Bangladesh: la campagna elettorale si fa violenta

Polemiche su un "governo di garanzia"  per assicurare che le elezioni saranno trasparenti

di Subir Bhaumik

L’opposizione islamista del Bangladesh è sul piede di guerra dopo tre giorni (31 ottobre – 2 novembre) di blocco nazionale e di violenze che hanno insanguinato il Paese. Chiede che la Lega Awami al potere si dimetta immediatamente e venga nominato un governo provvisorio di garanzia in vista delle elezioni parlamentari previste per il gennaio 2024. Uno degli episodi più violenti è di sabato 28 ottobre scorso.

Almeno sei persone, tra cui un poliziotto, sono morte e quasi 500 sono rimaste ferite negli scontri iniziati sabato 28 ottobre tra la polizia e i sostenitori della Lega Awami da un lato e gli attivisti dell’opposizione dall’altro. I cittadini, terrorizzati, si sono chiusi in casa mentre negozi e imprese si sono ritrovati alla mercé dei vandalismi. I manifestanti dell’opposizione hanno continuato a bruciare i trasporti pubblici e ad attaccare le stazioni di polizia per tutta la durata del blocco, con l’obiettivo di paralizzare l’amministrazione e costringere Hasina a dimettersi. il Primo Ministro ha subito dichiarato in una conferenza stampa che “non c’è alcuno spazio per un dialogo sullo svolgimento delle elezioni”. Lunedì 30 gli inviati di Stati Uniti, Canada, Australia, Giappone e Corea del Sud hanno invitato “tutte le parti interessate a dare prova di moderazione” per evitare che si ripetano gli scontri dei giorni precedenti. Un velato avvertimento alla Lega Awami al potere affinché i suoi sostenitori non scendano in massa per strada per battersi contro il Bangladesh National Party (Bnp).

“Se la violenza continuerà Il mio governo non rimarrà in silenzio. Tutti i facinorosi saranno catturati e puniti”, ha avvertito Hasina, spesso chiamata la “Lady di ferro” per la sua fermezza nel fronteggiare la violenza dell’opposizione nelle due elezioni precedenti ed essere riuscita a tornare al potere. “Mi rifiuto di dialogare con l’opposizione finché Biden e Trump non parleranno con noi”, ha detto Hasina, in un attacco diretto a quella che i leader della Lega Awami hanno definito “una crescente interferenza degli Stati Uniti negli affari interni del Bangladesh”. “Lasciatemi chiarire”, ha proseguito il Primo ministro, “l’istituzione di governi di garanzia pre-elettorali è stata abolita dal Parlamento a causa del suo uso improprio nel 2006-08, e non c’è modo di riportarla in vita. In tutte le democrazie, come gli Stati Uniti e l’India, si possono tenere le elezioni con un governo eletto, lo stesso può accadere in Bangladesh”. “Se la Lega Awami rimane al potere, il Paese avrà uno Stato con un partito unico e una facciata democratica – le rinfaccia il leader del Bnp Mirza Abbas – non si tratta solo di estromettere la Lega Awami dal potere, ma di salvare la democrazia del Bangladesh”.

Tarana Halim, dell’Awami League, ex attrice, drammaturga e avvocato, già ministro di Hasina, ha replicato subito: “Il Bnp-Jamaat è l’antitesi della democrazia. Quando erano al potere nel 2001 sono stata accoltellata e quasi uccisa, come molti dei nostri leader. Nel 2004 hanno cercato di liquidare tutta la nostra leadership, compresa Sheikh Hasina. Credono nel militarismo in stile pachistano per eliminare gli oppositori. Il piano del Bnp è quello di indebolire la polizia e le forze di sicurezza con violenze di strada mirate e di terrorizzare la gente comune con attacchi improvvisi ai trasporti pubblici e ai pendolari”. Il governo, a suo dire, si trova di fronte a un duplice attacco: da una parte gli Stati Uniti puntano a un cambio di regime “alla maniera dell’Ucraina del 2013-14” e dall’altra l’opposizione filo-pachistana cerca di spodestare il governo attraverso violenze pianificate sotto una parvenza di agitazione democratica. “Siamo il partito più popolare del Paese, con forti legami con i nostri elettori e un passato glorioso di leadership nella lotta per l’indipendenza contro il Pakistan e per la democrazia contro due governi militari”, ha detto ancora Tarana Halim: “Non abbiamo bisogno di padrini occidentali per promuovere la nostra causa perché siamo un’orgogliosa nazione bengalese con una storia anti-imperialista e non siamo una colonia di nessuna grande potenza, né degli Stati Uniti né della Cina”.

