Cina – Usa: una nuova guerra fredda? (1)

Le mosse diplomatiche dei due colossi. Il tema dei diritti umani. Tensioni nelle Filippine e a Taiwan

di Maurizio Sacchi

Una nuova guerra fredda? Un orizzonte di pace dopo le tensioni della presidenza Trump? Oppure il confronto fra una superpotenza in declino e una in inarrestabile ascesa può sfociare in una serie di guerre “tradizionali”, innescando il rischio di una catastrofica guerra globale? Un’analisi per capire come evolvono i rapporti tra le due grandi potenze globali allo scadere dei primi 100 giorni della presidenza Biden: Stati uniti e Cina si muovono a ritmo accelerato, in un riposizionamento planetario delle pedine diplomatiche, economiche e militari.

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La diplomazia

Da parte americana, le mosse che hanno preparato il primo incontro ufficiale in Alaska alcune settimane fa  rendono evidente il tentativo di compattare il fronte delle alleanze tradizionali. Dopo l’incontro fra diplomatici Usa e omologhi britannici e canadesi, Biden ha visitato i governi di Australia, Giappone, India e Corea del Sud, E si è poi recato in visita ufficiale a Bruxelles, dove ha parlato all’assemblea dell’Unione europea. Il filo conduttore di questi incontri è stato chiaro: contenere la Cina. E rinsaldare il legame con i tradizionali alleati intorno al tema dei diritti umani. 

Da parte cinese, le contromosse non si sono fatte attendere. Il 24 marzo il Ministro degli esteri Wang Yi era ad Ankara, dove ha accordato alla Turchia un finanziamento da due miliardi di dollari per un progetto di infrastrutture. Già nel 2019 un simile accordo da 1 miliardo era stato garantito, per sostenere la traballante economia turca. E ora che l’America sta ponendo sotto pressione il presidente Recep Tayyip Erdogan sul tema dei diritti umani, minacciando sanzioni, la Cina si offre come supporto finanziario, non senza contropartite, da inserire nel rafforzamento del progetto strategico noto come Nuova via della seta.

Wang Yi era poi a Tehran il 27 marzo, dove ha firmato un accordo di cooperazione bilaterale a lungo termine, dell’enorme portata di  400 miliardi di dollari, destinati al rafforzamento delle infrastrutture iraniane. L’Iran rappresenta infatti un punto chiave nella costruzione della Belt and Road Initiative, come è conosciuta internazionalmente la Nuova Via della seta.  E proprio alla vigilia dell’incontro fra i rappresentanti Usa e quelli iraniani, ora in corso a Vienna, la Cina ha appoggiato la posizione iraniana che considera la fine delle  sanzioni decise da Trump la precondizione per ripristinare l’accordo sul nucleare del 2015, .

Anche nell’area del Golfo, la diplomazia cinese è stata particolarmente attiva.  Il 30 marzo, Wang ha incontrato il re del Bahrein Hamad bin Isa Al Khalifa a Manama. Il Bahrein è l’ultima tappa del tour, dopo Arabia Saudita, Turchia, Iran, Emirati Arabi Uniti e Oman. Qui il ministro ha dichiarato: “La Cina crede (…) che tutti i Paesi siano uguali, indipendentemente dalle loro dimensioni, ed è disposta a compiere sforzi congiunti con il Bahrein per costruire legami bilaterali in un modello di uguaglianza, rispetto e vantaggio reciproco tra Paesi grandi e piccoli (…). I Paesi di tutto il Mondo dovrebbero collaborare per opporsi alle interferenze negli affari interni di altri Paesi e salvaguardare gli scopi della Carta delle Nazioni unite, e le norme di base che disciplinano le relazioni internazionali,” Un messaggio che ha un destinatario preciso, gli Stati uniti; e che rappresenta una sfida diretta ai principi che Joe Biden intende porre alla guida della sua politica internazionale.. Ma che non significano che il Bahrein intenda chiudere la base navale delle forze armate a stelle e strisce ospitate sulle sue coste.

Anche i ministri degli Esteri di Singapore, Malaysia, Indonesia e Filippine sono stati invitati a visitare la Cina dal 31 marzo al 2 aprile. Il ministero degli Esteri di Pechino ha descritto gli incontri come un segno di “profonda amicizia e crescente affinità” tra la Cina e i suoi vicini nel Sudest asiatico. Ma su questo quadrante le tensioni sono visibili, e non tutto si svolge sul piano diplomatico.

Il confronto militare

Sul piano militare, la Cina ha inviato circa 200 navi a Union Banks nelle isole Spratly nell’ultima settimana di marzo. La maggior parte della flottiglia è ormeggiata intorno alla Whitsun Reef, un isolotto  che le Filippine affermano rientri nella loro zona economica esclusiva trovandosi entro le 200 miglia nautiche dalle proprie coste.La Cina sostiene che si tratti solo di pescherecci in cerca di riparo condizioni meteorologiche avverse, ma sette navi apparterrebbero Milizia marittima delle Forze armate del popolo. E fonti filippine sostengono che la flotta cinese nell’area ha ordinato a un aereo militare filippino che conduceva una ricognizione di “partire immediatamente” mentre sorvolava Whitsun Reef.

