Joseph Ratzinger. L’eredità del “pastore tedesco”

Una riflessione a freddo a poco meno di un mese dalla morte di Papa Benedetto XVI, l'uomo che con Karol Wojtyla contribuì ad affossare la Teología de la Liberación latinoamericana, che altro non era che l’avanguardia nell’applicazione del Concilio Vaticano II

di Gianni Beretta

A neppure tre settimane dal commiato del “pastore tedesco” (per parafrasare una storica copertina de il manifesto di quando fu eletto papa) è uscito, per sua volontà postumo, quasi volesse continuare a incombere sul suo successore, il primo libro di Joseph Ratzinger scritto da emerito: “Che cos`è il Cristianesimo”.  Neanche il tempo dunque di iniziare a sedimentare le reazioni di quel momento, con l’inesorabile coro di condoglianze, sentite come pure di circostanza. Che si sono incentrate soprattutto sull’intellettuale e il teologo forbito, ricordato nella sua lunga vita per il pontificato e il “mite” decennio da ritirato.

Sono però stati in pochi a risalire agli anni precedenti e a parlare di lui quale conservatore. Anzi, di più: un reazionario che da inquisitore dell’infinito papato (27 anni) di Karol Wojtyla (in quanto suo prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede) contribuì nella decade degli ’80 ad affossare la Teología de la Liberación latinoamericana, che altro non era che l’avanguardia nell’applicazione del Concilio Vaticano II. Con al centro l’”opzione preferenziale per i poveri” e quelle “comunità ecclesiali di base” che intendevano ribaltare il secolare oppressivo schema coloniale (oligarchia versus peones) iniziato (a suon di “cappa e spada”) con la conquista.

Non fu un caso che ad aprire la II Conferenza dell’Episcopato latinoamericano a Medellin (Colombia) nell’agosto 1968 sia stato Paolo VI in persona, nel suo unico viaggio in America Latina (e mentre era in corso l’invasione sovietica della Cecoslovacchia). Altrettanto precisa per tempismo fu la prima missione all’estero di Giovanni Paolo II nel gennaio 1979 a Puebla (Messico) due mesi dopo la sua elezione per, al contrario, arginare le conclusioni della III Conferenza di quei vescovi che avrebbero ratificato i contenuti e gli sviluppi della precedente. Come a dire che il destino del Concilio si giocò in gran parte proprio in America Latina.

Fu subito dopo che il Papa polacco reclutò l’ex arcivescovo di Monaco (diocesi successivamente assurta anch’essa alle cronache per la pedofilia) a capo del Sant’Uffizio, con l’obiettivo di affossare le aperture di quel Concilio ispirato da Giovanni XXIII (e attuato fin dove possibile da papa Montini) all’insegna di un ecumenismo che doveva essere aperto a tutti “gli uomini (e aggiungerebbe oggi papa Francesco “le donne”) di buona volontà”. Senza parlare poi di quella nuova visione circolare e sinodale della Chiesa che il papa polacco ignorò, mantenendo il centralismo piramidale romano. Non che ci siano stati veti o abiure formali naturalmente. Salvo adottare quel mellifluo linguaggio frequente nel mondo ecclesiastico di cui Ratzinger era specialista: assumere (eventualmente) nella forma per non praticare nella sostanza.

L’asse Reagan Woytila

Al contempo, nel subcontinente più cristiano-cattolico del pianeta, con quell’operazione venne spianata (forse pure inconsapevolmente) la strada al piano neoliberista di Ronald Reagan che contemplava fra le altre cose l’espansione delle sette evangeliche. Che già agli inizi degli anni ’80 annoveravano in Guatemala il generale golpista Efraín Ríos Montt, primo genocida delle popolazioni maya, e al contempo pastore della Iglesia del Verbo (mentre suo fratello Mario era vescovo cattolico). Del resto risale ancora al 1969 il rapporto che Nelson Rockefeller consegnò al presidente Nixon al termine di una sua lunga missione oltre il Rio Bravo, dove lo allertava che, se non fermata, quella “sovversiva” teologia della liberazione avrebbe messo in pericolo alla radice l’imperiale dottrina Monroe dell’“America agli americani” (ristretti agli statunitensi). Rapporto cui seguirono negli anni ’80 i due noti Documenti di Santa Fe redatti da ultraconservatori, dove per l’appunto si auspicavano investimenti milionari per la penetrazione dei predicatori fondamentalisti.

Ma almeno al Papa polacco si poteva concedere l’attenuante di provenire da un paese a “socialismo reale” e di essere di conseguenza attratto dalla sponda occidentale più conservatrice della “guerra fredda”. Che significava pure diffidare delle evoluzioni teologiche del Centro e Sudamerica con parvenze (spesso strumentali) di marxismo. Così che “sua santità” si lasciò da subito influenzare dalla parte di vescovi latinoamericani (in testa il colombiano Lopez Trujillo e il peruviano Juan Luis Cipriani) che, sotto l’abile regia dell’Opus Dei, intendevano resistere in quanto storico braccio ecclesiastico (al fianco di quello militare) delle oligarchie locali.  Al Cardinale Ratzinger il compito di istruire le censure e le contestazioni a teologi come il peruviano Gustavo Gutierrez o i brasiliani Clodovis e Leonardo Boff (ma anche in Europa il coetaneo svizzero/tedesco Hans Küng e lo spagnolo José Maria Castillo).

