La Cina di Andrea Berrini

Editore e scrittore, scopritore di talenti letterari asiatici,  ha vissuto e lavorato per anni  nella Repubblica popolare: "Diritti negati e un futuro inquietante"

di Maurizio Sacchi

Andrea Berrini, scrittore, editore con Metropoli d’Asia e scopritore di talenti letterari asiatici, ha vissuto a Pechino e in altre capitali asiatiche, occupandosi di narrativa contemporanea. Il suo ultimo libro è Scrittori dalle Metropoli, Iacobelli editore. Di prossima uscita Le Metropoli dell’Asia, per EDT.

Sulla base della sua esperienza, come vede la Cina di oggi? Le pare che il Paese si stia avviando verso una società più aperta sul piano dei diritti civili e democratici? Quale aria si respira nel mondo degli intelettuali, scrittori ed artisti?

Andiamo male, e andrà sempre peggio. Tra gli scrittori che conosco, alcuni dei quali da noi pubblicati, c’è chi ha rinunciato a scrivere, come Zhu Wen e Han Han, o chi come il grande Acheng tiene da almeno due decenni i suoi manoscritti nel cassetto. Alcuni scrittori tentano pubblicazioni all’estero (Taiwan e Hong Kong fino a pochi mesi fa) pur di trovare lettori, ma il timore è di vedersi poi impedito il lavoro come curatori di mostre d’arte o autori per la tv. La parola chiave è autocensura, ci si ferma prima di compiere un passo sbagliato, ed è facile quindi farsi prendere la mano, abituarsi a pubblicare solo lavori ‘puliti’, accettabili per il regime. La censura nelle case editrici è talmente raffinata che nel caso l’autore proponga un testo scomodo non riuscirà a capire dove questo testo sia stato fermato, se da un editor, o dal responsabile della censura interno alla casa editrice, o dalle autorità municipali, provinciali o del governo centrale. Non bisogna però pensare a una condizione di terrore, le maglie sono volutamente allentate in molti casi, e mi viene in mente Yan Lianke, che dopo avere pubblicato all’estero il suo ‘I quattro libri’, che narra di un campo di detenzione per artisti negli anni cinquanta e sessanta, si vide nominato alla testa dell’Associazione degli Scrittori a Pechino. Ci sono poi fenomeni letterari relativamente nuovi come quello della fantascienza, con autori cinesi insigniti di premi internazionali, che mettono al loro centro la critica sociale e non sono stati censurati. E’ molto che non sono a Pechino, ma ricordo scrittori che durante una conversazione fanno il gesto di unire i polsi, a evocare l’arresto, anche se poi dicono, con un po’ di malinconia, che in fondo scrivere non è una attività così importante da dare fastidio al sistema. Eppure i casi di incarcerazione o di sparizione di persone sono ancora diffusi. La Cina è una dittatura, la libertà di espressione è negata, e l’ultimo decennio ha visto una accelerazione in questo senso.

Il tema della democrazia è stato messo in primo piano da parte dell’amministrazione Biden nei rapporti fra Cina e Stati uniti. Che pare ne vogliano fare il perno dei rapporti fra le due superpotenze. A quanto pare la Cina non ha nessuna intenzione di raccogliere la sfida, respingendo quelle che definisce come inteferenze indebite nei propri fatti interni. Come vede questo aspetto del confronto? 

