Etiopia, la guerra del caffè

di Andrea Tomasi

Ve lo ricordate George Clooney che sorseggia caffè con sguardo ammiccante? Con poche parole lo spot pubblicitario con l’attore hollywoodiano è diventato un tormentone. E fonte di guadagno. Il caffè dell’impero Nestlé tira, anche grazie a George. Ma, come vedremo, non solo. Nestlé ha registrato nei primi tre mesi dell’anno ricavi oltre le attese. Così le vendite sono aumentate del 3,9% su base organica a quota 19,1 miliardi di euro, 20,9 miliardi di franchi svizzeri. La società Lavazza, per restare in Italia, ha realizzato nel 2015 un utile consolidato in netto miglioramento a 802 milioni rispetto ai 127 milioni dell’anno precedente. Caffè Vergnano ha chiuso il 2015 con un fatturato di 75,1 milioni di euro registrando una crescita del 6% rispetto al 2014. L’anno si è chiuso con un saldo di cassa pari a 1.351 milioni, rispetto ai 340 dell’esercizio precedente.  Per circa 20 milioni di africani la produzione di caffè costituisce l’unica fonte reale di reddito. Dopo il gas naturale, il caffè è il prodotto grezzo più commercializzato al mondo. Il mercato attuale strangola i piccoli produttori e tutela i grandi investitori. A scriverlo è Marco Trovato su Report Africa: «Il prezzo del caffè oscilla come un’altalena impazzita. A rimetterci sono milioni di coltivatori africani. Che ora promettono battaglia alle imprese che smerciano le miscele». Il problema – racconta – è che i prezzi vengono definiti dai produttori dei Paesi del Nord del mondo, che lo producono e se lo bevono. «Nella regione del Kaffa, ritenuta la culla storica della celebre bevanda, la sopravvivenza della popolazione dipende dalla Coffea arabica, una pianta tanto preziosa quanto capricciosa». Le popolazioni oromo e sidamo, a sud della capitale Addis Abeba, raccolgono i chicchi. «Ognuno ne rastrella almeno trenta chili al giorno. Anche i bambini e le donne si danno da fare per riempire i panieri di vimini». Un incaricato della Sidama Coffee Farmers Cooperative spiega che i piccoli frutti rossi «devono essere controllati uno ad uno, sbucciati, separati dalla polpa, quindi messi a macerare nell’acqua per un paio di giorni». Infine i noccioli vengono setacciati e fatti essiccare. «I chicchi devono essere rivoltati a mano per settimane, ogni giorno, e selezionati minuziosamente. Poi possono essere venduti». Coi soldi del raccolto chi lavora nei campi riesce a malapena a vivere per un anno. Per ogni chilo di caffè grezzo si ricavano sessanta centesimi di euro. «Un compenso da fame. Il business è in mano ai rivenditori delle miscele, nel nord del mondo» raccontano i raccoglitori. In Etiopia – sesto produttore al mondo di caffè e primo esportatore africano – ci sono almeno 15 milioni di coltivatori «costretti a svendere il proprio raccolto alle sei multinazionali (Procter & Gamble, Starbuks, Sara Lee, Kraft, Tchibo e Nestlé) che controllano il 60% del mercato mondiale del caffè. Il valore commerciale globale del settore vale circa 90 miliardi di dollari. Ma solo 5 miliardi, ovvero circa il 6% dei guadagni, vengono intascati dai coltivatori. La gran parte della torta se la dividono i colossi, che dettano legge sui prezzi all’ingrosso.  Tadessa Maskela, portavoce della Oromia Coffee Farmers Cooperative Union, spiega che talvolta i raccogliotori sono costretti costretti ad accettare prezzi che neanche coprono le spese per la produzione. Insomma è un mercato senza regole e tutele, che va a solo vantaggio dei grandi marchi. Trovato spiega che fino a una ventina di anni fa, il commercio del caffè era disciplinato da un organismo internazionale che regolamentava la produzione e garantiva un minimo di stabilità ai prezzi. «Dal 1989 il prezzo è stato liberalizzato su pressione di alcuni Paesi importatori, tra cui gli Stati Uniti e l’Unione Europea». Oggi i chicchi di caffè vengono quotati in borsa. Il loro prezzo sale e scende, per i piacere degli speculatori. Trovato, racconta che in Ruanda e Burundi il caffè costituisce da tempo una delle più importanti sorgente di valuta straniera. «In Madagascar, Kenya, Tanzania, Malawi e Zambia, è uno dei maggiori prodotti di esportazione. In Uganda (diventata leader continentale della qualità Robusta, dopo il crollo della produzione in Costa d’Avorio a seguito della guerra civile) il caffè copre circa la metà del Pil nazionale».

http://www.reportafrica.it/articoli.php?categoriacod=ATT&idarticolo=265

Caffè Vergnano chiude il 2015 a 75 milioni in crescita del 6%

Nestlé, ricavi trimestrali +3,9% sostenuti da Nespresso e Nescafé

Lavazza: l’estero spinge i ricavi a 1,5 miliardi (+9,6%), utile 802 m. per la cessione azioni Keurig

Tags:

Ads

You May Also Like

Maledetti giornalisti

di Ilario Pedrini La categoria dei giornalisti fa di tutto per non farsi volere ...

Iran atomico, un film da rifare

Gli Stati Uniti si sfilano dall'accordo sul nucleare. Tra le istituzioni e la popolazione iraniana c'è preoccupazione e senso di insicurezza. Ai microfoni di Caravan la giornalista Marina Forti dice: «Gli Usa di Trump deludono e sono pericolosi». Colpo mortale all'economia e alla stabilità del Paese

di Andrea Tomasi Gli iraniani non ci stanno a fare la parte dei cattivi. ...

Rdc: le domande necessarie per capire

Dopo la morte dell'ambasciatore, della sua scorta e del suo autista dobbiamo chiederci: "Conosciamo veramente quella regione ?..... Dobbiamo interrogarci - commenta Padre Giovanni Pross - sulla nostra tendenza di considerare quelle popolazioni inferiori...In Congo non ci sono fabbriche di armi"