Democrazia d’Egitto

di Andrea Tomasi
Se si va su Google e si digita «Egitto 2016» si trovano informazioni e immagini sull’Egitto turistico. Si parla di viaggi e di pacchetti vacanza ma per arrivare a notizie sul «regime de Il Cairo» si devono mettere in conto tempo da spendere e un po’ di pazienza. Complici i recenti fatti di cronaca (dall’omicidio del giovane ricercatore italiano Giulio Regeni e la caduta dell’aereo della linea Egyptair),  il Paese nordafricano non è propriamente ignorato dai grandi media. Eppure di quanto accade a Il Cairo (e non solo) si sa poco. Tanti gli interessi che anche l’Italia ha sulle coste africane del Mediterraneo. Dopo Mubarak le cose sono peggiorate. A dirlo è  Nancy Okail (nella foto), attivista dalla doppia cittadinanza egiziana e statunitense, in una conversazione con Azzurra Meringolo, per Nigirizia. «Nel Paese – dice – non potrà mai esistere alcuna stabilità se il regime militare continua a imporla violando i diritti umani». Racconta che nel Paese ci sono più di 40 mila detenuti. Si è assistito ad un aumento dei casi di tortura e di detenzioni senza processo. «Solo negli ultimi mesi, 5000 appartamenti sono stati ispezionati, computer e cellulari sequestrati. In questo contesto l’unica stabilità possibile è quella imposta dall’alto con la forza. Oltre all’alto costo, in termini di diritti umani, prima o poi diventa esplosiva perché non sostenibile».
Sulla Stampa del 25 aprile Francesca Paci parla del bilancio degli scontri tra i cittadini e le forze del regime: un bilancio pesantissimo. «La mobilitazione convocata contro la “cessione” di due isole Tiran e Sanafir all’Arabia Saudita si chiude con una valanga di arresti. È lo stesso ministero dell’interno che attraverso “Aswat Masrya” conferma l’allarme lanciato da ore dagli attivisti dei diritti umani: sarebbero almeno 270 le persone portare in carcere a Darassa e Gabal al Ahmar dalle forze di sicurezza, circa 120 manifestanti sono stati catturati a Dokki, il quartiere dove viveva Giulio Regeni scelto dai manifestanti sperando che fosse meno pattugliato della simbolica piazza Tahrir. La cifra fornita del ministero è perfino superiore a quella di Amnesty International che parla di 238 fermi in varie città dell’Egitto».
Tra gli arrestati ci sono attivisti come Sanaa Seif ma anche gli avvocati Malek Adly e Ahmed Abdullah, «entrambi noti in Italia per essersi occupati della morte di Regeni (Abdullah in particolare era il consulente locale scelto dalla famiglia di Giulio per seguire il caso). Ahmed Abdullah  È accusato di istigazione alla violenza per rovesciare il governo, adesione a un gruppo «terroristico» e «promozione del terrorismo». Della situazione di tensione sociale registrata in terra egiziana si è parlato al Salone del Libro di Torino. Il convegno «Scomparsi, una vecchia storia in un nuovo scenario» ha visto protagonisti  il sociologo Stefano Allievi, il giornalista egiziano Sharif Abdul Quddus e Andrea Teti professore associato dell’Università di Aberdeen. Si è parlato, ovviamente, anche dell’omicidio di Giulio Regeni (il ragazzo è stato rapito il 25 gennaio al Cairo, il suo corpo ritrovato il 3 febbraio in un fossato lungo l’autostrada Cairo-Alessandria).
Quddus ha fatto notare che per la particolarità del caso è che nel mirino questa volta sia stato messo un bianco occidentale. Come si legge su Nigirizia, il ricercatore friulano «è stato rapito poi è stato torturato, ucciso e infine lo Stato se n’è lavato le mani. Ciò incarna tutti i tipi di abuso che il regime impone agli egiziani». «La singolarità è che Regeni ha subito contemporaneamente tutte le forme di repressione ed è raro che tutto questo accada a una sola persona» racconta Quttus. Secondo lui la reazione scandalizzata del Governo italiano odora di ipocrisia «perché sapeva cosa succedeva in Egitto ed era a conoscenza delle sparizioni, ma teneva le informazioni nascoste per via degli interessi economici che legano i due Paesi». Insomma finché sono gli egiziani a dover subire il trattamento violento delle forze dell’ordine va tutto bene, poi però è toccato a Giulio Regeni e allora non si può fare finta di nulla, anche perché i genitori stanno cercando di tenere acceso il riflettore sull’assassinio consumatosi a Il Cairo. Nel primo periodo del governo di Al Sisi – scrive Fabrizio Floris – si finiva in qualche carcere militare mentre «oggi si muore direttamente. Non è una storia nuova, basta ricordarsi quanto avveniva in Argentina e in Cile, ma la situazione egiziana è più complessa: non si capisce chi è necessario non toccare per non morire. Siamo di fronte ad un regime asimmetrico, dove i movimenti interni non sono chiari, così come la catena del comando che porta a far sparire le voci scomode». L’Egitto appare sempre più sotto una luce diversa. Non è più visto solo come un paradiso in terra per frotte di vacanzieri italiani. È anche un territorio a tinte cupe, con un sistema di repressione interno di cui si parla raramente.

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