Crimini di guerra nel Myanmar

Il rapporto di Amnesty dal confine tailandese-birmano: cento testimoni raccontano omicidi, tortura, trasferimento forzato, persecuzione su base etnica, bombardamenti e incendi di villaggi

di Emanuele Giordana

L’ultimo rapporto sul Myanmar di Amnesty International – “Pallottole piovute dal cielo: Crimini di guerra e sfollamento nell’Est del Myanmar” è un’indagine condotta da AI nei due Stati Kayin e Kayah nell’area orientale birmana al confine con la Thailandia, dove l’esercito (Tatmadaw) che risponde alla giunta golpista ha “sottoposto i civili Karen e Karenni a punizioni collettive attraverso diffusi attacchi aerei e terrestri, detenzioni arbitrarie che spesso sfociano in torture o esecuzioni extragiudiziali e il sistematico saccheggio e incendio di villaggi”. Secondo AI, che ha parlato con un centinaio di testimoni e visitato la zona del confine, negli ultimi mesi Tatmadaw “ha commesso sistematicamente atrocità diffuse, tra cui l’uccisione illegale, la detenzione arbitraria e lo sfollamento forzato di civili”. L’azione dei militari è passibile dell’accusa di “crimini di guerra e probabili crimini contro l’umanità”. Sono attualmente oltre 150mila gli sfollati in questi due soli Stati “con interi villaggi svuotati e dati alle fiamme”.

Da quando il 1 febbraio del 2021 il golpe militare  ha rovesciato il governo di Aung San Suu Kyi, la de facto premier, dopo che le elezioni le avevano garantito una ancora più solida maggioranza parlamentare,si è riaccesa  la guerra in tutto il Paese dove, oltre all’esercito “regolare”, ci sono decine di formazioni militari autonomiste della periferia da sempre in lotta col governo centrale. Una guerra che, dal golpe, si è nutrita del reclutamento volontario di migliaia di giovani birmani sia nelle file delle autonomie armate sia nei gruppi di autodifesa organizzati dal governo ombra clandestino (Nug). Secondo il sito Assistance Association for Political Prisoners a oggi si registrano 1.878 persone uccise dalla giunta e quasi 14mila arresti. La violenza è dunque diffusa a macchia d’olio, sia con veri e propri operativi militari (gli eserciti autonomisti hanno anche armi pesanti) sia con piccole scaramucce, attentati, omicidi mirati di collaboratori del regime. La repressione è pertanto durissima ovunque ma il rapporto di Amnesty si occupa in particolare di due Stati che stanno vedendo una continua emorragia perché la gente cerca difesa in Thailandia.

La violenza negli Stati di Kayin e Kayah si è riaccesa dopo il golpe ma si è intensificata dal dicembre 2021 al marzo 2022, uccidendo centinaia di civili e sfollandone decine di migliaia e “i civili continuano a pagare un prezzo elevato” con “continui omicidi, saccheggi e incendi che hanno tutte le caratteristiche della tattica di punizione collettiva tipica dell’esercito, ripetutamente usata contro le minoranze etniche in tutto il Paese”: assassinio, tortura, trasferimento forzato, persecuzione su base etnica.

“I donatori e le organizzazioni umanitarie devono aumentare in modo significativo gli aiuti ai civili nel Myanmar orientale e i militari devono interrompere tutte le restrizioni alla fornitura di aiuti”, ha dichiarato Matt Wells, vicedirettore per la risposta alle crisi di Amnesty. Ma non è semplice. Il Nug e tre organizzazioni autonomiste – Karenni National Progressive Party (KNPP), Karen National Union (KNU) Chin National Front (CNF) – si sono infatti appena opposte alla decisione dell’Asean (associazione regionale del Sudest asiatico) di fornire aiuti umanitari attraverso il regime militare, argomentando che la giunta li politicizerebbe per nascondere le sue atrocità. Alla vigilia dell’arrivo dell’inviato speciale Onu Noleen Heyzer, hanno invitato le Nazioni Unite e il Comitato internazionale della Croce Rossa – scrive Irrawaddy – a negoziare con Asean, India e Thailandia, per consentire che agli aiuti da oltre frontiera arrivino davvero a chi ne ha bisogno.

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