Siccità e inflazione: l’Argentina in ginocchio

In crisi le esportazioni di carne e cereali. Inflazione al 100%, e 40 argentini su 100 in povertà. Il ruolo dei Brics  

di Maurizio Sacchi

Con l’inflazione ai massimi storici (oltre il 100% a marzo su base annua), il tasso di povertà oltre il 40%, il debito monstre di 44 miliardi di dollari con il Fondo monetario internazionale, l’Argentina soffre ora per la siccità. Dal 2020 non piove più: da quando è apparso il fenomeno meteorologico La Niña, che ha portato ad un raffreddamento dell’Oceano Pacifico, il livello di precipitazioni è stato il più basso da quando viene rilevato, cioè da oltre 30 anni. In particolare le secche hanno colpito la zona della Capitale e l’estremo Sud, in Patagonia, mettendo a rischio in tutto 138 milioni di ettari di coltivazioni.e materie prime agroalimentari rappresentano oltre la metà delle esportazioni del Paese

Le coltivazioni di soia, che sono le più colpite dalla scarsità di piogge, hanno ridotto la capacità del 50 percento  negli ultimi tre anni, bruciando solo nell’ultimo ciclo produttivo 14 miliardi di dollari di export. Insieme al mais, la soia rappresenta il 40 percento  dei dollari che entrano in Argentina, Nel 2022-2023 la produzione di soia è precipitata a 18 milioni di tonnellate, dai 54 milioni di tonnellate del 2015 . Dimezzato anche il raccolto di grano, da 22 a 11 milioni di tonnellate, e la produzione di mais è tornata ai livelli del 2012.  Anche l’allevamento é in ginocchio, sono  a rischio 21 milioni di capi di bestiame, un dato allarmante se si considera che un dollaro su ogni 20 che entrano in Argentina, è dovuto alla vendita di carne bovina. E il governo, oppresso dal debito,  non ha rinunciato ad applicare i dazi sulle esportazioni, in particolare proprio su quella della soia per la quale la ritenuta è del 33 percento  (12% per grano e mais).

Sono quindi crollate le riserve di dollari. Il Ministero dell’Economia ha annunciato  a metà maggio un pacchetto di misure che includono nuovi aumenti dei tassi di interesse, un maggiore intervento della Banca centrale nei mercati valutari e accordi accelerati con i creditori dopo che l’inflazione ha superato tutte le previsioni. La banca d’investimento J.P. Morgan ha dichiarato che un “assalto all’inflazione” ha costretto il Governo a prendere “misure di emergenza”. “La Casa Rosada (palazzo presidenziale) si sta concentrando per ora sulla ricerca di risorse per contenere l’emorragia di riserve e alleviare l’impatto dell’aumento dei prezzi”, ha affermato. I mercati stanno osservando attentamente gli sviluppi politici mentre l’Argentina si dirige verso le elezioni generali di ottobre, e soprattutto ad affrontare i negoziati con il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) per modificare l’accordo di prestito da 44 miliardi di dollari del Paese, mentre le scorte di dollari sono pressoché esaurite e l’inflazione galoppa.

Potrebbero essere i Brics -Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica a venire in soccorso? Difficile. I Paesi  Brics hanno istituito la Ndb – Nuova Banca di Sviluppo – durante il suo sesto summit annuale a Fortaleza, in Brasile, nel 2014. come un contrappeso ai Paesi del G7, che da tempo dominano l’economia globale e le sue istituzioni finanziarie. “La logica fondante della Nuova Banca di Sviluppo è quella di avere un meccanismo di finanziamento alternativo che ponga l’accento sulle esigenze dei Paesi in via di sviluppo piuttosto che su quelle delle nazioni ricche”, obbietta però  Andres Arauz, ricercatore del Center for Economic and Policy Research di Washington, ed ex ministro ecuadoriano.”Sebbene i suoi obiettivi siano ambiziosi, la Ndb dispone solo di circa 12 miliardi di dollari che può distribuire ai Paesi membri. Ma i  Paesi Brics, al di là delle dotazioni alla Ndb,  avrebbero  trilioni di dollari in riserve e molta liquidità disponibile per aiutare l’Argentina a rifinanziare i suoi debiti. Il punto è: sarebbero disposti a rischiare scommettendo su un’economia e una società che passa da una crisi a un’altra, e che difficilmente sarebbe in grado di onorare il debito?

Nel 2018, il Fondo ha infatti erogato una cifra record di 57 miliardi di dollari all’amministrazione di destra dell’allora Presidente Mauricio Macri, con l’obiettivo di ricostruire le infrastrutture fatiscenti dell’Argentina, ma quel denaro è stato largamente utilizzato per finanziare la fuga di capitali – una violazione del regolamento del FMI. L’economia si bloccò, l’inflazione salì a oltre il 50% nel 2019 e gli elettori posero fine alla presidenza di Macri dopo un solo mandato. Il suo successore, Alberto Fernandez, ha cancellato l’ultima tranche del prestito, ma la sua amministrazione non è riuscita a fermare l’emorragia. Ora che Fernandez, e anche Crstina Kirchner, sua vicepresidente, hanno annunciato che non concorrerranno alle elezioni presidenziali di ottobre, col peronismo in disfatta già dalle ultime elezioni amministrative, si pone la domanda di chi prenderà la guida dell’Argentina.

Un possibile candidato alla Casa rosada é Javier Milei.candidato della coalizione “La Libertad Avanza” (“La libertà va avanti”), che  raccolse alle elezioni del settembre 2021 il 13,66% dei consensi, arrivando terzo nella capitale e diventando deputato. Facendo una campagna con lo slogan “Non sono venuto qui per guidare agnelli ma per risvegliare i leoni”, ha denunciato la “casta politica”, che secondo lui era composta da “politici inutili e parassiti che non hanno mai lavorato”. E’ favorevole all’eliminazione della Banca Centrale della Repubblica Argentina e alla sua sostituzione con un sistema bancario Simons, accompagnato da una libera concorrenza di valute e, secondo Milei, “alla luce della storia dell’Argentina, la moneta scelta dagli argentini sarebbe il dollaro”. Se in economia Milei si dichiara superliberale, non così sui diritti civili: si dichiara, ad esempio,  contrario all’aborto e alla sua depenalizzazione.

In copertina, una foto di Külli Kittus di un’area montana dell’Argentina (Unsplash)

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