In Israele e in Palestina è ancora violenza

Scontri, palestinesi uccisi, attentati terroristici, lancio di razzi, raid aerei, scioperi e proteste. Mentre l’estrema destra governa lo Stato ebraico, la Terra Santa è nel caos

di Alessandro De Pascale

Per il Ministero della Salute palestinese, questo 2023 è il più mortale degli ultimi 23 anni: 96 persone uccise dalle forze israeliane da gennaio, tra cui 16 bambini, al ritmo di quasi un decesso al giorno (dato diffuso l’11 aprile). Sono questi i numeri del sesto Governo Netanyahu, in carica dal 29 dicembre scorso e il più a destra di questi 75 anni della storia d’Israele. In tutto lo Stato ebraico, come anche in Cisgiordania, è un periodo particolarmente teso. I musulmani celebrano il mese sacro del Ramadan (termina il 21 aprile), gli ebrei il Pesach (la loro Pasqua), che quest’anno coincidono. Costanti gli scontri tra forze di sicurezza di Tel Aviv e palestinesi, come anche gli attacchi terroristici di questi ultimi, mentre le città dello Stato ebraico sono state attraversate dalle proteste contro la riforma della giustizia, definite le più imponenti e diffuse mai viste in Israele.

Il 31 marzo le forze di sicurezza israeliane hanno ucciso un fedele palestinese di 26 anni davanti alla moschea di Al-Aqsa, sulla Spianata delle Moschee (il Monte del Tempio per gli ebrei) nella Gerusalemme Est occupata. Pochi giorni dopo, il 4 aprile, la polizia vi ha fatto poi irruzione, aggredendo i fedeli musulmani. Ne sono nati scontri, con 190 feriti e oltre 350 arresti. Scena che si è ripetuta anche il giorno successivo, con altri sei feriti e circa 150 fedeli musulmani barricati nella sala di preghiera di Qibli, per impedire alla polizia israeliana di portarli via con la forza. Tali azioni hanno suscitato l’indignazione internazionale (dall’ONU alla Lega Araba, passando per gli USA) e scatenato il lancio di razzi verso Israele dalla Striscia di Gaza, dal nord del Libano e dalla Siria (dove lo Stato ebraico occupa dal 1967 e ha annesso le alture del Golan), con successivi raid aerei israeliani di rappresaglia sui quei territori.

La Moschea di Al-Aqsa
(© marcobrivio.photography/Shutterstock.com)

Alla Moschea di Al-Aqsa sono vietate, in base a decenni di accordi internazionali, le visite, le preghiere e i rituali, dei non musulmani se non richieste. Ma le forze di sicurezza israeliane vi sono entrate regolarmente per scortare fuori i fedeli, soprattutto durante la notte (lo Stato ebraico non consente la pratica religiosa dell’Itikaf al di fuori degli ultimi dieci giorni del Ramadan) e dopo l’abituale preghiera dell’alba, per garantire l’afflusso quotidiano dei coloni sulla Spianata che avviene al mattino presto.

“Gli ebrei devono poter salire al Monte del Tempio, che non è solo per gli arabi ma il posto più importante per lo Stato di Israele”, ha tuonato sollecitando le irruzioni il Ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben Gvir del partito di estrema destra Otzma Yehudit, in un’intervista televisiva. Per i palestinesi, Israele impedisce la loro libertà religiosa. Mentre per i gruppi ebraici ortodossi estremisti, come i Fedeli del Monte del Tempio, la moschea di Al-Aqsa andrebbe addirittura rasa al suolo, poiché ritengono sia stata sede in passato di due loro templi storici.

Ancora una volta, la violenza sta dilagando in tutto Israele e nell’intera Palestina. Il 7 aprile, in un attacco terroristico sul lungomare della capitale Tel Aviv, è rimasto ucciso un cittadino italiano e altri sette turisti sono rimasti feriti. Qualche ora prima era toccata la stessa sorte a due sorelle israeliano-britanniche e alla loro madre, che avevano perso la vita in un attentato nel nord della Cisgiordania. Il 10 aprile un palestinese di quindici anni è rimasto vittima di un’incursione dell’esercito israeliano nel campo profughi di Aqabat Jabr, vicino a Gerico (al centro della Cisgiordania). Il tutto mentre quasi ventimila coloni, guidati da sette Ministri (tra cui lo stesso Ben Gvir) e 20 Deputati protetti da 1.000 soldati, marciavano verso l’avamposto illegale di Evyatar (sul monte Sabih), nel cuore della Cisgiordania palestinese occupata, per chiedere al Governo di legalizzarlo. Il giorno dopo, le forze israeliane, uccidevano poi altri due adolescenti palestinesi nei pressi dell’insediamento di Elon Moreh, ancora nella Cisgiordania occupata.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu (© Alexandros Michailidis/Shutterstock.com)

