Un ricordo di Enzo Baldoni

Ricorreva ieri l'anniversario della scomparsa  del giornalista nel 2004 in Irak

Questo ricordo di Enzo Baldoni di cui ricorreva ieri l’anniversario della scomparsa nel 2004 è andato in onda su Radio 3. Senti qui il podcast.

Bene, ci siamo. Ora vediamo cosa sai fare, vecchio mio. Dietro quest’angolo c’è un carro armato americano. Forse l’equipaggio è nervoso. Forse hanno l’ordine di sparare o forse no, ma noi non lo sappiamo. Non posso togliermi dalla testa quel che è successo all’amico e collega di penna Raffaele Ciriello, ucciso in mezzo alla strada dalla raffica di un mitragliere nervoso quando era di fronte armato solo di una macchina fotografica – a un Merkava israeliano. Palle fredde. Vediamo che succede.

Siamo a Bagdad nel 2004 e chi scrive è Enzo Baldoni un giornalista che firma un pezzo dal titolo Il primo Bradley non si scorda mai. Il Bradley è un blindato americano per il trasporto delle truppe. E’ armato con missili che possono spazzar via un veicolo nemico a 4 chilometri. Ha un cannoncino che può vomitare fino a 300 colpi al minuto. Baldoni è li davanti nell’Iraq in fiamme. In una posto dannato dove lascerà la vita arricchendo un elenco molto lungo: Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, Antonio Russo, Maria Grazia Cutuli, Italo Toni e Graziella de Palo, il fotografo Raffaele Ciriello. Tutti giornalisti caduti sul campo come Baldoni. Ma Enzo non è esattamente un reporter come tutti gli altri. E’ un uomo che segue la storia dei conflitti a cavallo tra giornalismo, attivismo umanitario e forse anche un forte senso dell’avventura. E’ un personaggio molto particolare cui non manca fiuto giornalistico e coraggio. L’adrenalina del pericolo non lo spaventa. Semmai lo eccita, come accade spesso quando sei in prima linea o vicino alla prima linea. Quando davanti a te c’è un Bradley o un Merkava israeliano che è un altro maledetto tipo di carrarmato. Quello che ha ucciso Raffaele Ciriello a Ramallah il 13 marzo del 2002. Due anni prima. Un amico di Enzo

Nell’agosto del 2004 in Iraq il giornalista freelance Enzo Baldoni viene rapito lungo la strada tra Najaf e Bagdad dall’Esercito islamico dell’Iraq, un’organizzazione islamista sunnita che è apparsa nelle cronache ad aprile con la rivendicazione dell’uccisione di quattro contractor americani a Falluja. Poi si sono dedicati ai sequestri. Cominciano con un autista filippino che lavora sotto la bandiera delle truppe di Manila che viene rilasciato quando il contingente asiatico decide di lasciare l’Iraq. Si dedicano anche ai giornalisti come nel caso dei francesi Georges Malbrunot e Christian Chesnot che vengono rilasciati dopo alcuni mesi. Ma per l’italiano Enzo Baldoni le cose vanno diversamente. Dopo un ultimatum all’Italia per il ritiro dei suoi soldati entro 48 ore, Enzo viene ucciso. La data esatta e il luogo della sua morte non verranno mai accertati. Nel luglio 2005 la Croce Rossa entrerà in possesso di un frammento di osso che i risultati delle analisi del DNA riveleranno essere di Enzo. I suoi resti saranno riportati in Italia solo nel 2010, sei anni dopo. I funerali saranno celebrati a Preci il 27 novembre 2010.

