Kosovo: alta tensione nel dopo voto

Vince le legislative un partito di sinistra con un buon margine  ma i nodi restano. E la pace – mai arrivata davvero – si allontana ancora e forse di più

Hanno votato per la sesta volta nel giro di pochi anni: le legislature qui non arrivano mai a conclusione. Hanno scelto, in Kosovo. A guidare il piccolo Paese ancora in cerca di una indipendenza vera – cioè riconosciuta da tutti – sarà un partito di sinistra, Vetevendosje (Vv), “Autodeterminazione” la traduzione. Lo guida l’ex premier Albin Kurti. Sul risultato non ci sono dubbi: con più del 48,1% dei voti, avrà la maggioranza dei seggi. E’, quello di Kurti, un partito nazionalista, poco incline a trovare intese con la Serbia. E considerando che subito dietro, con poco meno del 18%, è arrivato il Partito democratico del Kosovo (Pdk), erede del gruppo che ha combattuto contro la Serbia alla fine degli anni ’90, il quadro degli equilibri in quell’area dei Balcani si fa quanto meno fosco.

La pace – mai arrivata davvero – si allontana ancora e di più. In Parlamento, la Lista Serba avrà dieci seggi. Una rappresentanza che non inciderà. Kurti ha detto ai suoi, radunati per festeggiare, che le priorità saranno “Giustizia e lavoro”. Ma le relazioni con Belgrado – dicono gli osservatori internazionali – paiono destinate a degradarsi rapidamente.

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I problemi sono enormi. Su Kurti pende una sentenza della Corte Costituzionale. La sentenza lo renderebbe ineleggibile come deputato, perché condannato, in via definitiva, per i disordini e gli scontri che avevano visto protagonista proprio il suo partito e che avevano portato al lancio di gas lacrimogeni all’interno dell’aula del Parlamento. E’ la stessa sentenza che ha messo fuori gioco il precedente primo ministro, Avdullah Hoti.
Il suo partito, Vetëvendosje, ha più volte ribadito che il divieto di diventare parlamentare non preclude la strada ad essere Primo ministro. La tensione è alle stelle, nel piccolo Paese, anche perché ci sono le accuse incrociate e richiami ultranazionalisti. Due leader storici del PDK, l’ex presidente Hashim Thaçi e Kadri Veseli, sono accusati dalla Corte Speciale dell’Aja per crimini di guerra, per fatti degli anni della guerriglia separatista dell’UÇK. Enver Hoxhaj, leader del PDK ha rivendicato, in una manifestazione elettorale a Skënderaj/Srbica, che «chi è con l’UÇK vota PDK». Ramush Haradinaj, leader dell’AAK – l’Alleanza per il Futuro del Kosovo – ed ex capo militare dell’UÇK, è tornato a ventilare la minaccia di un «referendum per l’unificazione con l’Albania».
Insomma, tensione alle stelle, mentre la crisi creata dal Covid19 sta diventando devastante. L’economia è ferma, la disoccupazione cresce e non ci sono nemmeno le rimesse degli emigrati. Dal punto di vista sanitario lo Stato non pare in grado di affrontare quanto sta accadendo.

In questa situazione e con un riconoscimento internazionale che stenta ad arrivare – anche alcuni Paesi europei, come la Spagna non riconoscono l’indipendenza del Kosovo – la tensione con la Serbia monta. La popolazione serba reclama il rispetto degli accordi firmati a Bruxelles il 19 aprile 2013. Prevedevano la creazione della Comunità dei Comuni Serbi del Kosovo, dotata di sostanziale autonomia nei campi dello sviluppo locale, della economia locale, delle infrastrutture di pertinenza locale, dell’istruzione e della sanità. Un’ipotesi, questa, che il partito di Kurti respinge. C’è la paura che in Kosovo nasca una nuova “Repubblica Srpska”, sul modello bosniaco. Un’ipotesi che nessuno – nella nuova maggioranza – vuole considerare.

In copertina la condizione di indigenza e marginalità di parte della popolazione kosovara in uno scatto di Erna Zogjani

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