Disarmo Climatico per fermare la catastrofe

L'impatto delle politiche di militarizzazione su clima ed emergenza ambientale, la relazione tra cambiamento climatico e i conflitti e la transizione energetica i macro temi della tre giorni di Trento

di Alice Pistolesi

La connessione tra guerra e ambiente deve diventare consapevolezza comune. Per questo di impatto delle politiche di militarizzazione su clima ed emergenza ambientale, la relazione tra cambiamento climatico e i conflitti e la transizione energetica sono stati i macro temi affrontati il 27, 28 e 29 ottobre nelle giornate dedicate al Disarmo climatico a Trento, organizzate da la Rete Italiana Pace e Disarmo, l’Associazione 46° Parallelo e il Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani e in collaborazione con il MUSE e l’Agenzia provinciale per la protezione dell’Ambiente del Trentino Agenda 2030.

“È necessario essere sistematici – ha detto Francesco Vignarca, della Rete Italiana Pace e Disarmo durante la prima serata al Muse – Stiamo vivendo un periodo che vede coesistere due minacce esistenziali per l’umanità a causa delle armi nucleari e del cambiamento climatico. Una situazione di questo tipo ha bisogno di una risposta globale”. Dalla necessità di agire e di trovare soluzioni nasce l’idea della tre giorni di approfondimento. “Disarmare il Mondo – ha detto Raffaele Crocco, direttore di Unimondo.org e di Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo, che ha moderato la serata – significa mettere in atto un’azione concreta per frenare il disastro ambientale”.

Il collegamento tra la guerra e l’ambiente è infatti sempre più evidente, ma ancora poco analizzato. “Il 90% dei venti paesi con minori livelli di pace – continua Vignarca – secondo l’Indice di Pace Globale, affronta almeno una minaccia ecologica catastrofica. Il legame diretto tra cambiamenti climatici- guerra e minaccia ecologica è lampante: solo affrontando insieme anche questi problemi riusciremo a costruire la pace”.

Lo Yemen è uno dei teatri di guerra in cui questo legame si manifesta crudelmente, perché al disastro umanitario provocato da otto anni di guerra si uniscono le devastazioni causate dalle inondazioni. “Il Paese – ha detto, in un contributo video, Radhya Almutawakel del Mwatana for Human Rights – è diventato una sorta di scarico di tutti i tipi di armi esplosive. Qualsiasi cosa in Yemen è stata colpita con armi esplosive. Abbiamo documentato più di centinaia di attacchi e, nella maggior parte dei casi, non siamo riusciti a trovare nemmeno un obiettivo militare”. Una guerra, quella dello Yemen, che Radhya Almutawakel definisce “ignorata”, più che dimenticata.

Un altro collegamento che esiste tra guerra e ambiente è quello energetico. “La metà dei conflitti dal 1973 ad oggi – ha detto Giuseppe Onufrio direttore esecutivo di GreenPeace – sono legati al controllo delle fonti fossili. Il conflitto in Ucraina sta rilevando quanto una guerra possa far regredire la transizione energetica. Stiamo assistendo al lavoro di lobbyng russo per far rientrare, ad esempio, nucleare e gas nella tassonomia di energia green. I Paesi Occidentali, inoltre, stanno infatti smettendo di investire in rinnovabili, cosa che già facevano molto poco, per concentrarsi sulla sicurezza energetica, a discapito dell’ambiente”.

Le guerre, inoltre, non sono tenute a rendere conto di quanto inquinano. “I 40 Paesi più industrializzati – ha riferito in un contributo video Ellie Kinney, The Conflict and Environment Observatory – hanno speso 1.270miliardi di dollari per le loro forze armate nel 2020, ma solo 5 hanno dichiarato le proprie emissioni in linea con quanto stabilito dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. In questa fase della crisi climatica, nessuna industria può o dovrebbe essere esentata dai tagli alle emissioni, soprattutto quando una delle più grandi forze armate del mondo, come gli Stati Uniti, hanno un’impronta di carbonio più grande di 140 Paesi”.

Il legame tra impresa della guerra e territorio si vede anche laddove il conflitto non è combattuto, ma a combatterlo ci si prepara. La serata al Muse ha infatti riportato il caso della Sardegna, una delle aree più soggette a servitù militare. “Ci sono intere aree della Regione – ha spiegato la giornalista Stefania Divertito di Edizioni Ambiente – in assetto di guerra: chi abita nei pressi dei poligoni ha vita limitata. Per fare alcuni esempi: la Zona della costa di Quirra è stata recentemente bombardata a fuoco vivo, a Cala Zafferana i missili sono incastonati nella roccia, che in estate è aperta ai turisti. Di quello che tutto questo provoca alla salute delle persone e dell’ambiente, però, sappiamo molto poco. Una commissione parlamentare aveva poco tempo fa rilevato come zone della Regione vengano affittate alle industrie militari straniere, che emettono una autocertificazione in cui si specifica che le esercitazioni non hanno conseguenze sul territorio. Documenti su cui però non abbiamo nessuno controllo”.

