Bihać 2019: un’anticipazione della crisi umanitaria in Bosnia Erzegovina

La rotta balcanica, ufficialmente chiusa dal 2016, in realtà ha continuato a esistere, cambiando i Paesi di transito. Un reportage a cavallo tra l'emergenza migratoria di ieri e di oggi

di Francesca Scappini

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un reportage su quanto sta succedendo sulla ‘rotta balcanica’ di Francesca Scappini, esperta di storia e geopolitica dei Balcani e operatrice sociale all’interno di un progetto per l’integrazione dei rifugiati in Italia.

Bosnia Erzegovina, città di Bihać, cantone Una-Sana settembre 2019.

Immagine uno: stazione degli autobus, in fila per salire sui bus pendolari, studenti, anziani. Dietro la biglietteria, uomini che sbucano da un campo, uno zainetto per bagaglio, lo sguardo evasivo.

Immagine due: corso principale della città, davanti al supermercato, seduti sul muretto una signora con il velo in testa e cinque figli attorno, aspettano qualcuno dentro. Hanno tutti, bimbi compresi, un piccolo bagaglio, chi uno zaino chi una busta di plastica.

Immagine tre: fuori Bihać , molto vicino al confine con la Croazia. Tende bianche che sbucano alla fine di un strada sterrata, che sembra venire e finire nel nulla. Alle spalle la Bosnia Erzegovina, davanti a noi al di là delle montagne la Croazia.

Oggi di quello che sta succedendo in Bosnia Erzegovina, della crisi umanitaria che la sta attraversando, nuovamente dopo la fine delle guerre degli anni novanta, pensiamo di sapere tutto. Abbiamo visto uomini mezzi nudi in fila nella neve, alcuni tra di noi più audaci ha visto e ascoltato le violenze della polizia croata sui respingimenti illegali.

La rotta balcanica, ufficialmente chiusa dal 2016, in realtà ha continuato ad esistere ed essere attiva, cambiando i Paesi di transito. Così se l’Ungheria ha blindato il confine, le persone hanno intrapreso strade nuove per provare ad arrivare in Europa. Parliamo di uomini, donne, bambini provenienti per la maggior parte dall’Afghanistan, dal Pakistan, dall’Iran ma anche di alcuni paesi dell’Africa subsahariana. Conosco le dinamiche storiche e geopolitiche della Bosnia Erzegovina fin da quando era una delle Repubbliche federali della Jugoslavia, è stato quasi automatico che provassi a vedere con i miei occhi quello che sta accadendo al di là del confine, molto vicino a noi.

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Nel 2019, con un mondo decisamente diverso, sono partita insieme ad un altro volontario di Torino per recarmi a Bihać, cittadina di 61mila abitanti situata al confine nord-ovest del Paese, molto vicino al confine croato. La realtà incontrata è stata molto diversa da quello che pensavo. Un anno e mezzo fa la città di Bihać accoglieva due campi ufficiali dell’OIM e un campo “informale” installato a Vučjak , una ex discarica in cui la Croce Rossa locale aveva montato delle tende e in cui assicurava due pasti al giorno alle persone accolte. Nel campo, a circa 10 km dalla città, non c’era l’acqua potabile e l’elettricità e le condizioni igienico-sanitarie erano molto scarse. Le persone accolte, circa 800, dormivano per terra nelle tende “dormitorio” e si recavano a mangiare nella tenda adibita a mensa. I bagni chimici erano posizionati alla fine del campo, ma del tutto insufficienti per le persone accolte. Oltre a questo la Croce Rossa locale insieme ad alcuni volontari stranieri (principalmente provenienti dalla Germania) garantivano cure mediche di primo soccorso per le persone che avevano provato a superare il confine con la Croazia ma erano stati respinti indietro con la violenza; il Game, così viene chiamato il superamento del confine tra Bosnia e Croazia, è un “viaggio” che viene studiato a lungo, dalla strada da percorrere, ai sentieri ancora minati da evitare. Ho visto sui corpi dei migranti bruciature di fuoco, ferite da bastonate, piedi laceri per aver camminato in montagna senza scarpe. Molti erano stati rintracciati nei boschi, già in Croazia e privati dei soldi e dei cellulari, erano stati picchiati e riportati indietro con la forza.

Il campo di Vučjak , di fatto sostenuto dall’OIM e dai politici locali bosniaci, era un luogo in cui mancava la minima tutela dei diritti umani. Quando sono partita, dopo due settimane, ancora per i “fantasmi” di Bihać non era stata trovata nessuna soluzione, né a livello locale, né a livello europeo.

Pochi mesi dopo, il campo è stato chiuso e i migranti trasferiti in altri centri della Bosnia Erzegovina (vicino Sarajevo e vicino Mostar). Questa soluzione è servita solo a bloccare la crisi umanitaria che invece è esplosa in tutta la sua durezza alla fine di dicembre 2020. Quando il campo di Lipa, una località sempre situata nel cantone Una-Sana, ha preso fuoco e i migranti si sono trovati a sopravvivere nella neve, con il duro inverno bosniaco, le coscienze europee hanno avuto un sussulto. Bihać è il punto di partenza per tutti i migranti che provano ad arrivare in Europa, è una cittadina posta al confine con la Croazia, ma sulla direttrice della strada che porta verso la Slovenia e all’Italia impiegando il minor tempo possibile. Nel campo di Lipa, fino a dicembre vivevano circa 1400 persone, che si sono ritrovate senza una tenda in cui sostare e senza nessun aiuto. Questa situazione è dovuta ad una serie di fattori che partono dalla poca stabilità della governance politica della Bosnia Erzegovina, un Paese tutt’oggi diviso, quindici anni dopo la fine della guerra e con una pandemia globale che ha reso ancora più problematico lo sviluppo economico e sociale. E dalle politiche migratorie dell’Unione Europea, che ha dato pieni poteri alle autorità croate, la gestione del confine orientale, facendole diventare di fatto il braccio armato dell’Europa contro il transito dei migranti della rotta balcanica. Oggi, dopo quasi un mese dall’incendio che ha distrutto il campo, molti sono i migranti che sostano nel cantone di Una-Sana, dormendo e vivendo nelle case disabitate e distrutte dalla guerra o nei boschi con ripari di fortuna.

Nelle due settimane che ho vissuto a Bihać , parlando, mangiando con i migranti e vivendo lo sconforto e la rabbia della cittadinanza, ho avuto chiaro quanto sia ignorata la situazione attuale della crisi migratoria che coinvolge i Paesi a noi vicini, ma di conseguenza anche l’Italia, con la città di Trieste in prima linea nell’aiutare e sostenere le persone che transitano per andare in altri Paesi europei. Non è possibile continuare ad ignorare questa situazione, in cui donne, uomini, bambini sono fantasmi della notte (ma anche del giorno) che scappando da situazioni di conflitti e povertà dai loro paesi di provenienza, vengono picchiati, torturati e lasciati morire ad un passo dalla possibilità di richiedere protezione, atto formale ma importante. In molti mi hanno chiesto il perché delle torture subite, il perché la polizia li spogliasse di tutto, abiti e cellulari, perché respingevano anche i bambini.

Abbiamo il dovere morale, politico e umano di non ignorare (ancora una volta) quello che accade poco oltre il nostro confine. Nessun essere umano decide di affrontare un viaggio del genere, mettendo a rischio la propria vita se le condizioni non li costringessero a lasciare tutto e partire. Ogni essere umano è importante.

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