Ma chi è davvero Enzo Baldoni? Tra i tanti ritratti che vengono fatti di lui, forse quello più fedele alle sfaccettature di un personaggio che sfugge agli schemi, lo traccia Daniele Biacchessi, un giornalista conosciuto soprattutto per la sua voce – da Italia Radio a Radio24 – ma anche per i tantissimi libri che ha scritto. Nel suo “Passione reporter”, uscito per ChiareLettere, dedica a Enzo un capitolo in cui lo racconta così: Baldoni è un copywriter di successo, ideatore di importanti campagne pubblicitarie per grandi aziende, non è un inviato, un dipendente di un giornale, di una radio o di una televisione. Baldoni semplicemente viaggia e scrive ciò che vede. Proprio come un bravo giornalista. Soprattutto, è un uomo di pace e di solidarietà. In Iraq viene infatti sequestrato, poi assassinato da un gruppo di terroristi, mentre sta compiendo una missione umanitaria per la Croce rossa italiana. Baldoni Nasce a Città di Castello, in provincia di Perugia, l’8 ottobre 1948. È sposato con Giusy Bonsignore ed è padre di due figli, Guido e Gabriella. All’attività di pubblicitario ci arriva dopo essere stato muratore in Belgio, scaricatore alle Halles, fotografo di cronaca nera a Sesto San Giovanni, professore di ginnastica, interprete e tecnico di laboratorio chimico, perfino autore in incognito per la rivista porno degli anni Settanta, «Caballero».

Un giorno – ancora dal libro di Biacchessi – il pubblicitario Emanuele Pirella lo chiama e gli fa capire che «essere copywriter è sempre meglio che lavorare». Così insieme alla moglie fonda l’agenzia Le Balene colpiscono ancora. Nel tempo, realizzano campagne pubblicitarie nazionali e internazionali: Enichem, Bic, Gillette, McDonald’s. Baldoni insegna anche all’Accademia di Comunicazione di Milano e conserva un posto importante nell’Art Director’s Club. Oltre al lavoro – conclude Biacchessi – Enzo coltiva le sue passioni: i fumetti per esempio; cura infatti le edizioni italiane delle strisce di Garry Trudeau (di cui è traduttore da vent’anni), Frank Miller e Gérard Lauzier, e soprattutto ama viaggiare e raccontare. È un grande narratore Enzo Baldoni, una penna fluida e dinamica.

Eccoci allora al Baldoni giornalista. Sceglie luoghi scomodi e pericolosi e cerca di intervistare grandi e piccoli protagonisti di quegli anni: dal subcomandante Marcos ai generali rivoluzionari delle Farc colombiane che mettono insieme marxismo e narcotraffico. Va a Cuba, in Colombia, in Indonesia… Arriva anche nel Myanmar che ancora si chiama Birmania per capire le ragioni dei cosiddetti eserciti etnici, le milizie delle autonomie regionali che oggi, dopo il golpe del 1 febbraio 2021 contro Aung San Suu Kyi, sono tornate sotto i riflettori. Baldoni le racconta così: Qui, sul confine, tra Birmania e Thailandia, si gioca una partita che ha sempre interessato pochi, in Occidente. Da una parte uno dei tanti piccoli popoli che le suddivisioni coloniali hanno lasciato senza una patria. Dall’altra una giunta militare, quella birmana, chiusa, oppressiva, corrotta. Decisa a spazzar via l’identità dei Karen, così si chiamano le vittime. Con le uccisioni, i rastrella- menti, le torture, gli stupri. La pulizia etnica. Tra le montagne, nella giungla, è difficile che qualcuno si intrometta. È facile coprire tutto con il silenzio delle vittime. Ed è per rompere questo silenzio che la frangia più disperata della guerriglia ha passato il confine e ha colpito in Thailandia. Azioni eclatanti, suicide. Prima l’assalto all’ambasciata della Birmania a Bangkok. Poi quello all’ospedale di Ratchabury, finito con l’uccisione, a sangue freddo, dei guerriglieri-bambini. Bambini sono anche i loro comandanti, Luther e Johnny. La foto dei gemelli dodicenni, con il sigaro birmano tra le labbra, ha fatto il giro del mondo. Già appunto i Karen, uno dei tanti piccoli popoli che le suddivisioni coloniali hanno lasciato senza una patria, come spiega giustamente Enzo che in una riga restituisce la complessità storica del Myanmar…e dopo decenni le cose non sono affatto cambiate.