Sia per la Lega Awami, sia per l’opposizione islamista è in corso una battaglia per l’esistenza. “Se la Lega Awami perderà le elezioni parlamentari di gennaio, ci sarà un bagno di sangue come durante il governo Bnp-Jamaat del 2001-2006. Migliaia di leader e attivisti del partito dovranno fuggire dal Paese. Se perderà l’opposizione, per il Bnp sarà la fine”, afferma Sukharanjan Dasgupta, autore di libri sul Bangladesh, mentre nota che l’Awami League, un partito tradizionalmente capace di mobilitare le masse, è ora più debole perché in quasi 15 anni di potere la corruzione è diventata endemica e il legame con la base seriamente compromesso. Inoltre, dal dicembre 2021 “gli Stati Uniti minacciano sanzioni e impongono restrizioni sui visti di funzionari e politici per destabilizzare il governo”, afferma Benu Ghosh ex agente dei servizi segreti indiani. Ghosh è convinto che la coalizione Bnp-Jamaat goda dell’appoggio USA nella propria corsa alla riconquista del potere.

Abbas, uno dei leader del Bnp arrestati domenica 31 per “istigazione alla violenza”, alla fine dei tafferugli di sabato aveva dichiarato ai media che il Primo Ministro Hasina ha ordinato un giro di vite per creare un clima di paura con lo scopo di “porre le basi per un’altra elezione truccata”. “Se le elezioni si svolgeranno con un governo di garanzia, l’Awami League non prenderà nemmeno il dieci per cento dei seggi, perché la corruzione è dilagante e la gente è gravemente colpita dall’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità”, aveva concluso l’uomo politico. Non meno critici verso il governo appaiono i politici laici che si oppongono agli islamisti e accusano la Lega Awami di “promuovere un Islam morbido” e altre subdole manovre di retroguardia con gruppi radicali come Hifazat-e-Islam. “Questo non è solo un allontanamento dalle tradizioni secolari del partito, ma ha di fatto aiutato i radicali islamisti ad acquisire legittimità politica”, ha dichiarato un militante di sinistra di un partito alleato della Lega Awami. “Negli ultimi anni Hasina si è circondata di islamisti radicali e uomini d’affari senza scrupoli. Questo ha portato all’islamizzazione della politica da un lato e a una corruzione dilagante dall’altro”, ha poi concluso.

In quanto al governo indiano, ha bisogno di un Bangladesh stabile, in pace ed economicamente in crescita per non mettere a rischio la stabilità dei suoi Stati orientali e Nordorientali. Hasina è utile agli interessi strategici ed economici indiani, ma nel momento in cui la sua leadership viene minata da debolezze interne e dalle pressioni dell’Occidente, Delhi ha motivo di preoccuparsi. L’islamizzazione all’interno della coalizione di governo non fa certo piacere a Modi, che ha già esercitato pressioni per un’epurazione della lobby islamista-trafficante e ha proposto di riportare la leadership della Lega Awami alle sue tradizionali radici bengalesi legate alla classe media. Fino ad adesso in verità l’operazione non ha avuto molto successo. Ma ora, che gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali hanno preso di mira Hasina accusandola di essere poco democratica e di violare i diritti umani e la Cina si tiene rigorosamente lontana dalla politica interna del Bangladesh, la “Lady di ferro” potrebbe finalmente essere costretta ad ascoltare i “consigli” del potente vicino. Durante una visita ufficiale a Delhi, il ministro degli Esteri AK Abdul Momen ha di fatto ammesso di aver “chiesto a Modi di aiutare la Lega Awami a rimanere al potere”.

Dacca, capitale del Bangladesh © Sk Hasan Ali/Shutterstock.com

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