Ue e Turchia ai ferri corti

Arretramento dello stato di diritto e delle riforme istituzionali e una politica estera conflittuale alla base della richiesta, in una relazione di Bruxelles, della sospensione dei negoziati di adesione di Ankara all'Unione

La Turchia è sempre più al centro di tensioni sia con l’Unione europea sia con gli Stati Uniti, dove il riconoscimento del genocidio armeno da parte del presidente Joe Biden ha sollevato forti reazioni ad Ankara. E in Europa il processo di adesione alla Ue subisce un nuovo rallentamento

di Claudia Gambarotta

Si è concluso venerdì scorso a Bruxelles l’iter di approvazione, in Commissione Affari Esteri del Parlamento europeo, della relazione sulle edizioni 2019 e 2020 dei rapporti realizzati dalla Commissione Europea sulla Turchia in quanto Paese candidato all’adesione all’Unione Europea; il voto in plenaria è previsto indicativamente per il 17 maggio. Un arretramento dello stato di diritto e dei diritti fondamentali, delle riforme istituzionali che segnano un regresso, una politica estera conflittuale, nonché lo sviluppo di una sempre più esplicita narrazione anti-Ue sono le motivazioni alla base della richiesta, nella relazione sul dossier Ue-Turchia, della sospensione dei negoziati di adesione.

Molto preoccupanti la limitazione della libertà di espressione, dei media e dell’accesso all’informazione, la repressione delle opposizioni politiche, l’abuso delle misure antiterrorismo, la non indipendenza del potere giudiziario, la scarsa tutela di gruppi vulnerabili, come donne, persone lgtbi e minoranze etniche e religiose. Derive che inducono nella relazione ad appellarsi alla Turchia per il rilascio dei difensori dei diritti umani, dei giornalisti, degli avvocati, degli accademici e dei rappresentati eminenti della società civile arbitrariamente incarcerati, a sollecitare la difesa di minoranze e gruppi vulnerabili e a plaudere all’esistenza di una società civile vitale, plurale e impegnata.

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Sul piano delle riforme istituzionali si lamenta la “interpretazione autoritaria del sistema presidenziale”, la sostituzione di figure scelte dal governo centrale a rappresentanti democraticamente eletti e il ricorso a una narrazione ipernazionalistica da parte di una élite al potere che dà sempre più spazio ad atteggiamenti antagonistici verso l’Ue i suoi Stati Membri. La mancanza di un’autentica volontà politica di convergenza verso i valori e gli standard europei, ma anzi il progressivo allontanamento così palesato, non trae peraltro giovamento dalla sostituzione, nelle relazioni fra Unione e Turchia, di un approccio meramente di transazione, che non ne aiuta l’avanzamento verso un modello democratico – la relazione avverte.

Già nel suo precedente rapporto annuale il Parlamento aveva richiesto la sospensione dei negoziati di adesione e, ciò nonostante, nell’ottobre del 2020 il Consiglio Europeo aveva offerto alla Turchia ancora nuove prospettive nel quadro delle tensioni con Grecia e Cipro, “nel tentativo di ripristinare le relazioni”. Relazioni Ue-Turchia che però hanno ormai toccato un minimo storico – hanno ribadito ancora una volta i parlamentari – dopo un progressivo deterioramento dal 2014 e un brusco peggioramento nel 2019 e 2020.

La posizione della Turchia di parte a sostegno di azioni militari nel recente conflitto nel Nagorno Karabakh, l’intervento militare in Siria, il disimpegno da una soluzione pacifica del conflitto in Libia, il rischio di escalation militare nel mediterraneo orientale e le attività illegali condotte nelle acque greche e cipriote, la forzatura per una soluzione a due Stati a Cipro, a Famagosta, sono alcuni degli sviluppi evocati nella relazione. Cosa che induce i parlamentari a chiedere, nel documento, la revisione di tali relazioni e la definizione di una nuova strategia unificata di medio-lungo termine, coerente fra le istituzioni Ue e gli Stati Membri.

Un plauso viene riservato invece alla Turchia per il ruolo giocato nella risposta alla crisi migratoria originata dalla guerra in Siria, prendendo la posizione che l’Unione Europea dovrebbe continuare a supportare i rifugiati siriani e le comunità che li ospitano in Turchia. Il 29 novembre 2015 è stato attivato il piano di azione comune Ue-Turchia – un accordo fin dall’inizio denunciato da Amnesty International per la detenzione e la deportazione su una scala senza precedenti di rifugiati e richiedenti asilo e la Facility for Refugees in Turkey (per un importo a tutt’oggi di 6 miliardi di euro), intenti riconfermati dalla dichiarazione Eu-Turchia del 18 marzo 2016, di cui la relazione sollecita una valutazione oggettiva, ma nel senso di analizzare quanto le parti stiano tenendo fede ai rispettivi impegni. Anche l’analisi approfondita della Facility, richiesta dal Parlamento e presentata nel marzo 2021, è stata limitata a considerazioni di bilancio, concludendo che l’accordo del 2016 “continua a dare risultati” e che la maggioranza dei fondi va direttamente ai rifugiati (attraverso istituzioni finanziarie internazionali, agenzie degli Stati Membri e ong internazionali).

In copertina: Istanbul in uno scatto di Svetlana Gumerova

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