Kiev e Nato mostrano i muscoli sul Mar Nero

L'esercitazione militare congiunta si svolge mentre l’Ucraina si prepara al ballottaggio e Trump si addestra con il cyberspazio

di Maurizio Sacchi

Il 29 marzo l’ammiraglia olandese Evertsen e le fregate Toronto e Santa Maria, rispettivamente canadese e spagnola, sono entrate nel Mar Nero per condurre operazioni di pattugliamento prima delle manovre congiunte denominate “Sea Shield 2019”. Le manovre, a guida rumena, impegnano circa 2.200 uomini e 20 navi da guerra, di cui 14 rumene, 3 di Bulgaria, Grecia, Turchia, e altrettante di Spagna, Canada e Paesi Bassi. Queste, insieme ad alcune navi della guardia costiera ucraina e georgiana, si addestrano in missioni di combattimento congiunto.
Ad un primo confronto, si evidenzia una riduzione seppur lieve nel dispiegamento di uomini (2.200 contro i 2300 del 2018 e addirittura 2.800 nel 2017) e mezzi, poiché nel 2018 vi parteciparono 21 navi contro le 20 di quest’anno.

Ma a colpire maggiormente è l’assenza degli Stati Uniti tra i partecipanti all’esercitazione. Il che sembra indicare la volontà di Washington di trasferire la responsabilità dell’aiuto politico-militare alla nuova leadership di Kiev agli alleati minori. In altre parole, gli Stati Uniti sembrano orientati verso un progressivo disimpegno nelle manovre collettive, a favore di iniziative bilaterali con i singoli Paesi dell’area.

Intanto il presidente Petro Poroshenko ha firmato il programma di intensificazione del partenariato Ucraina-Nato e il capo dello stato ucraino si è congratulato per il 70esimo anniversario dell’alleanza, pubblicando messaggi su Facebook. Il 4 aprile 2019, il Presidente uscente Poroshenko ha dichiarato che “l’Ucraina valuta fortemente la solidarietà della Nato e il suo sostegno stabile in vista dell’aggressione russa”. Ha sottolineato poi che in tutti questi anni l’Ucraina si è avvicinata con sicurezza all’Alleanza del Nord Atlantico ed è ora “pronta a prendere gli impegni tanto attesi, e ad attuare il piano d’azione per entrare a far parte della Nato”.

Ma i fatti sembrano indicare che l’impegno concreto del membro principale, gli Usa, sia destinato a diminuire, secondo la linea adottata ovunque dalla presidenza Trump. Lo stesso Presidente, citando il caso del Montenegro, ha dichiarato di recente, riferendosi al dovere di mutua difesa fra i partner Nato: “E se succedesse che un alleato come questo diventasse aggressivo [verso un Paese non NATO, ndr]? Eccoci direttamente nella III guerra mondiale”.

Una esercitazione militare Nato forse più decisiva, da collegare alla scena ucraina, si sta svolgendo intanto in un’altra dimensione. Il braccio della cybersicurezza della Nato ha lanciato un esercitazione di quattro giorni, dal 9 al 13 aprile, che simula la risposta agli hacker che seminano il caos in un paese fittizio in cui si svolgano elezioni nazionali. Lo ha annunciato a Colonia il Comando europeo dell’Alleanza atlantica.

Lo scenario mette l’immaginario Paese di Berylia in una “situazione di sicurezza che si deteriora” mentre la gente va alle urne. Gli “attori ostili” lanciano attacchi coordinati contro le infrastrutture civili di comunicazione del Paese, causando interruzioni nei sistemi di depurazione delle acque, nella rete elettrica, nelle reti di sicurezza pubblica 4g e in altri servizi essenziali. I disordini civili si diffondono mentre gli attacchi distorcono la percezione pubblica dei risultati elettorali.

Uno scenario che ricorda da vicino quanto accaduto in Crimea, quando una dichiarata milizia locale sostenuta da manifestanti filo-russi occuparono edifici governativi, stazioni di polizia e delle forze di sicurezza in diverse città realizzarono un referendum non riconosciuto internazionalmente. Secondo le inchieste successive, l’insurrezione fu guidata dagli emissari russi Igor Girkin e Alexander Borodai.

Sul Mar Nero o nel cyberspazio, intorno al secondo turno delle elezioni presidenziali ucraine, aleggiano da una parte la minaccia russa e dall’altra il cancro della corruzione. Ben il 91 per cento dei cittadini  dichiarano di ritenere sostanzialmente corrotto il sistema politico, e solo il restante 9 per cento mostra ancora fiducia. Un record mondiale, secondo Transparency International, un’associazione con sede a Berlino, che ha creato l’“Indice di corruzione percepita – Corruption Perceptions Index (CPI)”, una lista comparativa della corruzione in tutto il mondo.

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