Indonesia: la scommessa della nuova capitale

La vecchia Ibukota è arrivata al punto di non ritorno. E il presidente Jokowi ha ricevuto in gennaio  il via libera dal Parlamento per investire in una città futuribile: Nusantara nel cuore del  Kalimantan. Storia di Sunda Kelapa, un piccolo porto strategico diventato una megalopoli

di Emanuele Giordana

Abitanti di un arcipelago di 17mila isole che si estende per 5 milioni di kmq di cui solo due di terre emerse, gli indonesiani chiamano il loro Paese “Tanah air kita”, la nostra terra d’acque. Non deve quindi stupire che nel decidere il nome della nuova capitale dell’Indonesia, il Presidente Joko “Jokowi” Widodo abbia scelto di chiamarla Nusantara, letteralmente: “Arcipelago”. L’acqua è un problema, soprattutto a Giava, dove l’inverno, la stagione più piovosa, si accompagna ad allagamenti che fanno isole di quartieri attanagliati dalla morsa del mare e delle alluvioni. Un problema aggravato dalla lenta ma inesorabile erosione del terreno su cui poggia la Grande Giacarta, una capitale che – con Giacarta centro, città limitrofe e altre zone amministrative – costituisce un’area metropolitana di oltre 30 milioni di esseri umani.

Vessata da traffico, sovrappopolazione, inquinamento, alluvioni ed erosione – diventata in epoca Covid l’epicentro dei contagi – Giacarta sta per implodere. Scegliere una nuova capitale significa dunque tentare di ridurne rischi e impatto ambientale in un futuro dal quale sembra però difficile invertire la rotta. Jokowi ci prova e ha pensato di fare di Nusantara – un termine giavanese che indicava i possedimento dell’antico impero marittimo di Majapahit sopravvissuto sino agli inizi del XVI secolo – la sua Brasilia. Il parlamento ha approvato – il 18 gennaio scorso – la legge che la istituisce, dopo una lunga fase di studio annunciata ufficialmente nel 2019. E’ uno dei piani più ambiziosi del presidente riformatore al suo secondo mandato. Assieme a una controversa legge di liberalizzazione dell’economia, l’adesione a un’ampia alleanza che ha istituto una free trade zone asiatica (Rcep), la riforma del welfare (pensioni e sanità pubblica) è la scommessa di un personaggio che si è conquistato una statura internazionale: prima nell’Asean, l’associazione regionale del Sudest asiatico, poi nel mondo, arrivando quest’anno alla presidenza del G-20.

Il parlamento ha votato a stragrande maggioranza la legge che consegna all’ex sindaco di Surakarta oltre 32 miliardi di dollari, tanto è previsto nel piano di costruzione avveniristico di una capitale (tra le reggenze di Penajam Paser Utara e Kutai Kartanegara attualmente non collegate tra di loro), che disterà dall’attuale circa 2mila chilometri in linea d’aria…. e 60 ore di macchina e traghetto se qualcuno avesse paura di volare. La nuova capitale è stata disegnata per sorgere nel Kalimatan orientale (l’isola di Borneo), in un certo senso al centro del vasto arcipelago. Teoricamente Jokowi si aspetta di inaugurarla nel 2024: solo due anni. Potrebbe sforare nei tempi e nel budget ma, stando alla stampa locale, potrà contare su soldi e finanziamenti “amici”: dal Giappone agli Emirati. E difficilmente i cinesi ne sono fuori anche se l’oculata politica di Widodo ha sempre dato un colpo al cerchio e uno alla botte.
Diverrà il centro politico e amministrativo ma Jokowi pensa in grande. Non vuole farne una nuova Naypyidaw (Myanmar) o una nuova Putrajaya (Malaysia), che hanno sostituito Yangon e Kuala Lumpur senza riuscire a emularne il fascino e soprattutto trasformando le nuove città in posti poco vivibili che costringono tanti a fare i pendolari. Ma se Putrajaya è a 34 km da KL e Naypidaw a 4 ore di macchina da Yangon, per andare a Nusantara ci vorranno ore di viaggio che, tra attese, check in e misure di sicurezza, trasformerebbero il volo in almeno 4-5 ore di tempo buttato.

Scelta inevitabile

La scelta però era inevitabile. Lambita dal mare e attraversata da una dozzina di corsi d’acqua, Giacarta poggia su un terreno fradicio e paludoso. Non era così quando si chiamava solo Sunda Kelapa ed era un piccolo porto posseduto dal regno di Sunda. Attratti dalla sua posizione ci arrivano per primi i portoghesi nel 1513 e si accordano col monarca per rafforzare le difese del piccolo porto in posizione commercialmente strategica sul mare interno di Giava. Dopo che nel 1527 il comandante Fatahillah scaccia gli stranieri con la spada dell’islam, Sunda Kelapa diventa Jayakarta, dipendenza del sultanato di Banten. Si barcamena tra le mire di nuovi intrusi: inglesi e olandesi. Questi ultimi hanno la meglio e nel 1619 fanno di Jayakarta la capitale della Vereenigde Oost-Indische Compagnie (Voc), rinominandola Batavia.

Nel 1780, quella che, vent’anni dopo, si trasformerà nella capitale delle Indie Olandesi (dopo il fallimento della compagnia commerciale), assomiglia, più che a una Venezia asiatica, a un’Amsterdam tropicale. Con canali navigabili, ponti e passerelle affacciate sul vecchio porto di Sunda Kelapa. Nel 1930 conterà mezzo milione di abitanti. Saranno i giapponesi nel 1942 a cambiarle nome in Jakarta. Nome poi rimasto dopo l’indipendenza del 1945.

La città cresce rapidamente e negli ultimi anni in modo esponenziale. Cresce e sprofonda. Secondo un’inchiesta della Bbc è la città al mondo che sprofonda più velocemente. Secondo l’Agenzia nazionale per la ricerca e l’innovazione (Agency Badan Riset dan Inovasi Nasional/Brin), senza uno sforzo importante per contenerne l’aggressione, circa il 25% dell’area della capitale sarà sommerso dalle acque entro il 2050. Secondo i ricercatori – citati dal metereologo del Brin Edvin Aldrian – il responsabile è il riscaldamento globale che innalza il livello dei mari: un fenomeno che interessa anche altre città giavanesi come Semarang o Surabaya. Ma la combinazione tra innalzamento dei mari, potenza delle piogge, cementificazione e cedimento del suolo è esplosiva. Vi si aggiungono perforazioni domestiche, grandi e piccole, alla ricerca di acqua dolce. Uno studio dell’Ipb Universitas di Giava occidentale spiega che varie aree di Giacarta affondavano tra 1,8 e 10,7 cm all’anno durante il periodo 2019-2020.

Le grandi civiltà dell’Indonesia, i regni indobuddisti di Giava o le monarchie indù di Bali, si sono sviluppate grazie ai commerci marittimi ma anche grazie alla capacità di sfruttare le pianure alluvionali o le pendenze di terreni umidi dove è stata costruita una vera magia architettonica per sfruttare l’irrigazione delle risaie. Se l’acqua è stata la grande motrice dello sviluppo umano, in armonia con la natura, paradossalmente ora proprio l’acqua è diventata una dannazione. Anche grazie alla sostituzione del bambù col cemento, del legno col tondino di ferro.

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