Difendere Abele disarmando Caino

Una riflessione sulle "guerre di liberazione" , l'antipacifismo viscerale e diritti uguali per tutti. "Per il bene del popolo ucraino, per il futuro di quella gente che dobbiamo salvare dal massacro, spero si  abbassino i toni e cominci almeno un confronto  secondo regole di democrazia e rispetto" 

di Raffaele Crocco

Sono affascinato dalla riscrittura in chiave biblica di quanto accade in Ucraina. Incontro spesso chi dice che “Caino ha ucciso Abele ed è chiaro chi nella vicenda fra Russia e Ucraina sia Caino”. Sono assolutamente d’accordo. Putin è Caino. E’ l’omicida che ha deciso, a sangue freddo e in base ad un suo personalissimo calcolo, di uccidere migliaia di civili. Questo fatto, incontestabile, dovrebbe giustificare il fatto di riarmare Abele – Ucraina, nella mente di chi cita ogni tre per due questo episodio biblico. Peccato, che proprio il racconto – esattamente come succede in guerra – ci dimostri chiaramente che non avremmo salvato Abele armandolo, dando anche a lui un’arma. Lo avremmo salvato solo disarmando Caino. E non solo togliendogli l’arma, ma disarmandone le intenzioni, evitando la situazione, creando una maggiore giustizia, un miglior equilibrio.

Ipotesi? Certo, come ipotetico è considerare risolutivo per la pace armare le persone. Dinnanzi alla tragedia che colpisce ingiustamente il popolo ucraino, possiamo solo muoverci secondo intelligenza. Dovremmo ragionare, ad esempio, sul paradosso del racconto dell’orrore, che le anime “partigiane” sorte con la nuova fase della guerra in Ucraina sembrano aver scoperto. Faccio una premessa, quasi banale. La guerra è sempre orrore, non c’è una guerra che non sia orrore. L’orrore è stato nell’assedio di Sarajevo, nell’eccidio di Sebrenica, nella Shoah, negli armeni massacrati dai Turchi, nella Dresda bombardata dagli alleati, nella crudeltà nazifascista di Sant’Anna di Stazzema. La guerra è sangue, violenza, distruzione. E’ puzza di merda, orrore, sempre e ovunque.

Se questo è vero – e lo è – può essere utile un breve riassunto della cronaca mondiale di questi giorni: dei 160.681 civili uccisi in 11 anni di guerra in Siria, 49.359 sono morti sotto tortura nelle carceri del governo siriano, altre 52.508 persone sono morte sotto i bombardamenti di artiglieria governativi contro zone controllate da gruppi armati anti-regime. E’ un numero pazzesco. Mi chiedo: i nuovi partigiani della “guerra purificatrice e di liberazione”, perché in questi anni non hanno chiesto di armare chi tentava di ribellarsi ad un regime fascista e crudele? In quale altra partita erano persi mentre ciò accadeva e veniva solo da alcuni testimoniato. E ancora: dove sono oggi i fautori “dell’armare chi si difende in nome della libertà e dei valori della Costituzione” mentre i curdi, che abbiamo usato come nostra personale carne da macello contro l’Isis, vengono massacrati quotidianamente dalle bombe turche?

Ancora: dal 2014 nello Yemen la guerra ha complessivamente ucciso, secondo i dati delle Nazioni Unite, almeno 233mila persone. Oltre 12.000 tra questi sono stati uccisi in attacchi mirati, inclusi 7.500 bambini. Molte città yemenite sono state distrutte dalle bombe. Bombe, ricordiamolo, sganciate dall’Arabia Saudita e spesso vendute da noi. Qui gli aggrediti sono gli yemeniti, ma gli affari noi, cioè i nostri governi, tutti, anche quelli sostenuti dai neo partigiani della libertà, li facciamo con l’Arabia Saudita.

Poi c’è un caso più interessante, da sottoporre a questi nuovi alfieri dei diritti umani. Dicono: dobbiamo aiutare gli aggrediti, armandoli. Bene. Ma cosa succede quando gli aggressori siamo noi? E’ accaduto in Afghanistan. E’ accaduto in Iraq. Lì gli occupanti, gli stranieri che imponevano un sistema politico, eravamo noi. Vero, il giochino è giustificare il fatto con la questione che “noi portavamo la democrazia”. Sarà, ma bisognerebbe raccontarlo ai quasi 72mila civili morti in vent’anni di inutile occupazione militare.

C’è un altro elemento del dibattito che mi sfugge, ma scappa evidentemente anche agli araldi della “guerra di liberazione moderna”: i siriani, gli afghani, gli iracheni, i curdi, fanno parte di quella moltitudine di esseri umani in fuga dalle guerre che, quotidianamente, tenta di arrivare da noi. Quando qualcuno di loro ce la fa, impiega anni ad ottenere – quando accade – lo status di rifugiato, cioè quella protezione internazionale che tutti loro dovrebbero avere, in quanto profughi in fuga da una guerra. Gli alfieri delle “armi per liberare i popoli in nome del diritto umano” non hanno mai battuto ciglio sui tempi lunghi e disumani delle procedure europee e italiche, anzi. Hanno appoggiato governi, che hanno fatto accordi con banditi e rais per creare “campi di contenimento” oltre confine, ad esempio in Libia o in Turchia. Di fatto, paghiamo con soldi pubblici i carcerieri che devono fermarli. Per contro, ai profughi ucraini, abbiamo finalmente concesso rapidamente lo status di rifugiato, con i privilegi che ne conseguono. Giusto, niente da dire, ma di fatto abbiamo creato profughi di serie A e profughi di serie B. Contro questa palese violazione del diritto umano, contro questa clamorosa ingiustizia, non si levano voci sdegnate o proteste.

Per il bene del popolo ucraino, per il futuro di quella gente che dobbiamo salvare dal massacro, spero che gli alfieri delle “guerre di liberazione”, abbassino i toni e comincino almeno a confrontarsi secondo regole di democrazia e rispetto. Spero si rendano conto che le soluzioni sono complesse e devono muoversi sempre nel solco dei diritti, che valgono per tutti e sempre. Spero capiscono che lo spirito da hooligan che usano insultando il mondo del pacifismo non serve a risolvere il dramma di chi sta sotto le bombe. Torniamo a discutere, a confrontarci. Torniamo a vivere in una democrazia. Se non lo facciamo, cosa – a parte le vuote parole e le convinzioni arroganti – ci rende diversi da chi appoggia un dittatore come Putin?

In copertina: Caino e Abele cropped) , di László Hegedűs (Galleria Nazionale Ungherese, Budapest).

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