Fronti di guerra: la tregua che non c’è. Il punto

La necessità di negoziare quanto meno la fine dei combattimenti sta diventando prioritaria nel quadro internazionale

di Raffaele Crocco

Lo ha detto il generale Kyrylo Budanov, capo dell’intelligence militare di Kiev: l’Ucraina è militarmente in crisi. Quello che molti analisti preannunciavano sta accadendo. Kiev è a corto di uomini, non riesce più a contenere la pressione russa. Non è l’intero fronte a rischiare, ma in ampie aree l’esercito di Putin sta avanzando, complice la nuova tattica dei piccoli gruppi d’assalto – massimo cinque uomini – che si infiltrano tra le linee gettando scompiglio. Per ritardare l’avanzata russa verso Kharkiv, l’esercito di Kiev è ripiegato su posizioni più difensive.

I villaggi di Lukiantsi e Vovchansk sono stati conquistati dalle truppe di Putin, così come Robotyne, nella regione di Zaporizhzhia. Per il Presidente ucraino Zelensky sono, ovviamente, pessime notizie. Ha cancellato il previsto tour fra Spagna, Portogallo e Belgio, moltiplicando però gli appelli agli alleati: servono armi per fermare Putin. Il Presidente russo, al contrario, è parso piuttosto ottimista. Alla vigilia del viaggio in Cina per incontrare il presidente Xi Jinping, il capo del Cremlino ha sottolineato che «tutti gli obiettivi che la Russia si è posta nel suo intervento in Ucraina si stanno realizzando». Parole che, paradossalmente, a molti appaiono come la premessa all’apertura di un negoziato. Molti osservatori sostengono che, contrariamente a due anni fa, quando l’obiettivo di Putin era conquistare più territorio ucraino possibile e abbattere Zelensky, oggi il Presidente russo voglia ottenere vittorie sul campo, per poter avere una posizione più vantaggiosa nell’aprire un futuro e inevitabile tavolo di negoziato.

D’altro canto, la necessità di negoziare quanto meno la fine dei combattimenti sta diventando prioritaria, nel quadro internazionale. Nei Paesi dell’area si sta creando una incontrollabile e pericolosa situazione di caos. In Georgia sono riesplose le proteste in strada, dopo la l’approvazione in Parlamento della legge contro le “influenze straniere”, sostenuta dal filorusso partito “Sogno georgiano”. In Moldavia continuano le tensioni per la non riconosciuta Repubblica di Transinistria, filorussa. I Paesi Baltici sono invece sempre più in allarme, preoccupati da una possibile azione militare da parte del Cremlino.

Una vera polveriera, quindi, che potrebbe far crescere la tensione fra i blocchi che si contrappongono nel Risiko mondiale. “Filoamericani” e “antagonisti” continuano a danzare sul mar Rosso, con gli Houthi sempre ad attaccare i mercantili diretti a Suez in nome della solidarietà al popolo palestinese. E la danza macabra è attorno alla Striscia di Gaza. A quasi otto mesi dall’inizio di questa fase della guerra, nei giorni che ricordano la “Nakba”, la catastrofe della fuga da Israele del 1948, ci sono duri scontri di nuovo nella zona Nord della Striscia, a Jabalya, nell’operazione allargata lanciata dall’esercito contro Hamas che si sta riorganizzando. Le operazioni militari israeliane continuano contro il Libano, con l’uccisione di un alto comandante Hezbollah. La risposta della formazione sciita si è concretizzata con il lancio di 60 razzi sul Nord di Israele.

Le azioni militari continuano a dispetto della crisi politica – interna e internazionale – di Israele. Il ministro della difesa Yoav Gallant, laburista, ha sferrato un attacco diretto e pubblico al premier Benyamin Netanyahu, sostenendo dopo questa guerra Israele non dovrà restare a governare la Striscia. La risposta di Netanyahu è stata sintetica: «finché Hamas resta a Gaza, nessun altro governerà la Striscia: certamente non l’Autorità nazionale palestinese».

La comunità internazionale, al di là delle dichiarazioni di facciata, appare bloccata, incapace di trovare soluzioni. Soluzioni che mancano anche in Myanmar, dove si gioca un’altra parte della partita fra blocchi. In ballo, ancora una volta, ci sono molte cose: il controllo dell’Indo-Pacifico, delle ingenti risorse minerarie del Paese, tra cui le terre rare, della manodopera a bassissimo costo per i grandi marchi, dei traffici di pietre preziose, legname pregiato e droga. Il golpe militare del 2021, con la giunta appoggiata da Cina e Russia, ha stroncato il processo di democratizzazione avviato con fatica dieci anni prima. La rivolta della popolazione si è trasformata in una terribile guerra interna. Gli sfollati sono almeno 3 milioni e la crisi umanitaria ha ridotto in povertà quasi 18,6 milioni di persone. E’ la quinta emergenza più grave a livello globale. Intanto, si combatte. I ribelli hanno conquistato molte regioni e città. La giunta ha praticamente solo il controllo della zona centrale del Paese. In settimana, i militari hanno attaccato ovunque e sganciato bombe in zone densamente popolate. Hanno arrestato e utilizzato i civili come scudi umani in particolare nella regione di Magway, nello stato di Kachin e nello stato di Rakhine. A fine aprile, oltre 20 persone sono morte e oltre 70 sono state ferite dagli attacchi di artiglieria pesante e leggera dell’esercito. Tra i morti si contano quattro bambini, mentre in sette sono rimasti feriti.

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