La Libia come la Somalia

di Andrea Tomasi

L’inchiesta è iniziata nel 2015 quando venne monitorata una rete di negozi – spesso rivenditori di telefoni cellulari – fra Milano, Torino, Bergamo e Roma: punti vendita che erano parte dell’ingranaggio di un sofisticato sistema di gestione di flussi di denaro. Soldi destinati al traffico d’armi. Meta finale: la Libia. L’intelligence italiana ha scoperto una fitta rete di negozi, piccoli e piccolissimi, che – scrive Il Fatto Quotidiano – fungono da camere di compensazione per enormi transazioni di denaro. Si parla, per ora, di circa un milione di euro: money transfer illegali, che venivano utilizzati quali strumenti per il riciclaggio di moneta. Nucleo di partenza: Milano. Le banconote venivano preparare nei negozi da dove uscivano (con pacchetti da 200 mila euro). Prima destinazione erano Austria ed Europa dell’Est. Ma un altro nodo dell’organizzazione ha sede nella capitale. Le intercettazioni degli 007 italiani hanno portato a Roma. In pratica siamo di fronte ad una cellula per l’acquisto e distribuzione di armi. Operatori principali erano due libici. Roma e Milano erano in costante contatto e un altro broker è stato individuato nelle Marche.
L’intelligence ha “unito i puntini” della cartina geografica di questo sistema redditizio. Il disegno – scrive Davide Milosa – era alquanto chiaro. Secondo gli inquirenti i libici – ricevuto il carico di armi arrivato via mare – contattavano Roma per dare il via libera. Consegna e pagamento. Un lavoro “pulito”. L’Italia avrebbe pure identificato i due libici, ma a Tripoli non pare esserci collaborazione. Gli osservatori però non sembrano avere dubbi: armi e denaro erano oggetto di scambio per alimentare il terrorismo. E la regia sarebbe tutta a Milano. «In città -assicura una fonte a Milosa – esistono veri e propri depositi di denaro contante». Si tratta ora di capire in quale modo il denaro è finitio nell’Est Europa.
Per ora tutto è ancora poco definito. «Le segnalazioni per operazioni sospette legate al terrorismo in Lombardia superano di gran lunga la media nazionale. A partire dal gennaio 2015 (dopo la strage di Charlie Hebdo) il numero di fascioli aperti è superiore a 150». Fin qui l’attività degli 007, il cui lavoro continua in maniera sotterranea. Ma il Governo come si sta muovendo per fermare questi flussi di soldi macchiati di sangue? Punto di riferimento nei nostri mari, da dove passano armi e soldi (oltre che uomini e donne alla ricerca di una vita migliore), c’è l’ammiraglio Enrico Credendino, al comando di «Sophia», operazione militare con finalità umanitarie. Ai suoi ordini ci sono la portaerei Cavour, quattro fregate e 1.500 militari di 24 paesi, incluse nazioni senza mare come Austria e Lussemburgo, «che si preparano a un doppio cambiamento – scrive Repubblica -. Due giorni fa Bruxelles ha accolto la richiesta di aiuto del presidente Fayez Serraj per formare la guardia costiera libica. Inoltre la squadra navale europea contribuirà a potenziare l’embargo e fermare le armi destinate a milizie e terroristi». «La Libia – dichiara Credendino – è una Somalia nel cuore del Mediterraneo: solo con la stabilizzazione del Paese potremo bloccare i trafficanti. Il nuovo governo sta facendo i primi passi in questa direzione e la rinascita della guardia costiera sarà un segnale importante. In quattordici settimane possiamo formare i primi cento uomini, in acque internazionali, trasformando una nostra nave in scuola. Inoltre ci sono otto vedette pronte alla consegna, che erano state allestite dall’Italia per il governo libico prima dello scoppio della guerra civile. Certo, avremo bisogno di nuovi mezzi e personale qualificato ma, quando arriverà l’ordine definitivo da Bruxelles, potremo muoverci in tempi brevi: in tre-quattro mesi i libici saranno in grado di agire autonomamente».
Sullo sfondo ci sono i difficili rapporti tra il Governo di Roma e quello di Tripoli. Il ministro degli esteri Paolo Gentiloni – racconta sul Fatto Roberto Colella, esperto di geopolitica e scienze della difesa e della sicurezza – si è detto pronto ad addestrare ed equipaggiare le forze militari libiche come chiede il premier desiganto per l’unità nazionale Fayez al-Sarraj. «Si riapre quindi il mercato delle armi in un Paese lacerato dalla guerra civile e dalle infiltrazioni jihadiste con in testa l’Isis che ha come obiettivo il controllo delle infrastrutture critiche e la rendita di posizione che ne deriva». Secondo l’Osservatorio permanente sulle armi leggere (Opal) di Brescia dal 2005 al 2012 le autorizzazioni dei governi ad esportare armi in Libia sono state di 431,7 milioni di euro per la Francia, 375,5 per l’Italia, 161,8 la Gran Bretagna, 95,9 la Germania e 22,9 il Belgio. «Quanto alle consegne effettive – conclude Colella – il podio non cambia: Francia (248,2 milioni di euro), Italia (177,5). Il nostro belpaese ha avuto sempre un occhio di riguardo verso la sua ex colonia primeggiando nel settore dell’export di armi soprattutto durante il regime di Gheddafi».

 

 

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/05/17/libia-lembargo-delle-armi-e-lo-scarso-appeal-delle-nazione-unite/2738126/

http://www.repubblica.it/esteri/2016/05/25/news/libia_migranti_flotta_europea-140538735/

 

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