Il virus e l’economia globale

Le autorità cinesi hanno lanciato una serie di misure per affrontare il panico del mercato

di Maurizio Sacchi

Mentre le speculazioni di ogni tipo sul Coronavirus rubano la scena, e contribuiscono a confondere il panorama di tutto il mondo su questa pandemia, un effetto molto tangibile si è già realizzato nella dimensione dell’economia. 

I mercati azionari in Cina hanno visto il più grande calo giornaliero in cinque anni: l’indice composito di riferimento di Shanghai è sceso dell’8,7 percento lunedì 1 febbraio Il composito di Shenzhen è sceso del 9,1 percento,   pericolosamente vicino alla caduta massima giornaliera consentita del 10%, dopo di che la negoziazione è stata sospesa. La moneta cinese è scesa al di sotto dei sette yuan per  dollaro.

Le autorità cinesi hanno lanciato una serie di misure per affrontare il panico del mercato. Domenica hanno annunciato di aver inondato il sistema finanziario di 1,2 miliardi di yuan (170 miliardi di dollari) in liquidità aggiuntiva, una misura progettata per acquistare titoli da investitori presi dal panico che cercano di vendere. Ma questo a fronte di perdite calcolate attualmente in 420 miliardi dollari.

Goldman Sachs ha previsto che il virus potrebbe ridurre la crescita cinese al 5,5% per l’anno, dal 6,1% nel 2019, con effetti a catena per il resto dell’economia mondiale.Gli economisti di Citigroup hanno affermato che le misure adottate dalle autorità cinesi  “difficilmente” saranno sufficienti a prevenire una brusca flessione del prodotto interno lordo  nel primo trimestre.

Nel 2002, quando emerse in Cina il virus della SARS, le fabbriche del paese sfornavano principalmente prodotti a basso costo, come magliette e scarpe da ginnastica per i clienti di tutto il mondo. Ma diciassette anni dopo la Cina si è evoluta in un elemento fondamentale dell’economia globale, rendendo l’epidemia una minaccia sostanziale per tutta l’economia mondiale.Le aziende internazionali che si affidano alle fabbriche cinesi per realizzare i propri prodotti, o dipendono dai consumatori cinesi per le vendite, stanno già avvertendo che questo avrà un effetto sui costi finali dei prodotti in tutto il mondo.

Apple, Starbucks e Ikea hanno temporaneamente chiuso i negozi in Cina. I centri commerciali sono deserti, e sono crollate le vendite di Nike e McDonald. Le fabbriche che producono automobili per la General Motors e la Toyota stanno bloccando la produzione,in attesa  che i lavoratori tornino dalle vacanze del Capodanno lunare, estese dal governo per arrestare la diffusione del virus. Le compagnie aeree internazionali, tra cui American, Delta, United, Lufthansa e British Airways, hanno cancellato i voli per la Cina.

Tutto ciò ridurrebbe la crescita economica globale per l’anno in corso dello 0,2 per cento, portandola a un tasso annuale del 2,3 percento – il ritmo di crescita  più basso dalla crisi finanziaria globale di un decennio fa.

La guerra commerciale condotta dall’amministrazione Trump ha già  provocato un parziale scollamento tra le economie di Stati Uniti e Cina, le due maggiori economie del Pianeta. Le società multinazionali che producono in Cinaa stanno tentando di evitare le tariffe americane spostando la produzione verso altri Paesi, in particolare il Vietnam. Il coronavirus potrebbe accelerare questa tendenza, se le aziende globali dovessero ritrovarsi bloccate fuori dalla Cina.

La General Motors l’anno scorso ha venduto più auto in Cina che negli Stati Uniti. Le sue fabbriche cinesi saranno chiuse per almeno un’altra settimana su richiesta del governo. Ford Motor ha detto ai suoi dirigenti che operano in Cina di lavorare da casa, mentre le sue fabbriche rimangono inattive, ha detto un portavoce della compagnia.

Tutto ciò potrebbe causare danni anche alle aziende che, pur non essendo presenti sul territorio,  dipendono dalla Cina per i componenti, dalle fabbriche automobilistiche nel Midwest americano e in Messico alle manifatturei di abbigliamento in Bangladesh e Turchia. Se i clienti non possono acquistare ciò di cui hanno bisogno dalla Cina, le fabbriche cinesi potrebbero, a loro volta, ridurre gli ordini di macchinari, componenti e materie prime importati: chip di computer da Taiwan e Corea del Sud, rame da Cile e Canada, macchine utensili da Germania e Italia.

“Ciò potrebbe potenzialmente interrompere la catena di approvvigionamento globale”, ha affermato Rohini Malkani, economista di DBRS Morningstar, un’azienda globale di rating del credito. “È troppo presto per dire quanto durerà.”

E anche il mercato del greggio sta accusando il colpo. La Cina è il maggiore importatore di petrolio al mondo, e Wuhan, dove è emerso il virus, è uno dei suoi principali hub petroliferi e di gas. Due grandi compratori di idrocarburi, China National Chemical Corp. e Hengli Petrochemical – con una capacità di raffineria di quasi 1 milione di barili al giorno – che acquistano dall’Arabia saudita, stanno riducendo drasticamente  i loro acquisti. La società di consulenza energetica JLC Network Technology Co., con sede a Pechino, ha riportato un calo del 15% nell’utilizzoo delle raffinerie solo la scorsa settimana.

A Hong Kong, pressochè sparita dalle prime pagine dei giornali dopo le proteste di tutto il 2019, malgrado il governo locale abbia ridotto a soli tre punti d’accesso i varchi con la Cina continentale, il personale medico è entrato in sciopero in piena emergenza, esigendo la chiusura totale delle comunicazioni col resto del Paese.

Tutto sembra far pensare che, ben al di là dell’aspetto sanitario -il tasso di letalità è al momento del 3 percento di decessi sul numero dei positivi- lo sconvolgimento che questa pandemia porterà negli equilibri internazionali, e nelle stesse società di tutti i Paesi del mondo, sarà di lunga gittata. Potrà portare a una accelerazione del processo in corso di frammentazione dell’economia globalizzata, e a crisi interne nei singoli Paesi colpiti dalla recessione. Ma alcuni segnali, come una maggiore collaborazione e la necessità di condivisione dei dati scientifici, e di coordinamento fra i servizi sanitari e socilaii, poitrebbe, paradossalmente, far crescere la coscienza della necessità di risposte globali e solidali.

La crisi è solo agli inizi, e solo il tempo darà una risposta a questi interrogativi.

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