Guerre commerciali. Gli Usa al bivio (3)

Terza e ultima puntata.Come cambieranno i rapporti tra Washington e Pechino?

di Maurizio Sacchi – 3 (fine)

Al momento di pubblicare la terza e ultima parte di questo racconto sulla guerra commerciale Usa-Cina, Biden è di fatto il nuovo presidente degli Stati uniti. Cosa cambierà? Per competere con la Cina, il  piano economico “Build Back Better” (Ricostruire meglio) di Biden promuove gli investimenti nelle industrie e nella ricerca statunitensi, puntando su una maggiore competitività americana, più che sulle sanzioni e le tariffe dell’era Trump. E vede alcune aree in cui Washington e Pechino possono cooperare: cambiamento climatico, sicurezza sanitaria e non proliferazione atomica.

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Questo il commento di Andy Rothman, stratega finanziario, che ha vissuto e lavorato in Cina per più di 20 anni, analizzandone l’ambiente economico e politico: “Mi aspetto che l’ approccio alla Cina di Joe Biden si basi su due concetti: lavorare con le altre democrazie per collaborare con Pechino ove possibile, e esercitare pressioni congiuntamente ad esse quando necessario; e incentivare Pechino a cambiare il suo comportamento, piuttosto che fare affidamento su tariffe e sanzioni. Negli ultimi 40 anni, questo tipo di politica verso il governo cinese ha notevolmente migliorato un’ampia gamma di interessi statunitensi. Le tensioni politiche non dovrebbero ostacolare la ripresa economica. Se le relazioni politiche USA-Cina si inasprissero dopo le dopo le elezioni, l’impatto  sull’economia cinese, che si basa principalmente sulla domanda interna, sarebbe comunque modesto“.

L’anno scorso, sostiene sempre Rothman,il consumo interno ha rappresentato quasi il 60% della crescita del Pil cinese. Il valore lordo delle esportazioni è stato  pari al 17% del PIL cinese; ovvero meno della metà del 35 percento del 2007.  Significativamente, negli ultimi cinque anni, le esportazioni nette (il valore delle esportazioni di un Paese meno le sue importazioni) hanno, in media, contribuito zero alla crescita del Pil cinese. Inoltre, solo il 17% delle esportazioni cinesi è andato negli Stati Uniti lo scorso anno. E nonostante la “guerra commerciale”, la quota cinese delle esportazioni globali ha raggiunto un livello record quest’anno e la Cina continua a guidare la crescita economica globale. Poi, dovremmo riconoscere che non è possibile separarsi dall’economia cinese, che l’anno scorso ha rappresentato circa il 40% della crescita economica globale, maggiore della crescita globale di Stati Uniti, Europa e Giappone messi insieme. Inoltre, sarà molto difficile per gli Stati Uniti affrontare questioni globali come il cambiamento climatico, la proliferazione nucleare e il traffico di droga senza la cooperazione del governo cinese”. In altre parole, tutto consiglia di “mettere da parte del tutto lo stesso concetto di guerra commerciale con Pechino“.

Un ostacolo alla normalizzazione fra le due superpotenze sta però nel tema dei diritti umani. Tradizionalmente, il Partito democratico fa di questo tema un proprio cardine, anche in politica estera. Biden ha guidato il primo viaggio a Pechino come presidente della Commissione per le relazioni estere del Senato, che inaugurava una nuova era nelle relazioni dell’America con la Cina: il primo passo di un percorso che avrebbe portato all’ Ingresso della Repubblica popolare nell’Organizzazione mondiale del commercio. “Gli Stati Uniti accolgono con favore l’emergere di una Cina prospera e integrata sulla scena globale, perché ci aspettiamo che questa sarà una Cina che rispetta le regole“, Così Biden al  Ministro degli esteri di Pechino. ha ricordato Frank Jannuzi, assistente del Senato che organizzò il viaggio e trae questo ricordo dagli appunti presi affiancando  Biden.

