Il poliziotto virtuale di Quito

L'Ecuador sarà il primo Paese ad autorizzare gli agenti a infiltrarsi nei social

Mentre l’Ecuador vive ore politiche difficili, diamo uno sguardo a una decisione dell’Ecuador che riguarda indagini virtuali dentro i social network con una scelta inquirente che lascia perplessi e annuncia una nuova frontiera poliziesca che Quito può vantarsi di avere aperta per prima

di Stefano Bocconetti

In Ecuador sono arrivati a questo: che dietro ad un amico “virtuale” potrebbe nascondersi un agente di polizia. Che indaga su tutto, senza che ci sia un mandato, senza neanche il bisogno di un sospetto. Il “nome”, la persona col quale si scambiano messaggi sui social, in una chat o su un forum potrebbe rivelarsi un investigatore. Che poi potrebbe usare come prova, una qualsiasi frase, un qualsiasi commento. Accade – s’è detto – nel Paese sudamericano governato dal banchiere neoliberista Guillermo Lasso, nel Paese andino che vive una profonda, lacerante crisi politica, sociale, economica. Ed una drammatica crisi di sicurezza, con dati spaventosi, quasi quattromila e settecento morti solo l’anno scorso. Uccisi quasi tutti in una guerra senza esclusione di colpi fra le bande che si contendono il predominio nella costa del Pacifico, che ormai è diventata l’hub principale per il traffico di cocaina verso gli Stati Uniti e l’Europa.

Una crisi della sicurezza che è solo lo specchio di un Paese ormai quasi al collasso, segnato da uno scontro sociale durissimo, dove i popoli indigeni pagano un prezzo alto – di morti, di repressione – nella loro opposizione alle tante, alle troppe licenze di estrazione petrolifere concesse dal governo nella foresta amazzonica.

Ora, in più, l’Ecuador avrà un altro capitolo per conquistare l’attenzione internazionale. Sarà il Paese che s’è inventato una nuova figura nelle attività repressive, sarà il primo Paese ad autorizzare gli agenti “infiltrati nei social”. Certo, lo spionaggio on line, la sorveglianza, il controllo della società civile non nascono in Ecuador, hanno una lunga storia che coinvolge, purtroppo, anche molti Paesi democratici. Una lunga storia che conoscono tutti: dal più famoso spyware, Pegasus, creato dal colosso israeliano NSO Group, capace di “infilarsi” nei cellulari senza che il proprietario se ne accorga, utilizzato per spiare esponenti politici anche nel vecchio continente, fino all’ordine esecutivo, firmato a marzo da Biden. Provvedimento col quale il Presidente Usa ha proibito a tutte le agenzie federali statunitensi di usare i software spia. Una storia non lineare perché se va citata anche l’indagine europea sugli spyware – che sta per concludersi con una moratoria sul loro uso – va anche ricordato che la Francia ha appena deciso un ultra-invasivo sistema di “monitoraggio” nelle strade per prevenire qualsiasi tensione alla vigilia delle Olimpiadi di Parigi.

Ma, appunto, in questi casi si parla di sofisticatissimi sistemi di sorveglianza. L’Ecuador, il suo governo hanno scelto invece una strada – come dire? – più rozza, più grossolana. Più economica. Prendendo a pretesto la drammatica situazione dell’ordine pubblico, all’inizio di aprile l’esecutivo di Guillermo Lasso ha varato quella che si chiama “legge organica per il rafforzamento delle capacità istituzionali e la sicurezza integrale”. Un lungo, sterminato titolo che nasconde – è facile capirlo – una stretta sui diritti civili. E dentro queste norme, c’è la “perla”: l’introduzione della figura dell’”agente informatico sotto copertura”. Avrà compiti – testualmente – di “patrullaje”, di pattugliamento telematico. Un funzionario della giustizia ecuadoregna potrà, insomma, incaricare un agente di inventarsi uno pseudonimo, un alias e di frequentare qualsiasi forum, qualsiasi chat. I socialnetwork. Non avrà bisogno di alcuna autorizzazione giudiziaria e – ancora più sconvolgente – non dovrà investigare su qualche reato. Dovrà appunto “pattugliare”, alla ricerca di qualcosa. Di qualche reato. O più probabilmente, di qualche giudizio politico non gradito.

Andranno a fare “escursiones de pesca”, andranno a fare indagini a “strascico”, come gli utenti sudamericani hanno già descritto la legge. Perché la norma letteralmente non prevede limiti: gli agenti infiltrati on line hanno il compito di “raccogliere informazioni sui reati commessi ed anche su quelli che potrebbero essere commessi”. Potranno spiare tutto e tutti, dunque, senza ostacoli burocratici. E quelle informazioni raccolte sotto copertura, anonimamente, varranno come prova in un eventuale processo.

La vecchia legge, quella che prevedeva, come in gran parte del Mondo, che la sorveglianza potesse essere autorizzata solo e soltanto quando necessaria ad un’indagine penale, è stata semplicemente messa in soffitta. Così come non si sa che fine faranno le vecchie norme secondo le quali le informazioni raccolte dovevano esser conservate solo per il tempo necessario e poi cancellate. Di più: ancora non si sa quale sarà la sorte delle convenzioni internazionali – ratificate anche dall’Ecuador – che vietano appunto l’interferenza governativa nella privacy.

Si sa solo che la legge da poco più di un mese è operativa. Le conseguenze le si conosceranno fra un po’. E allora se è quasi senza speranza l’ultimo appello lanciato dalle Ong “alle autorità giudiziarie” del Paese perché si rifiutino di applicare le norme, l’unica strada percorribile sembra quella indicata da AccessNow, forse la più autorevole fra le associazioni per i diritti digitali: “Chiediamo alle organizzazioni internazionali, ai media, alle alleanze regionali e ai personaggi pubblici di denunciare e continuare la loro lotta per la protezione dei diritti fondamentali in Ecuador”.

In copertina foto di Markus Spiske (Unsplash)

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