Per non parlare del Padre gesuita basco Jon Sobrino, trapiantatosi in El Salvador, particolarmente preso di mira dal cardinale Joseph per i suoi scritti che umanizzavano eccessivamente la figura di Gesù di Nazareth, come a sostenere che se lui era “il figlio di dio” allora lo erano allo stesso modo tutti gli altri essere umani. Sobrino era particolarmente vicino all’arcivescovo di San Salvador, Oscar Romero, assassinato dagli squadroni della morte nel 1980 mentre celebrava messa, e la cui canonizzazione fu sbarrata per decenni dall’accoppiata papale polacco-tedesca. Fino all’insediamento sul soglio di Pietro dell’argentino Bergoglio che nel 2018 poté convertirlo in San Romero de America. Guarda caso anche qui in coppia con Paolo VI che era stato l’unico papa a sostenere mons. Romero in vita. Così come nel 2014 Francesco, insieme alla precipitosa canonizzazione di Wojtyla, pretese, in contemporanea, anche quella di papa Roncalli.

Non poteva del resto che toccare al primo pontefice latinoamericano riabilitare pure, poco prima che morissero, i due sacerdoti-ministri del governo rivoluzionario sandinista Miguel d’Escoto (agli esteri) ed Ernesto Cardenal (alla cultura) sospesi a divinis all’indomani del viaggio di Wojtyla in Nicaragua quel fatidico venerdì 4 di marzo del 1983 (noi eravamo lì) quando fu clamorosamente contestato in piazza a Managua durante la messa. Evento poi rimosso per sempre dai resoconti dei decenni successivi.

L’ombra di Romero

Mentre il seguente 6 marzo, in El Salvador in piena guerra civile, fu ricevuto dal mandante dell’uccisione di Romero, l’ex maggiore Roberto D’Aubuisson (allora presidente del parlamento); non senza aver voluto almeno prima (rompendo il protocollo) inginocchiarsi sulla tomba dell’arcivescovo. Che aveva comunque clamorosamente delegittimato in vita nel maggio 1979 in Vaticano intimandogli che “doveva in qualche modo dialogare con quel governo”. Quel tragico viaggio nell’istmo centroamericano, preparato anche con Ratzinger, culminò in Guatemala con il generale/reverendo Rios Montt che lo accolse all’aeroporto con tutti gli onori (per non parlare dell’apparizione di Wojtyla in Cile, quattro anni più tardi, al fianco del dittatore Pinochet).

All’indomani della caduta del Muro di Berlino Giovanni Paolo II rivolse finalmente le sue attenzioni all’unico sistema rimasto, quello del libero mercato retto dal “dio denaro”. Ma da allora nessuno gli fece più caso (vedi invasione dell’Iraq). Cercò pure di recuperare in qualche modo l’America Latina chiedendo l’aiuto e promuovendo figure più aperte come Jorge Bergoglio e l’honduregno Óscar Rodríguez Maradiaga. Col cardinale Ratzinger almeno formalmente più dialogante anche con figure come il teologo Gutierrez. Ma ormai era troppo tardi. Basti dire che oggi, per esempio nel gigante Brasile, i seguaci del fondamentalismo religioso (nonché “bolsonaristi”) superano quasi in numero i cattolici.  Da ultimo è giunto il subentro sul soglio di Roma di un Benedetto XVI “addolcito” quanto geopoliticamente algido. Incorso pure in qualche infelice scivolone sui temi da lui ritenuti prioritari: come la “lezione” di Ratisbona, o la riabilitazione dei “lefebreviani” e della messa in latino (con i fedeli alle spalle del celebrante). Tuttavia si è salvato in qualche modo con l’ultimo atto da pontefice: le dimissioni.

Chissà, dopo lo scoppio del Vatileaks, comprese che da sapiente studioso e spiritualista quale era non avrebbe potuto mettere mano alle riforme in quel vespaio che era la curia vaticana. E così è finito col campare più da emerito che da papa, chiuso in un relativo silenzio ma pur sempre continuando a fare da ingombrante riferimento degli esponenti ed apparati tradizionalisti del cattolicesimo. Solo il suo fedelissimo assistente Georg Gaenswein si avventurò in qualche isolata quanto maligna forzatura. Anche se almeno a lui tocca riconoscere di aver rotto per primo la fitta coltre d’ipocrisia incombente sul lutto papale evocando da subito (dalla sua prospettiva) “i diavoli che circolano” nella Santa Sede.

Que descanse en paz dunque e comunque Benedetto Ratzinger, si direbbe oltre Atlantico; in quello che non poteva che essere il sepolcro occupato da papa Wojtyla prima di essere proclamato “santo”. Se intendeva combattere il relativismo con una rassicurante fede nel solo aldilà, al contrario avrà contribuito a rinsaldare il processo di secolarizzazione e decadenza della Chiesa Cattolica, con il conseguente svuotamento dei templi. Mentre Francesco, unico “vicario di Cristo” rimasto, tenta, contra viento y marea si proferirebbe ancora laggiù, di risalire la china di quel visionario Concilio dell’anche di qua”,  eretto da due Papi e demolito dai loro due successori.

In copertina: Benedetto XVI. Nel testo: Papa Woytila e l’arcivescovo Romero

 

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