“Quello a cui stiamo assistendo è la punta più alta di una politica israeliana nei confronti dei palestinesi”, sottolinea all’Atlante la storica e saggista, Paola Cariddi. “Dura però da anni e non è imputabile solamente all’ultimo governo Netanyahu, il quale però, essendo un governo di estrema destra, porta alle estreme conseguenze alcune dinamiche già presenti nel periodo precedente, ben descritte anche nel rapporto di Amnesty International su Israele-Palestina.”, continua la scrittrice, già corrispondente dal Cairo sui fatti del mondo arabo, poi a Gerusalemme per dieci anni, autrice tra gli altri del saggio “Hamas” (2009) ora in uscita anche in lingua inglese.

“Faccio un esempio, che potrebbe rendere un po’ più chiara la situazione. Molti attacchi che ci sono delle forze armate israeliane in Cisgiordania, in particolare nella zona nord (cioè nell’area di Nablus e Jenin), non sono stati compiuti durante il sesto governo Netanyahu – ricorda ancora la Cariddi – ma in quello precedente, guidato da Yair Lapid e Benny Gantz, che sembrava un esecutivo centrista. Mi riferisco, ad esempio, agli omicidi mirati di esponenti di gruppi armati sempre più distanti dalle classiche fazioni palestinesi, come quello della Fossa dei Leoni”.

Nel frattempo, anche sul fronte interno, le proteste contro la riforma della giustizia vanno avanti. “Le manifestazioni in Israele – riprende la storica e saggista Cariddi – sono dovute al fatto che il sionismo religioso adesso ha un peso specifico fondamentale all’interno del sesto Governo Netanyahu. Il premier, sotto indagine e con un procedimento in corso, riesce a tenere in piedi la coalizione proprio perché accetta le loro richieste e pretese. Quindi ad essere forte non è lui, ma un pezzo di esecutivo a cui deve rendere conto per poter riuscire a salvare il suo destino individuale e l’idea di Israele di cui parlavo prima”. Tra le pretese, quella del ministro Ben Gvir di istituire una Guardia Nazionale, richiesta prontamente approvata dal Governo il 2 aprile.

Dopo tre mesi di proteste, il presidente della Repubblica, Isaac Herzog, ha imposto un stop alla riforma della giustizia. “Ora c’è una sospensione, una pausa, il governo Netanyahu non ha ceduto alla piazza”, avverte la Cariddi. “Fino a maggio-giugno è tutto congelato, poi si capirà se questo esecutivo vuole lanciare di nuovo la questione della riforma giudiziaria e di Israele. Perché questa è una riforma complessiva, molto profonda, dello Stato ebraico e della sua struttura”. Al termine del Ramadan, secondo la storica e saggista esperta di Medio Oriente, “quando la questione Al-Aqsa non avrà così più tanta presenza, tutti gli scenari si riapriranno. Ma questo non vuol dire che coloni israeliani e membri dei due partiti di estrema destra, non continueranno a salire sulla Spianata delle Moschee. Non vuol dire che mentre è in corso una protesta di questo tipo non si rischierà l’apertura dei due fronti, settentrionale dal Libano e meridionale da Gaza. E per Netanyahu tre fronti aperti sono tanti, come per chiunque, quindi anche per questo Governo. Ciò non vuol dire, inoltre, che non possano pensare, come già c’erano alcuni segnali, ad altre operazioni. Come la riapertura del fronte iraniano”.

Intanto, anche negli Stati Uniti, crescono i malumori. “Una parte consistente dell’ebraismo americano ritiene che questa non è più l’Israele che hanno sostenuto. Non c’è quindi solo un problema nelle relazioni fra questo Governo e l’amministrazione USA Biden – conclude la Cariddi – ma anche con l’ebraismo americano, che sostiene poi la forza del presidente statunitense nel metterli in guardia sui problemi molto seri allo stesso concetto di democrazia che l’esecutivo Netanyahu vuole condurre e raggiungere. Quello che sta avvenendo è lo Stato ebraico allo specchio: che si sta guardando e sta tentando di capire che cosa significa democrazia in Israele”. Il tutto in uno Stato fuorilegge, poiché non rispetta le risoluzioni dell’ONU, nel quale per i palestinesi, sulla base del diritto internazionale, è lecito difendersi contro l’occupante.

Foto in copertina © Zef Art/Shutterstock.com

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