La prima sessione della seconda giornata, moderata da Roberto Barbiero di APPA Trentino, ha messo in relazione inquinamento, guerra e industria militare. “C’è – ha spiegato Pere Brunet del Centre Delas – una vasta rete di interessi e potere globali, guidata da a una manciata di attori privati sovranazionali che detengono un controllo non democratico su aziende e governi”. Un’industria, quella militare, profondamente inquinante. “La guerra e la preparazione alla guerra – ha proseguito – sono attività ad alta intensità di combustibili fossili. Dal 2001 Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha consumato il 77-80% dell’energia totale. Con le emissioni associate alle sue attività e quelle legate alla produzione di armi si arriva a 212milioni di tonnellate di emissioni nel 2017”.

Con la giornalista di Greenpeace Sofia Basso siamo invece tornati in Italia. “Nonostante gli effetti di gas e petrolio sulla crisi climatica e sulla pace – ha spiegato – il nostro Paese destina circa il 70% della sua spesa per le missioni militari in operazioni a tutela delle fonti fossili, ovvero 870milioni di euro nel 2022. Inoltre due delle missioni nazionali hanno come primo compito la protezione di asset Eni in acque internazionali. Questo vale anche per l’Unione Europea, circa due terzi delle missioni targate Ue sono collegate alle fonti fossili”.

Di causa-effetto della guerra e di azioni per la giustizia climatica si è parlato nella seconda sessione, moderata da Alice Pistolesi dell’Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo. Gli Stati stanno reagendo al cambiamento climatico con la militarizzazione. “Si sta agendo – ha detto Nick Buxton del Transnational Institute – per preparare un futuro militarizzato, prevedendo che il cambiamento climatico creerà un mondo di scarsità che richiederà sicurezza. Ciò si basa sull’idea che le risorse saranno limitate, che questo causerà conflitti e che saranno necessarie forze di sicurezza e armate per gestirle. Il cambiamento climatico viene usato per giustificare l’aumento delle spese militari, anziché il contrario. Questo atteggiamento si riflette anche sulle frontiere. È molto evidente che in molti piani nazionali ci si concentra sulla “minaccia” dei migranti”.

L’insicurezza climatica può quindi essere motore di conflitto e di profonde ingiustizie. “C’è da considerare, ad esempio, la diminuzione della produzione agricola – ha detto Marzio Marzorati di Legambiente – e dell’uso intensivo del suolo che porta a desertificazione, degrado e accaparramento dei suoli fertili. Altro tema è quello del calcolo economico dell’esaurimento delle risorse naturali, ora molto difficile perché l’economica non ne tiene conto. Se una popolazione esaurisce le riserve minerali, le foreste, i suoi terreni, se le acque sono inquinate, tutto questo non rientra nel calcolo della produttività economica”.

Di azioni di giustizia climatica si è parlato con Agnese Casadei di Friday for future Italia, movimento che è riuscito in un anno a portare 8milioni di persone in piazza. “Ci stiamo interrogando da tempo – ha detto– su come poter inglobare la causa pacifista in quella per l’ambiente, perché rileviamo che sia necessario che i due mondi si parlino sempre di più. Il movimento, inoltre, è nato in Europa ma sta cercando di non avere un punto di vista occidentale, ma globale”.

Di transizione verso la sicurezza climatica si è parlato nella sessione conclusiva, moderata da Daniele Taurino, del Movimento Nonviolento. Una transizione che non deve andare ad accentuare le disuguaglianze, sia tra Stati che all’interno degli Stati. “A livello globale, l’1% più ricco – ha detto Gianluca Ruggieri dell’Università dell’Insubria – è responsabile del 23% di aumento di emissioni, mentre il 50% più povero lo è del 16%. Una cosa di cui dobbiamo tenere conto è che la transizione non può pesare sulle fasce più deboli”.

Di alcuni esempi di azione partecipativa per il clima ha parlato Agnese Bertello di Ascolto Attivo. “Esistono vari metodi utili e partecipativi per affrontare in maniera nuova queste tematiche. Attraverso il dibattito pubblico, i sondaggi deliberativi e le assemblee, infatti, si dà ai cittadini una serie di competenze che consentono l’elaborazione di proposte efficaci”. Azioni partecipative per il clima sono state messe in campo in Germania, Italia, Francia e Gran Bretagna.

Ma quale può essere il ruolo del diritto quando si parla di giustizia climatica? A rispondere è stato Luciano Butti, avvocato e docente dell’Università di Padova. “Il diritto nazionale – ha detto – può, ad esempio, ovviare alle difficoltà del diritto internazionale creando reti tra stati tecnologicamente avanzati e stati in transizione economica e tecnologica. Può, inoltre, dare voce a chi non ce l’ha e distribuire le esternalità negative non sulle fasce più deboli”.

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