La reazione americana non si è fatta attendere. In un comunicato ufficiale, il Consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan ha riferito di aver parlato telefonicamente con il suo omologo Hermogenes Esperon delle Filippine. Ha sottolineato che “…gli Stati uniti stanno con i nostri alleati filippini nel sostenere l’ordine marittimo internazionale basato su regole [precise], e ha ribadito l’applicabilità del Trattato di mutua difesa USA-Filippine nel Mar Cinese Meridionale. I consiglieri per la sicurezza nazionale hanno convenuto che gli Stati Uniti e le Filippine continueranno a coordinarsi strettamente per rispondere alle sfide nel Mar Cinese Meridionale”.

Un altro punto di attrito militare è dato da Taiwan. Sotto un’altra amministrazione democratica, quella di Carter, alla ricerca di una distensione con la Cina, gli Stati uniti avevano accettato la posizione cinese, che considerava l’isola come parte integrante del proprio territorio nazionale. Una sorta di provincia ribelle. L’accordo del 1979 prevedeva tra l’altro che non si dovesse verificare alcun incontro ufficiale fra funzionari del governo di Taiwan e omologhi americani. Accordo saltato per via dei contatti e delle dichiarazioni a favore dell’indipendenza dell’isola ad opera di Mike Pompeo sotto Trump.  Ora una dichiarazione di indipendenza di Taiwan potrebbe causare un intervento militare di Pechino; col rischio di trascinare gli Stati uniti, presenti nelle acque contese con una forza navale, ad uno  scontro armato.

Il fronte economico

Ma al momento il vero fronte caldo fra le due superpotenze è quello economico. E’ uscito da poco il dossier ufficiale sul commercio internazionale degli Stati Uniti. Nelle 570 pagine a firma di E. Lighthizer, responsabile per il commercio estero a stelle e strisce si legge : “L’approccio statale della Cina all’economia e al commercio lo rende il principale trasgressore mondiale nella creazione di capacità non economiche, come evidenziato dalle gravi e persistenti situazioni di sovraccapacità in diversi settori, tra cui acciaio, alluminio e solare, tra gli altri”.  Traducendo dal gergo, si attribuisce a pratiche scorrette da parte cinese il ruolo di leader mondiale acquisito negli ultimi anni in settori strategici dell’economia. Indica nelle centinaia di miliardi di dollari riversati dallo Stato nell’industria una violazione delle regole dell’Organizzazione mondiale del commercio, specie col “Piano 2025 – Made in China” Politiche che dovrebbero portare in pochi anni il gigante asiatico al primo posto nella graduatoria delle potense economiche. Sulla priorità di “contenere” l’ascesa cinese l’amministrazione Biden non si discosta da quella del suo predecessore Donald Trump.  Dal paladino di “America first” Joe Biden si discosta sia per metodi che per filosofia.

Il tema dei diritti umani su questo fronte assume le caratteristiche di un’arma, come sta evidenziando il caso del cotone dello Xinjiang. La Regione autonoma, patria della minoranza uigura, è al tempo stesso l’area da cui proviene il 90 percento della produzione di cotone cinese, e il teatro di quello che viene descritto come il più grande genocidio in corso nel Pianeta. Secondo le denunce, più del 10 percento della popolazione, di tradizione musulmana, è costretta in lager o ai lavori forzati. Questo ha innescato una risposta coordinata di sabotaggio del cotone cinese da parte di alcuni grandi marchi della moda, come Nike, H&M, Burberry, e la nostra OVS. Che ne hanno fatto il tema di una campagna di comunicazione, anche perché già accusate in passato di utilizzare lavoro minorile e in stato di semi schiavitù in altre arre del mondo. 

La risposta cinese non si è fatta attendere. Wang Yibo, una star di 23 anni, testimonial della Nike in Cina ha postato l’hastag ”Sostengo il cotone dello Xinjiang”, con più di 2,1 miliardi di “mi piace” su Weibo, l’equivalente cinese di Twitter. Wang ha 38 milioni di follower. Un altro attore cinese, Tan Songyun, 30 anni, ha chiuso la sua partnership con Nike e diverse celebrità hanno tagliato i loro legami con H&M. La quale a sua volta, sempre via Weibo, per timore di perdere il suo mercato locale, ha detto che “rispetta i suoi clienti cinesi” e che continua a collaborare con 3500 aziende locali.

Le sanzioni governative  nei confronti della Cina, già rinnovate da Joe Biden il 17 marzo, alla vigilia del vertice in Alaska, saranno quindi le armi che gli Stati uniti e i loro alleati useranno, per contenere l’ascesa dell’ Impero di mezzo?   E l’approccio etico della nuova amministrazione al tema dell’egemonia mondiale darò risultati positivi, sul fronte non solo dei diritti umani, ma anche su quello della convivenza pacifica e della concertazione multipolare? Certamente l’approccio della presidenza democratica americana sembra ben più promettente di quello di Donald Trump. Ma le insidie di questo nuovo confronto sono molte. Ne approfondiamo alcuni aspetti nella seconda parte di questa analisi. (1-continua)

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