Venezia 2020: Notturno bellico

Il documentario di Gianfranco Rosi,  girato sui confini fra Iraq, Kurdistan, Siria e Libano,  racconta la tragica quotidianità della guerra

di Giuliano Battiston*

È una storia di confini quella di Notturno, il nuovo film di Gianfranco Rosi presentato l’8 settembre in anteprima mondiale alla Mostra del cinema di Venezia e dal 9 settembre nelle sale italiane, prima di un lungo tour di festival internazionali, da Toronto a New York, da Londra a Tokyo. Confini imposti e subiti, combattuti e rivendicati. Politici e personali. Invisibili come quelli che separano i figli dalle madri in lutto in una delle prime scene. Torturati nelle stesse stanze in cui viene intonato il personalissimo requiem delle donne, che ricercano i figli toccando pareti ruvide, porose, imbevute del loro sangue. Fuori da quelle stanze ci sono confini veri, statuali, politici, che Rosi decide di annullare. I luoghi non sono espliciti, i fatti solo in parte deducibili, i passaggi dall’uno all’altro Paese del Medio Oriente non dichiarati. Siamo in Siria, Iraq, Libano oppure nel Kurdistan iracheno? Rosi non lo dice. Le bandiere non importano. In Notturno non c’è spiegazione, didascalismo, ma adesione partecipe alle vite degli altri, l’intima immersione nelle storie di uomini, donne e bambini che vivono dentro e oltre il conflitto.

Il conflitto, la violenza è onnipresente, ma mediata, indiretta. Passa spesso per i suoni. Sullo sfondo di un cielo rosso, illuminato dai fuochi dei pozzi petroliferi, un cacciatore naviga lentamente su acque paludose. In lontananza il crepitare delle armi. In una stanza spoglia, tappeti e materassi in terra, le peshmerga curde si riscaldano attorno a un bollitore di tè, come in un rituale, in silenzio. Di messaggio vocale in messaggio, si fa sempre più disperata la voce della ragazza rapita dai jihadisti dello Stato islamico che invoca l’aiuto della madre. Nella scena forse più forte del film, su un terreno polveroso echeggiano i passi trattenuti dei detenuti di Daesh. Uno a uno, in tuta arancione, escono per l’ora d’aria sullo sfondo grigio della prigione e il cielo plumbeo. La violenza c’è, ma fuori campo. È già avvenuta o segna l’orizzonte.

Rosi non si lascia irretire dal feticismo del conflitto, l’idea che i contesti di guerra si possano raccontare solo attraverso la violenza militare. Sceglie la strada opposta, mostrando tutti i limiti di giornalismo e geopolitica, i due strumenti con cui facciamo i conti con «il mondo altro» e che hanno manipolato recezioni e aspettative di noi spettatori. Il giornalismo, con i reportage, le inchieste e le denunce che tutto vogliono dire e spiegare; la geopolitica, con l’analisi che unisce i puntini dall’alto, cieca di fronte alle storie individuali, futili alla luce della realpolitik. Il realismo documentaristico di Rosi, evocativo e rigoroso, in Notturno segue un’altra strada, complice e personale. Non ha tesi da confermare, ma segue il motto del saggista e romanziere Edward Morgan Forster, «only connect», «nient’altro che connettere la prosa con la passione», ciascuna storia con le altre, dentro la stessa umanità che trascende i confini geografici e il calendario degli uomini. Un’umanità umile e gloriosa nell’invocazione del cantore di Allah, che la moglie veste con amore prima che lui scompaia con il tamburo tra i vicoli.

Per tenere insieme la storia di Ali, il vero protagonista del film chiuso nel suo silenzio di incertezze e doveri, sveglie all’alba per aiutare la mamma e i sei fratelli, e quella delle madri luttuose, Rosi trascorre due anni in Medio Oriente. Conosce, partecipa, condivide. E poi, soltanto poi, gira. Aderisce alla vita degli altri e poi recupera la distanza autoriale. I perplessi obiettano che «mette in scena», organizza, estetizza virando a lirismo e contemplazione. Ma è fare cinema intenzionale, da testimone: prendersi in carico la delega degli altri, trovare «la giusta distanza tra chi filma e chi è filmato», scrive l’autore di Notturno nelle note di regia. A partire da un patto fiduciario con lo spettatore e con i soggetti dei suoi film.

Il patto vale anche con stolti e bambini, i più fragili, ma latori della verità politica. Nell’ospedale psichiatrico di Baghdad un medico organizza una pièce terapeutica per alcuni pazienti. La loro è un’invettiva che riepiloga decenni di storia regionale, non solo irachena, di colonialismi, tirannia, repressione e ingerenze straniere: «I colpi di stato militari, la monarchia, la repubblica, la tirannia, la guerra, l’invasione, l’occupazione, l’estremismo e l’Isis», recita uno dei pazienti. «Mi aspettavo una primavera meravigliosa, di rose, pace e amore, invece è diventata una primavera di guerra, piena di macerie e di tenebre». In una stanza scolastica illuminata a giorno, alcuni bambini, già vittime dello Stato islamico, raccontano i loro traumi. Nei disegni di Fawaz o della piccola Muna, che assiste silenziosa al racconto della sorella, vediamo decapitazioni, arti amputati, torture, uccisioni. Dominano uomini dalla barba nera e lunga, repliche quell’«al-Baghdadi che insegnava ai suoi come uccidere gli yazidi», spiega Fawaz, bambino balbuziente. La sua insegnante-terapeuta lo fa raccontare, per ricucire la ferita con la narrazione. La parola che mette in forma e trasforma, e in parte cura, ciò che è stato. Come i disegni, le immagini. «Voglio trasformare le cose», ha dichiarato Rosi nella conferenza stampa di Venezia. Con Notturno a venire trasformata è la nostra visione e comprensione del Medio Oriente, la cui cronaca passa per il tempo che scandisce e consuma la vita di donne, uomini e bambini ordinari.

* Per gentile concessione di DinamoPress  

In copertina foto di Nathan Anderson  (Unsplash)

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