Scrive per «Linus», «Specchio» della «Stampa», il «Venerdì» di«Repubblica» ma soprattutto per il Diario della settimana diretto da Enrico Deaglio, forse uno degli esempi migliori del nostro giornalismo degli ultimi anni. Il Diario dura poco: prima esce come inserto dell’Unità poi nel 1997, un anno dopo, diventa indipendente. La direzione di Deaglio dura sino all’ultimo numero del settimanale che esce nel settembre del 2007 per trasformarsi in quindicinale e poi ancora in mensile sino alla chiusura del 2009. Quando Enzo Baldoni va in Iraq, Diario attraversa il suo momento di apogeo ed è anche per questo che la morte di Enzo diventa un tema costante sul giornale che aveva come editore Luca Formenton. Affidano anche a me il compito di lavorare sulla storia di Enzo. Cos’è successo, come è successo? C’è un giallo degli ultimi giorni e delle ultime ore che sta dentro un giallo sul ruolo della Croce Rossa italiana, in quel momento diretta da Maurizio Scelli. Un giallo che sta dentro la sciagurata decisione dell’Italia di partecipare alla missione irachena. Una missione che si macchia del sangue di Nassirya e in seguito anche di quello di Enzo.

Facciamo un passo indietro

Nel 2004 in Iraq siamo in piena operazione Iraqi Freedom (Oif), il piano militare guidato da Washington che ha ormai messo in carcere Saddam Hussein ma sta combattendo la resistenza all’invasione. L’Italia non ha partecipato direttamente all’invasione dell’Iraq ma dal luglio 2003 siamo impegnata con la missione Antica Babilonia e un contingente di 3200 soldati dislocato nel Sud. Nel 2003 a Nassiriya, come dicevamo, l’esercito italiano paga un tributo di sangue mentre la missione umanitaria della Croce rossa italiana, guidata da Scelli ha già sollevato polemiche sulla sua scarsa neutralità: troppo schiacciata sulle posizioni del governo e degli occupanti. Si va verso l’epoca delle bandiere della pace appese alle finestre delle città italiane: quella che porterà poi in piazza un milione di persone e che farà decidere al governo Prodi nel 2006 il ritiro delle truppe. Nella primavera estate del 2004 però siano in piena guerra e uno dei protagonisti si chiama Muqtada al Sadr, leader sciita a capo di una milizia che ha il suo centro a Najaf: l’Esercito del Mahdi.

Agli inizi di agosto Enzo arriva a Bagdad. Ha aperto un blog che si chiama Bloghdad e ha un taccuino pronto a ricevere appunti: sia per i suoi servizi per Diario, sia per un libro che gli ha commissionato la casa editrice Il Saggiatore. A Bagdad alloggia al Palestine, l’Hotel dei giornalisti per antonomasia ed è li che incontra Gareeb, un iracheno che diventa il suo angelo custode e anche la persona che lo porta nel vero inferno iracheno: da Bagdad a Falluja. E poi da Falluja a Najaf la roccaforte dell’uomo che comanda l’esercito del Mahdi. E qui le cose iniziano a confondersi tra la necessità del giornalista e il desiderio di dare una mano a chi sta pagando cara la guerra. Una faglia sottile tra osservazione asettica ed empatia comincia a mischiarsi. La linea sottile tra la freddezza quasi cinica del reporter si mescola all’imperativo umanitario di aiutare le vittime. Di quell’inferno Enzo Baldoni scrive: Al cellulare di Ghareeb si moltiplicano le invocazioni di soccorso e i bollettini degli scontri. C’è grande rabbia e tristezza. Non sappiamo cosa fare. Vorremmo portare aiuti, medicinali, acqua. Non so se questa bella impresa porterà molta fortuna agli americani. Si sono guadagnati per sempre l’odio degli iracheni, sunniti e sciiti.