– Premesso che mi occupo di narrativa e di editoria, non di geopolitica, io spero che un giorno la Cina possa godere di una piena democrazia. La mia impressione è che tra le due superpotenze ci sia una guerra di propaganda serrata, a uso interno ed esterno. La Cina sta già cominciando a raccontare roba un po’ farlocca come l’abolizione della povertà, e venderà a sinistra la stretta su Evergrande, Alibaba e altri, ma quel che a me fa paura del regime è invece la facilità con cui si raggiungono livelli terribili di sfruttamento dei lavoratori dipendenti, a uso e consumo delle majors transnazionali, anche statunitensi.  Questo noi, e per noi intendo l’Europa, dobbiamo criticarlo con forza, e porre limiti alle multinazionali di casa nostra. Per quanto riguarda i diritti umani non c’è motivo perché noi ci si debba appiattire sulla propaganda statunitense, quando viene da un paese che farebbe bene a risolvere i propri disastri sociali e l’oppressione delle proprie minoranze. Ma la critica serrata al regime cinese per ciò che accade nel Xinjiang e a Hong Kong  è sacrosanta e dobbiamo farla nostra, così come l’attenzione all’espansionismo verso Taiwan e nel Mar Cinese Meridionale. La zampata su Hong Kong, tradendo il principio ‘un paese due sistemi’, non è stata adeguatamente avversata dalla UE, mentre invece ci sono segnali positivi nel senso della difesa dell’indipendenza di Taiwan. E’ indubbio che Taiwan e Hong Kong abbiano per secoli fatto parte della grande patria cinese, ma chi abita questi due paesi, anche i più anziani, ha ormai la libertà di espressione come principio fondante. Vi immaginate i più giovani rinunciarci in nome di un principio di sovranità nazionale che data a prima della metà del secolo scorso? A Taiwan e a Hong Kong si sceglie la democrazia: qui tutti i discorsi sulle integrità territoriali vanno necessariamente a parare.

Ora Hong Kong. Che notizie riceve, e che cosa può commentarci sulla situazione dell’ex colonia?

 Non ho vissuto a Hong Kong ma la visitavo con regolarità da Pechino. Ho seguito il movimento per la democrazia dalla rivolta degli ombrelli nel 2014 fino ad oggi. Quel che accade ora è terribile. Le persone ormai hanno paura a esprimersi liberamente, sui social e perfino a livello individuale. Pechino non ha solo imposto regole che obliterano la speranza di avvicinarsi al suffragio universale, ma ha anche imposto leggi draconiane sulla libertà di parola: tuttisanno che ogni dichiarazione può essere bollata come anticinese o indipendentista, e in questo momento stanno zitti, se non per ricordare il nome di un conoscente che si è beccato qualche anno di carcere. Ho usato prima, parlando della condizione degli scrittori in Cina, la parola malinconia:  mi sembra ben descriva la pancia di Hong Kong in questo momento. Ricordiamoci che le uniche elezioni che paradossalmente rispettavano il principio una testa un voto, quelle per l’elezione dei consigli municipali, cioè organismi con poco potere d’azione, hanno visto solo un paio di anni fa la schiacciante maggioranza dello schieramento pro democrazia, e valgono più di ogni sondaggio. La mia sensazione è che sotto il silenzio e la tristezza di questi mesi le braci siano ancora accese, lo stesso movimento del 2014 si era spento e tutti si erano stupiti vedendo qualche anno dopo un milione e passa di persone in corteo, una casuale scintilla aveva riacceso il movimento. Sperò così sarà negli anni a venire.

Ora un suo parere sull’ascesa della Cina sulla scena planetaria.

– La comparsa sulla scena del gigante cinese è un cambio di paradigma, l’Occidente non è più solo al centro della scena, ma viene sfidato da quello che un tempo era terzo mondo. Ed è un paese la cui storia è millenaria, un paese lontano che prima delle cannoniere e del colonialismo stava già alla nostra altezza, e questa sfida è un occasione di confronto, ci mette in discussione, cosa che a me pare fantastica. Quando laggiù ci diranno di essere capaci di costruire una società più giusta della nostra non potremo limitarci a difendere l’orgoglio individualista statunitense, uomini liberi magari con il mitra sotto il materasso in una società devastata. Dovremo invece ritrovare le radici del nostro stato sociale, la nostra vocazione socialdemocratica, in contrapposizione ai due imperi. Ma nel raccogliere la sfida non dobbiamo mai nascondere che la Cina è una dittatura, e io sono sconcertato da come questa parola venga dimenticata quando si parla del Paese di mezzo.

In copertina: Andrea Berrini. Nel testo il suo penultimo libro e, sotto, Xi Jinping

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