, per spiegarvi una cosa bella. Mauro Prandelli è un fotoreporter freelance. In questo momento si trova in Iraq, meglio nel Kurdistan iraqueno. Ci ha contattati offrendoci gratuitamente parte del suo lavoro, per farlo girare e far conoscere quel che accade in presa diretta. Così iniziamo a pubblicarlo, ringraziandolo per quello che fa e per come lo fa. Leggetelo: ne vale la pena.

Raffaele Crocco

Testi e fotografia Mauro Prandelli


Tra le minoranze messe in fuga dall’avanzata dell’IS, oltre yazidi e cristiani che hanno affollato i media in questi giorni, c’è anche quella degli Shabak.

Riconosciuta come minoranza etnica nel 1952, gli Shabak, hanno sofferto in quanto perseguitati il regime di Saddam Hussein ed ora sono messi in fuga dallo Stato Islamico. Da una stima approssimativa sono circa 400.000 di cui il 70% sciiti. La loro connotazione religiosa li rende obiettivo delle armate del califfato. In maggioranza provenienti dai villaggi di Bartella, Basiqua e Qaraqosh trovano rifugio in una scuola messa a disposizione del comune di Bardarash.

L’edificio scolastico ospita all’incirca 460 persone. Ogni piano ha un responsabile che registra i nomi delle famiglie e dei membri che vengono ospitati nelle classi trasformate in appartamenti. La struttura, è capiente e vengono allestite cucine di fortuna nei corridoi e nelle classi. Le razioni di cibo vengono consegnate alle famiglie tramite l’esibizione di una tessera che reca il logo del Governatorato del Kurdistan e viene rilasciata dalla municipalità di Bardarash. «Siamo scappati il giorno prima che l’IS arrivasse al nostro villaggio. Quando sono arrivati hanno trovato il villaggio vuoto. Tutti i 56 villaggi attorno a Mossul ora sono vuoti. Per fortuna nessun Shabak è stato ucciso dai Daesh [N.d.A. riferimento in arabo agli appartenenti dell’ISIS] per lo meno non nei villaggi di Basiqua o Barella. Gli shabak sono sciiti e sunniti e quando arrivano Daesh lasciano liberi i sunniti mentre chi è shiita viene ammazzato» Riferisce Hassan di 42 anni e aggiunge « Se Dio vuole in meno di un mese Basiqua sarà liberata e  torneremo al nostro paese».

A 10 minuti da Bardarash in direzione Akre, teatro di scontri tra Peshmerga ed IS, la situazione è diversa. Circa 70 famiglie Sabahk sono alloggiati nello scheletro di una moschea in costruzione. Sulla ghiaia vengono stesi materassi e tappeti. Alcune donne cucinano su dei fornelli da campo mentre i bambini giocano fra i sassi e la polvere. Un ragazzo giace tremante a terra a causa della febbre e le sorelle se ne prendono cura. Qui le Nazioni Unite hanno portato alcune razioni di cibo anche se non sufficienti per tutti. La moschea in costruzione ospita circa 70 famiglie, altre vivono in alcuni negozi o in case in costruzione. Un uomo sulla cinquantina racconta che «I nostri villaggi sono stati attaccati come quelli degli yazidi, ci occorre del cibo, dell’acqua e dei vestiti. Chiediamo l’aiuto anche del governo iracheno perchè l’aiuto del governo di Barzani non è sufficente. Io sono un cittadino iracheno e voglio che il mio governo faccia qualcosa. I Daesh ci hanno preso tutto. Io sono sciita e sono una persona come loro, che diritto hanno i Daesh di ammazzarci?»

A pochi metri dalla moschea, all’interno del cantiere, una casa con vetri ed aria condizionata ospita lo sceicco di Bartella.

Bashar, suo nipote, riferisce «Siamo scappati prima che arrivasse l’IS e i peshmerga ci hanno aiutato ad arrivare qui, a Rovia. Alcuni hanno chiamato degli amici sunniti a Bartella, ci hanno riferito che i Daesh hanno preso le nostre case. Noi siamo persone pacifiche, non abbiamo fatto male a nessuno. Aspettiamo che l’esercito curdo liberi il nostro villaggio per tornare indietro. Se Dio vuole»

Più avanti, sotto ad un rimorchio, protetto da un lenzuolo abita una famiglia che vede sfrecciare sulla strada i mezzi dei Peshmerga diretti al fronte di Kirkuk.

Una minoranza, quella degli shabak, senza voce scappata dalla propria terra per mettersi in salvo dall’ennesima persecuzione.

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