Il 13 agosto – racconta ancora Biacchessi in “Passione Reporter” – una missione può già partire per Najaf; i camion sono carichi di aiuti, i volontari scalpitano, vogliono agire, non intendono perdere altro tempo, ma la direzione della Croce rossa di Roma blocca l’operazione. Perché? Maurizio Scelli, che è il responsabile, ferma la missione, il motivo è che il generale Abu Karrar, un ex militare al servizio di Saddam Hussein e suo punto di riferimento iracheno, si sente sostanzialmente esautorato da Ghareeb, soprattutto dai suoi contatti politici e militari con la guerriglia di Najaf. Baldoni e Ghareeb però riescono comunque a partire il 14 con un altro convoglio sotto le insegne della Mezzaluna rossa. E il 19 agosto un secondo convoglio parte per Najaf ma questa volta con le insegne della Croce rossa italiana. Ci sono medici e tecnici italiani e iracheni e ci sono sia Ghareeb sia Baldoni. Ma anche due giornalisti della Rai, Scaccia e Sanna.

Venerdì 20 agosto 2004 alle sei e mezza del mattino , il gruppo riparte da Najaf per tornare a Baghdad. Ma a Latifiyah il convoglio viene attaccato. Giuseppe De Santis della Croce rossa lo racconterà cosi: Dopo aver sentito un botto e aver visto del fumo che si alzava ai  lati della strada, ci accorgevamo che la macchina di Ghareeb e Baldoni, visibile davanti a noi fino a qualche istante prima, dopo aver cominciato a ruotare su se stessa in senso longitudinale, passava sulla corsia opposta fino a fermarsi in un’area sterrata che funge da spartitraffico, mentre i nostri mezzi non subivano danni in quanto distanziati. Ordinavo alla colonna di proseguire assolutamente la marcia senza fermarsi.

Ma non è chiaro cosa succeda esattamente quando il convoglio della Croce rossa viene attaccato. Ghareeb viene presumibilmente ucciso subito. Baldoni invece viene rapito ma fin dall’inizio sull’accaduto si stende una cortina fumogena. Maurizio Scelli, il capo della Croce rossa, si permette persino una battuta il 23 agosto, tre giorni dopo: Baldoni? Auguriamoci che sia in giro a fare quegli scoop che tanto ama. Qualcuno dice di lui che è andato in cerca di guai. Ma il 24 agosto Al Jazeera manda in onda un video coi sequestratori e con Enzo che dice poche parole in inglese. E’ la rivendicazione dell’Esercito islamico che dà al governo Berlusconi 48 ore di tempo per decidere di abbandonare l’Iraq. Scelli avvia la trattativa, una trattativa che fallisce e il 26 agosto poco prima di mezzanotte ancora Al Jazeera annuncia la morte di Baldoni. Poi inizierà il calvario dei suoi resti. Tutto confuso, tutto pasticciato. O meglio tutto abbastanza chiaro sin dall’inizio ma per giorni la notizia viene avvelenata da veline fuorvianti e mezze verità. Enrico Deaglio riassume la storia così: Il governo italiano – dirà allora – seppe subito dell’agguato al convoglio della Croce rossa in Iraq. Seppe subito del rapimento ed era al corrente del fatto che la macchina di Baldoni guidava la colonna. Per giorni però lasciò circolare la convinzione che il giornalista si era mosso da solo e che da solo, con il suo autista, si era recato a Najaf e da lì al suo appuntamento con la morte.

