HK, dopo la svolta di Pechino

Dure reazioni alla decisione del parlamento della Rpc di  proseguire con la formulazione della legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong che ne mina l'autonomia

Dopo che il parlamento cinese ha approvato la decisione di andare avanti con la formulazione della controversa legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong che ne mina fortemente l’autonomia, le reazioni non si sono fatte attendere. Soprattutto da parte americana, britannica, australiana e canadese. Il Segretario di Stato americano Mike Pompeo con gli altri tre Ministri degli Esteri alleati – scrive il South China Morning Post di Hong Kong –  hanno invitato la Cina a onorare gli impegni assunti ai sensi della Dichiarazione congiunta sino-britannica che regolò l’abbandono del Regno Unito della sua ultima colonia orientale.

Gli Stati Uniti hanno intensificato la pressione diplomatica contro la mossa della Rpc di imporre la nuova legge e con i suoi tre omologhi ha firmato una dichiarazione che invita Pechino  a lavorare con Hong Kong per trovare una soluzione: “La decisione della Cina di imporre la nuova legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong è in conflitto diretto con i suoi obblighi internazionali in base ai principi della Dichiarazione congiunta sino-britannica legalmente vincolante e registrata dalle Nazioni Unite”, si dice nel testo firmato anche dal britannico Dominic Raab, dall’australiana  Marise Payne e dal canadese François-Philippe Champagne.

A Pechino Il Congresso nazionale del popolo ha votato giovedì  con 2.878 voti a favore la decisione di autorizzare il proprio Comitato permanente a redigere la legislazione (1 contrario 6 astensioni). Una decisione che non ha però negoziato con il parlamento di Hong Kong, diviso tra lealisti e opposizione, quest’ultima con l’appoggio forte della piazza come si è visto nei giorni scorsi. Secondo la Cina  la nuova legge ha lo scopo di combattere la secessione, la sovversione, il terrorismo e le interferenze straniere nella città, un progetto – presentato settimana scorsa – che ha innescato nuove proteste interne e polemiche internazionali.

La legge modificherebbe la mini-costituzione del territorio, o Legge fondamentale, per imporre al suo governo di applicare misure che saranno decise in seguito dai leader cinesi. La fine, secondo diversi osservatori, non solo dell’autonomia della città ma del paradigma: “Un Paese due sistemi”, in vigore dal 1997 quando l’ex colonia britannica tornò alla Cina.

(Red/Em.Gi.)

In copertina una veduta di Hong Kong di Florian Wehde

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