Isis, questione di lingua

di Andrea Tomasi

Cos’è l’Isis? Chi sono gli uomini che colpiscono, uccidono, in nome dello «Stato islamico» e al prezzo delle proprie vite? Ci sono soggetti impazziti, che “finalmente” si sentono parte di qualcosa di più grande e, con il “martirio” vogliono dare un senso alla propria esistenza. E poi c’è l’organizzazione, la regia vera, che – a seconda delle circostanze (vedi il caso di Nizza) – a cose fatte decide se metterci sopra il cappello, apporvi la firma, oppure no. È, questo, il «terrorismo in frachising» (cit. Raffaele Crocco). Per capire cosa c’è dietro gli attentati e dietro tanta violenza è forse interessante capire il significato del termine Isis. Ne facciamo quindi una questione semantica. L’organizzazione è stata indicata con le sigle Isis, Isil, Is e anche Sic. Perché questa confusione? «All’inizio – si legge su Internazionale – era una piccola ma brutalmente efficace fazione della resistenza sunnita all’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003 che si faceva chiamare Al Qaeda in Iraq, o Aqi. Nel 2007, in seguito alla morte del suo fondatore (e alle accuse di essere troppo sanguinario, che gli sono state rivolte da Al Qaeda), Aqi ha cambiato nome in “Stato islamico” in Iraq, o Isi. In seguito ha subìto alcune battute d’arresto sul suo territorio ma, osservando la Siria sprofondare nella guerra civile nel 2011, ha intravisto un’opportunità». Nel 2013 la cellula del terrore si era installata nella parte orientale della Siria. Si faceva chiamare «Stato islamico» in Iraq e Siria (Isis). Nel giugno 2014 la superficie è cambiata di nuovo: il gruppo si è autoproclamato «Stato del califfato islamico (Sic)», un titolo che – scrive Internazionale – riflette le sue ambizioni d’autorità su tutti i musulmani del mondo». Per capire da dove viene e dove va l’Isis di oggi ci viene in soccorso The Economist. «Nelle sue prime incarnazioni come Isis – si legge in un articolo datato 2014 ma oggi più che mai attuale – il gruppo voleva mettere in discussione i confini “colonialisti” usando un vecchio nome geografico arabo, al Sham, che comprende sia la capitale siriana Damasco sia la più ampia regione del Levante, il che spiega la predilezione ufficiale statunitense per l’espressione Stato islamico dell’Iraq e del Levante (o Isil) invece che per Isis. L’equivalente arabo, Al dawla al islamiya fi al Iraq wal Sham, può essere abbreviato in Daesh, così come il nome di Hamas (che significa zelo in arabo) per il gruppo palestinese è un acronimo di Harakat al muqawama al islamiya, ovvero Movimento di resistenza islamica». Se volete parlare di estremismo islamico e quindi di Isis con una persona proveniente o abitante nei paesi arabi, potete usare il termine «Daesh», anche se «i membri del gruppo lo chiamano semplicemente al dawla» (lo Stato)». «Daesh» rischia però di essere considerato offensivo. «Attribuire nomi sgradevoli a persone sgradevoli – scrive l’Economist – è una vecchia tradizione. Daesh ha un suono, per gli arabi, simile a quello di parole che significano calpestare, distruggere, sbattere contro qualcosa, e causare tensione». Non è quindi un caso che in molte istituzioni pubbliche/politiche sia entrata in uso proprio la parola «Daesh»: un’espressione che «ha l’ulteriore vantaggio di non dare al gruppo la dignità di Stato». Il segretario generale delle Nazioni Unite è andato oltre e ha parlato del gruppo terrorista come «Non-stato non-islamico».

 

 

 
http://www.economist.com/blogs/economist-explains/2015/11/economist-explains-10

http://www.internazionale.it/notizie/2015/11/17/isis-daesh-stato-islamico-nome

foto da Huffington Post

 

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