Diario dedica alla vicenda un’inchiesta a 360 gradi che rivela tutti i particolari e il fatto dunque che il governo italiano ha taciuto e perso tempo prezioso. Non è stato così per i due giornalisti francesi sequestrati ma per Enzo si. La vicenda di Enzo si mescola tra l’altro con un altro sequestro eccellente che però finisce bene: quello delle due cooperanti Simona Pari e Simona Torretta. Lentamente vengono fuori tutte le verità scomode: il ruolo opaco della Croce Rossa italiana e i dissidi con la Farnesina. Si dirà poi che la missione in cui è stato rapito Baldoni era autorizzata dalla Croce rossa italiana e doveva servire a recuperare una lettera di al Sadr per il papa, lettera in cui si chiedeva “espressamente al commissario Cri di intercedere presso il Santo Padre per la risoluzione della guerra in atto nella città santa”. Nel caso Pari Torretta salta fuori invece come il ministero degli Esteri sia stato completamente tagliato fuori nel momento decisivo del rilascio delle due Simone. E così tutto il merito di un lavoro oscuro di contatti, relazioni, verifiche, informatori, svolto nei giorni precedenti con l’aiuto del Sismi, ha finito per essere accreditato a Gianni Letta – Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio – e a Maurizio Scelli… Ad accogliere a Ciampino le due Simone, il capo della diplomazia italiana Franco Frattini è il grande assente.

Ecco allora che la vicenda di Enzo si innesta su una missione sbagliata dove la Croce rossa italiana abdica al suo ruolo in una guerra che nessuno vuole tranne la protervia di un Governo che si vuole sedere al tavolo dei grandi. Lo si capisce bene quando un milione di italiani con le bandiere della pace costringono Roma a fare il passo giusto che è quello di ritirarsi due anni dopo dal conflitto voluto dagli americani dove abbiamo tentato di ritagliarci un posto a ogni costo. Un costo che viene pagato anche da un giornalista che si ritrova coinvolto in un meccanismo più grande di lui, in una missione nel cuore dell’Iraq dai contorni opachi, circondata da silenzi, opportunismi, protagonismi di ogni tipo. Ma a noi piace ricordarlo cosi, con l’omaggio che, in un’intervista del 2004, mi regala dopo la sua morte David Dias Quintas Corona, rappresentante del Fronte di liberazione di Timor Est dove Baldoni aveva seguito il processo che porterà all’indipendenza dall’Indonesia: Enzo entrò in sintonia con tutti utilizzando la sua allegria e la capacità di sdrammatizzare la situazione. Enzo cade dalle nuvole quando il Presidente Xanana Gusmao gli domanda di Ronaldo e dell’Inter. Ronaldo chi? si chiede Enzo cercando una risposta anche se goffa mentre stava per iniziare l’intervista che avrebbe messo in risalto più l’uomo che l’indomito leader guerrigliero…. Mi accorsi che amava la vita e che amava raccontare quella di altri e soprattutto di quelli che tutti giorni, si chiedono se vale la pena rincorrere il domani. Accendero’ una candela per ricordare i miei morti ed un amico che ho perso per la stessa inutile e ingiustificata violenza che scaturisce dall’odio che porta ogni guerra.

Ma allora chi era alla fine Enzo Baldoni? Un copyright, un pubblicitario prestato al giornalismo? Uno cui piaceva l’odore del sangue ma disposto anche a guidare un’ambulanza per salvare una vita umana? Cinico e spietato o cuore compassionevole che trabocca empatia? La risposta ce la dà lui. Ancora dall’Iraq: Qualcuno pensa che io sia un mezzo Rambo che ama provare emozioni forti, vedere la gente morire e respirare l’odore della guerra come Benjamin Willard, l’odore del napalm la mattina in Apocalypse Now, invece sono lontano mille miglia da questa mentalità, molto semplicemente sono curioso. Voglio capire cosa spinge persone normali a imbracciare un mitra per difendersi…

Wikiradio a cura di Loredana Rotundo: regia di Natasha Cerfqueti con testi letti da Claudio De Pasqualis

Voce narrante: Emanuele Giordana

 

 

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