Ma recentemente Biden ha definito Xi Jinping un “delinquente“. Ha minacciato, se eletto, di imporre “rapide sanzioni economiche se la Cina tentasse di mettere a tacere i cittadini e le aziende americane. “Gli Stati Uniti devono essere duri con la Cina“, ha scritto questo inverno in un saggio. Biden ora vede il rapporto con la Repubblica popolare come una grande sfida strategica, secondo le dichiarazioni rilasciate al New York times da più di una dozzina dei suoi consiglieri per la  politica estera, e da lui stesso. Durante il quadriennio dell’amministrazione Trump le relazioni sono cadute al loro punto più basso dal ripristino dei legami formali nel 1979. Hong Kong, e il confronto armato nel Mar cinese meridionale e altrove sono viste a Washington come una sfida aperta. Un episodio di quasi vent’anni fa può essere illuminante sull’approccio del nuovo inquilino della Casa Bianca 

Biden e gli studenti cinesi

Nel suo viaggio in Cina  del 2001, Biden,  durante  un dibattito con circa 40 studenti di master  alla Fudan University di Shangha cercò di portare il discorso sugli ideali democratici. C’è una domanda che avevo intenzione di porre agli studenti cinesi“, ha detto Biden, “Gli studenti di piazza Tienanmen erano patrioti o traditori della Repubblica popolare cinese?  Silenzio. Quindi, uno studente di fisica, uno studioso di Newton ed Einstein, si alzò: “Gli studenti di Tiananmen erano eroi della Repubblica popolare cinese”, ha detto. “Senatore, il cambiamento arriverà in Cina. Ma saremo noi, gli studenti di Newton, a determinare il ritmo e la direzione di quel cambiamento. Non voi, o chiunque altro che lavorerà sulle rive del Potomac “.

Durante la campagna elettorale, I tentativi di Biden di battere Trump sul terreno del contenimento della Cina hanno provocato un contraccolpo: alcuni asiatici-americani hanno criticato le sue dichiarazioni anti-Cina come razziste. E i critici progressisti del potere americano dicono che Biden sta perpetuando l’atteggiamento di superiorità degli Stati Uniti. Alcune delle idee di Biden paiono insomma  fare eco a quelle dei funzionari di Trump, compresi gli incentivi a spostare importanti catene di approvvigionamento industriale fuori dalla Cina. E prevede di utilizzare il potere d’acquisto del governo federale, attraverso  “piani di acquisto americani”, per rafforzare la produzione nazionale di beni strategici come i farmaci. Ora, mentre Trump e Sanders chiedono di “punire” la Cina, gli assistenti di Biden mettono l’accento sulla ricostruzione e aggiornamento dell’economia nazionale. In un discorso a giugno al Carnegie Endowment for International Peace, Jake Sullivan, uno dei massimi consiglieri di Biden, ha affermato che gli Stati Uniti “dovrebbero concentrarsi meno sul tentativo di rallentare la Cina e maggiore enfasi sul tentativo di correre più veloci noi stessi“. Una strategia che comporta investimenti nella ricerca scientifica e nelle industrie emergenti degli Stati uniti, nonché il ripristino di alleanze all’estero.

Ma sui diritti umani, Biden insiste che la Cina debba pagare un prezzo. Un portavoce della sua campagna ha detto ad agosto che Biden credeva che il governo cinese stesse commettendo un “genocidio” contro i musulmani di etnia uigura nella regione dello Xinjiang. E il neo-presidente minaccia sanzioni e restrizioni commerciali contro i funzionari cinesi e alle entità responsabili della repressione. Da parte cinese, Wang Yi, il Ministro degli esteri, ha detto che quel che vuole la Cina non è una “nuova guerra fredda“, ma ha sottolineato che “gli Stati Uniti devono abbandonare la loro fantasia di rimodellare la Cina secondo i i bisogni degli Stati Uniti”. Si tratta dunque di un tema critico, sul quale i due Paesi dovranno trovare un accordo. Ma che difficilmente si trasformerà in sanzioni, dato il diverso approccio che la futura amministrazione a stelle e strisce sembra avviato ad adottare.

3 – Fine. I precedenti capitoli sono usciti il 3 e il 6 novembre

In copertina Biden durante il  U.S.–China Strategic and Economic Dialogue a Washington nel  2013 (Foto del Dipartimento di Stato Usa)

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