G20/India: la Cina boicotta il summit in Kashmir

Pechino non si è presentata all'apertura dell'incontro sul turismo a Srinagar promosso da Delhi in vista del vertice dei Capi di Stato e di Governo il prossimo aprile nella capitale. Dall'inviato in Asia

di Emanuele Giordana

New Delhi – Scegliere la capitale di una regione sotto duro controllo militare, contesa da oltre settant’anni e recentemente privata della sua autonomia da un golpe costituzionale, non poteva che suscitare polemiche visto che il Premier indiano Narendra Modi non poteva scegliere una sede più controversa di Srinagar, la capitale del Kashmir, per uno degli appuntamenti preparatori che precedono il 18mo summit del G20 a Delhi il prossimo 9 settembre. Le polemiche sono iniziate dal Pakistan seguite da unna forte contestazione delle Nazioni Unite. Ma il Pakistan non è membro del G20 e le Nazioni Unite sono solo un osservatore. Pechino al contrario è uno dei dei principali attori del G20 (19 Stati membri più la Ue e tutte le maggiori economie del pianeta) e ha deciso di boicottare il summit.

La Cina infatti e non si è presentata ieri all’apertura della tre giorni del Gruppo di lavoro sul turismo (dal 22 al 24 maggio). La mossa di Pechino è però diventata la scelta di altri Paesi come Turchia, Egitto e Arabia saudita. Infine, molti altri Paesi, anziché scomodare burocrati o politici dalle loro capitali, hanno preferito inviare il personale diplomatico di stanza a Delhi. Un un neppur troppo piccolo fiasco di Narendra Modi, l’ultranazionalista Premier indiano che sul G20 ha puntato molto. Felice per aver fatto la sua parte al G7, in un abile equilibrismo tra blocco occidentale e Russi, Modi ha anche annunciato che Delhi ospiterà il prossimo Quad, il Quadrilateral Security Dialogue che riunisce Australia, India, Giappone e Stati Uniti.

La posizione di Pechino, che con Delhi ha rapporti molto tesi, è chiara: non si può tenere un incontro di questo livello in “territori sotto disputata”: è il seguito ideale di un’attitudine generale che riguarda altri contenziosi territoriali come Ladakh o Arunachal Pradesh, già teatro di scontri tra India e Cina. Per Turchia, Egitto e Arabia saudita, Paesi dell’Organizzazione della Conferenza islamica, la cosa è diversa. Il Kashmir ha una storia controversa poiché, quando l’India divenne indipendente nel 1947, il maharajah indù che governava un popolo di musulmani optò per l’India e non per il Pakistan. Il neonato Pakistan non digerì la scelta e scatenò la prima guerra. Ne seguirono altre tre con continue scaramucce tra i due Paesi mentre il Pakistan sostentava, anche con infiltrazioni di gruppi terroristici, le ragione della resistenza kashmira nella regione sotto controllo indiano.

Il 5 agosto 2019, il Primo ministro indiano Narendra Modi ha decretato la revoca degli Articoli 370 e 35A della Costituzione indiana, che riconoscevano allo Stato di Jammu e Kashmir un’ampia autonomia di governo. Il J&K ha inoltre cessato di essere uno “Stato” per diventare “Territorio dell’Unione” amministrato dal Governo centrale, mentre il Ladakh (a maggioranza buddista) e divenuto una entità amministrativa a sé. Solo parecchi mesi dopo sono state ripristinate alcune linee telefoniche e autorizzati alcuni spostamenti. La rete Internet e stata ripristinata solo nel febbraio del 2021, dopo ben 550 giorni di blocco totale. Il Territorio resta militarizzato, la libertà di stampa limitata. Abrogare l’Articolo 370 segna la definitiva umiliazione dell’unico Stato indiano a maggioranza musulmana. Non è solo un atto simbolico, perché e decaduta anche la norma che vietava ai nonkashmiri di acquisire proprietà nello Stato. Ora investitori di altri Stati indiani possono comprare terre, ottenere concessioni minerarie o avviare imprese in Kashmir.

Per gran parte dei kashmiri è stato il primo passo per espropriarli e ripopolare la potenzialmente ricca valle con indiani non kashmiri (e hindu). Disillusi, molti giovani kashmiri torneranno a optare per la militanza armata. Intanto, gli scontri sulla Linea di controllo sono in aumento e un dialogo di Pace tra India e Pakistan sembra remoto – specie dopo che nel 2019 i due Paesi sono tornati sull’orlo del conflitto, quando il gruppo terroristico Jaish-e-Mohammed ha rivendicato un attentato contro un convoglio militare indiano che ha ucciso oltre quaranta soldati nel febbraio di quell’anno. Alcuni giorni dopo, caccia indiani Mirage 2000 hanno sganciato bombe su un “campo terroristico” nel territorio del Kashmir controllato dal Pakistan. Islamabad ha catturato un aviatore indiano per poi liberarlo, disinnescando l’ennesima pericolosa tensione tra i due Paesi.

In copertina e nel testo un manifesto del G20

Vai alla scheda conflitto dell’India

Tags:

Ads

You May Also Like

Venezuela, scontro alle frontiere

Alla vigilia della data prevista per la partenza dei convogli umanitari  dalla Colombia e per l'organizzazione di due concerti rivali, è sotto accusa la spettacolarizzazione e l’uso strumentale degli aiuti. Mentre la tensione al confine col Brasile  fa le prime vittime

Il 23 di febbraio – domani – è la data prevista per il tentativo ...

Centro America: rispediti all’inferno

Il nuovo presidente del Guatemala ratifica l'accordo con gli Usa. Le donne, prime vittime

di Maurizio Sacchi Da novembre, gli Stati Uniti hanno inviato più di 230 honduregni ...

L’ultima sfida di Ortega

Il Nicaragua potrebbe diventare il detonatore di un’epidemia (ignorata) e di una recessione economica devastanti per tutta l’America Centrale

di Adalberto Belfiore Il presidente Ortega da un mese non si mostra in pubblico. ...