Sudan: il massacro nella transizione

I militari hanno attaccato i manifestanti che da mesi chiedono un cambiamento  democratico. Oltre 100 i morti, 40 gettati nel Nilo. L'Unione Africana sospende il Paese

Non si ferma la repressione in Sudan: sono oltre cento i morti causati dall’aggressione militare nei confronti dei manifestanti organizzati nei sit-in pacifici che richiedono all’esercito di farsi da parte. La mattanza è iniziata lunedì 3 giugno, quando le forze di sicurezza, hanno aperto il fuoco sui manifestanti disarmati. Almeno quaranta corpi sono stati ritrovati nel Nilo, utilizzato come luogo per occultare i morti. Migliaia sono poi gli arrestati in vere e proprie retate a Khartoum e nella vicina città gemella sull’altra sponda del Nilo, Omdurman. Il generale Abdel Fattah al-Burhan, capo del consiglio militare, ha annunciato che l’accordo tra opposizione civile e militari è stato annullato e che le elezioni si terranno entro nove mesi. L’opposizione riunita nell’Alleanza per la Libertà e la Democrazia però non si arrende e ha già annunciato che le proteste continuano.

A braccetto con la repressione e la morte va il silenzio. Il paese risulta infatti oscurato: i social network sono stati chiusi e in vigore è entrato il coprifuoco. Responsabile di questo massacro, ancora una volta, e come nel Darfur, è la milizia a cavallo pro-regime, i Janjaweed, il cui ex capo, Mohamed Hamdan Dagalo , soprannominato Hemeti, è uno degli uomini di punta della giunta militare. Hemeti, infatti, come riportato dalla Bbc, ha difeso la repressione violenta, sostenendo che i manifestanti erano stati infiltrati da elementi canaglia e spacciatori di droga. “Non permetteremo il caos – ha detto mercoledì 5 giugno – e non torneremo indietro sulle nostre convinzioni, non c’è modo di tornare indietro, dobbiamo imporre il rispetto del paese per legge”.

Secondo Il Sudan Tribune le persone uccise dalle forze di sicurezza sudanesi sono state prelevate dal fiume Nilo nella capitale di Khartoum. Numerosi rapporti di Khartoum hanno riferito che l’unità paramilitare, la temuta Rapid Support Forces, stava vagando per le strade quasi deserte della città, prendendo di mira i civili. Secondo l’analisi di Raffaele Masto su Africa Rivista “il massacro, o meglio i massacratori, hanno dei padrini: Egitto, Emirati e Arabia Saudita. Riad ha gonfiato, due giorni fa, le casse dei generali con ben tre miliardi di dollari, un “via libera” più che esplicito che i militari si sono affrettati ad onorare”.

“Il bagno di sangue voluto dai generali – prosegue – è il segno che la trattativa, per il regime, è un affare chiuso. Si va avanti ed è per questo che c’è il timore più che concreto che i morti aumenteranno, che le galere si riempiranno e che il Sudan, che ha sponsor potenti e una Europa silenziosa e succube, non vuole mediazioni”.

Il Sudan Tribune riferisce poi che a causa del deterioramento della situazione di sicurezza a Khartoum, l’ufficio estero del Regno Unito ha emesso un parere di sicurezza che esortava i cittadini britannici ad evitare di recarsi in Sudan e ha consigliato a coloro che sono già presenti di lasciare il paese. L’aeroporto di Khartoum è aperto, ma alcuni voli sono stati cancellati o riprogrammati.

Una protesta tratta dalla pagina Facebook del Sudanese Congress

Intanto anche il Consiglio per la pace e la sicurezza dell’Unione Africana ha sospeso la partecipazione del Sudan da tutte le attività dell’organismo. L’Ua ha affermato che la sospensione resterà in vigore fino “all’effettivo ristabilimento” di un’autorità civile di transizione, “unica via per permettere al Sudan di uscire dall’attuale crisi”.

(di Red/Al.Pi.)

*L’immagine di copertina è tratta dal video sul massacro di Al Jazeera

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