Sudan, la protesta non si ferma

Le manifestazioni che chiedono le dimissioni di Bashir continuano tra vittime e arresti mentre si insinuano dubbi sulla lealtà dei militari al potere

Non si fermano e, anzi, sono riprese con più forza, le proteste in Sudan. Dalla fine del 2018 larghe fette della popolazione si sono mobilitate contro la decisione del governo di triplicare il prezzo del pane. Nel giro di poco tempo le ragioni si sono fatte di più largo respiro: la piazza è quindi arrivata a richiedere gran voce le dimissioni di Al Bashir, in carica del 1989, è tuttora ricercato dalla Corte Penale Internazionale per i crimini commessi nella regione del Darfur. Il presidente è uno dei politici al potere longevi al mondo: nonostante abbia lasciato la guida del partito di governo, è rimasto infatti in carica come capo di Stato.

Da dicembre 2018 le proteste non si sono mai del tutto fermate, nonostante Bashir abbia decretato lo stato di emergenza e lo scioglimento sia il governo federale, che quelli provinciali. Da venerdì 5 aprile sono anzi riprese con più forza. Migliaia di persone hanno partecipato alle manifestazioni nella capitale Khartoum e in altre città del Paese. Gli scontri tra manifestanti e forze di polizia sono stati violenti. Il bilancio è di almeno 7 morti e 250 arresti. Il totale delle vittime dall’inizio degli scontri è arrivato a 38 persone.

Nella ripresa degli scontri c’è però un elemento di novità. Molti media hanno infatti sottolineato che nel Paese potrebbe essere iniziata una faida all’interno dell’esercito e delle forze dell’ordine. Pare infatti che in diverse occasioni l’esercito sia intervenuto per allontanare i pick-up delle forze di sicurezza di al Bashir, proteggendo i manifestanti. Altre fonti hanno poi sottolineato episodi di scontro tra soldati e agenti. In Sudan, accanto all’esercito regolare, sono infatti attive milizie armate controllate dal governo. Pare quindi che le divergenze tra esercito e forze di sicurezza sul comportamento da tenere nei confronti della protesta siano molto forti. In questo senso dunque il potere militare di Bashir inizia a scricchiolare: se il sostegno dei generali pare esserci ancora, non sembra essere così per i sottoposti. Al Bashir ha recentemente sostituito alti ufficiali militari con alcuni suoi fedelissimi.

Nonostante le proteste, fino a poco tempo fa, il Presidente era convinto di riprendere in mano la situazione del Paese e, probabilmente, presentarsi ancora una volta alle elezioni presidenziali che si terranno nel 2020. Con l’ipotetico voltafaccia dell’esercito però questo intento potrebbe essere di più difficile realizzazione.

Capofila dei movimenti che contestano il governo è il Sudanese Professional Association che ha in questi giorni chiesto di aprire negoziati diretti con le forze armate per avviare le trattative per la formazione di un governo di transizione. Oltre agli scontri il Paese è stato interessato, durante il sit-in di protesta del 6 aprile, da un blackout totale in tutte le regioni. Il ministero dell’elettricità ha confermato la notizia ma non ne ha precisato la causa.

Le reazioni internazionali non mancano. L’Unione Europea ha chiesto di avviare un processo pacifico per l’attuazione di riforme democratiche e ha invitato le forze di sicurezza a evitare l’uso indiscriminato della forza nei confronti dei manifestanti e la liberazione di tutti prigionieri politici. Anche il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha esortato tutte le parti “alla massima calma e a evitare la violenza”.

La figura di Omar Al Bashir resta però controversa. Il presidente è infatti un perno e uno dei garanti principali dell’accordo di pace con il Sudan del Sud di cui si è discusso nel giugno 2018. Il presidente sudanese aveva salutato l’accordo come un “dono per il popolo del Sudan del Sud”. Gli interessi economici del Sudan, nei confronti del ‘suo vecchio Territorio’ restano infatti molto forti. La secessione del Sudan del Sud ha colpito duramente il Paese guidato da Bashir dal momento che al Sud si trovano gran parte delle riserve petrolifere della regione. Per questo, a margine dei colloqui di pace, i due Paesi avevano raggiunto un piano per raddoppiare la produzione di petrolio dal Sud, concordato di riparare le infrastrutture petrolifere distrutte dalla guerra e deciso di creare una forza congiunta per proteggere i campi petroliferi dagli attacchi delle forze ribelli.

I conflitti ancora aperti. Dai tempi della secessione del Sud sussistono conflitti che interessano gli stati di Abyei, del Sud Kordofan, del Nilo Azzurro, ovvero quegli stati della federazione ai quali il Governo di Khartum non ha consentito di scegliere attraverso l’autodeterminazione se rimanere con il Nord o passare nel nuovo Stato della Repubblica del Sudan del Sud.

(di red/Al.Pi.)

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