L’Africa, Internet e la censura

Dati, episodi, fatti, che raccontano della “repressione digitale” nel grande continente

Era ottobre, il campionato di calcio ancora alle prime giornate. Dopo un gol, sollevarono la maglietta e fecero vedere alle telecamere la t-shirt che indossavano sotto la divisa della loro squadra. Due squadre diverse ma la stessa scritta: #endthesars. Simeon Tochukwu Nwankwo, che tutti conoscono come Simy, del Crotone e Victor Osimhen, punta del Napoli fecero lo stesso gesto.

di Stefano Bocconetti

#endthesars, mettere fine alle violenze della polizia speciale in Nigeria. L’hashtag era la parola d’ordine del movimento che due mesi fa scosse profondamente il più popoloso Paese africano e che è destinato comunque a cambiarlo profondamente. Il gesto di Simy e Osimhen dopo i loro gol è riuscito almeno in parte a sfondare il muro di silenzio dei media europei su quella ribellione lontana. E tanti si sono così accorti che le rivolte anche in Africa corrono nella rete. Utilizzano la rete.

AccessNow, forse una delle più combattive ed autorevoli associazioni mondiali per i diritti digitali:ha provato allora a mettere insieme i dati che arrivano dai Paesi del continente sub-sahariano. Scoprendo che – fino al giugno dell’anno scorso – ben ventisei dei cinquantaquattro Paesi del continente hanno provato a limitare l’accesso alla rete. L’accesso delle persone alle informazioni. Di più: sempre AccessNow racconta che in cinquanta Stati, ci sono stati 450 arresti. Tutti con accuse legate alla diffusione di notizie online. Repressione digitale che si è certo accentuata con la pandemia ma che ha una storia lunga. Il primo vero esperimento di shutdown – di “spegnimento”, di disconnessione totale di un Paese – è stato sperimentato in Guinea. Quattordici anni fa. Fu la risposta di Lansana Conté alle proteste che stavano attraversando il paese, col blocco imposto a tutti e quattro i fornitori di servizi Internet.

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Il Center for Applied Internet Data Analysis – in una ricerca di qualche tempo fa – ha rivelato che i casi più rilevanti sono stati in Gambia, Etiopia, Repubblica Democratica del Congo, Sudan e Togo. E sempre in occasioni di manifestazioni, quando i governi imposero l’interruzione dei servizi online. Anche interruzioni “mirate”, furbamente mirate. Come l’ultimo esempio dell’Etiopia, nel giugno scorso. Qui il governo, ben conoscendo il proprio Paese, ha deciso il blocco della connessione solo ed esclusivamente per i dispositivi mobili, durante i drammatici giorni che seguirono all’assassinio del musicista Haacaaluu Hundeessaa, da sempre impegnato nella difesa dei diritti degli Oromo. Cosa che gli è risultata piuttosto facile, visto che nel Paese c’è un solo operatore mobile, Ethio Telecom, decisamente vicino al governo. La rete fissa, invece, utilizzata dal 2 per cento della popolazione, quindi esclusivamente dalle aziende, è rimasta sempre attiva.

Ed è probabilmente proprio per tutelare le imprese se anche la Nigeria di Muhammadu Buhari, durante le ultime proteste, non ha fatto ricorso ad uno shutdown totale. Se lo avesse fatto, il suo paese – secondo le dettagliatissime stime di techcabal – avrebbe perso 134 milioni di dollari al giorno, 939 milioni in una settimana. E le compagnie petrolifere – che vivono connesse – non glielo avrebbero permesso.

I censori del continente

Già, ma chi ordina le chiusure, le sospensioni, chi ordina di cancellare l’accesso a determinati siti? La Repubblica Democratica del Congo o il Camerun non si sono esposti in prima persona: i divieti sono stati imposti dai rispettivi “regolatori delle poste e delle telecomunicazioni”. Da ministeri o authority, insomma. In Sudan ci ha pensato la Corte Suprema. Che per reprimere le prime mobilitazioni contro al Bashir “chiuse” la rete per due mesi ed una settimana. Negli altri casi non si è andati troppo per il sottile: i provvedimenti sono stati firmati dai Premier. Col record del Ciad: blocco dell’accesso ai social per sedici mesi. Governi censori, un terzo dei quali – vale la pena sottolinearlo – sono considerati dalla comunità internazionale “democratici”, rispettosi dei diritti internazionali.

Dati, episodi, fatti, che raccontano della “repressione digitale”. Che a sua volta però è rivelatrice anche della diffusione telematica nel continente. Non si è più, insomma, a piazza Tahrir, nel 2011, quando tanti osservatori si stupirono della capacità di mobilitazione delle piazze egiziane attraverso la rete. Oggi, il tasso di penetrazione di Internet è del cinquanta per cento nel continente, tranne nell’Africa centrale, dove è più basso, attorno al venti per cento. Ma stiamo comunque parlando di centinaia di milioni di persone. Con alcune singolarità: in Mali, il 98 per cento degli utenti usa FaceBook, nello Zimbabwe solo il 45 per cento, dove invece il 30 per cento preferisce Pinterest. Del resto è anche l’unico Paese – per quanto con percentuali infinitesimali – ad usare Instagram. Twitter, invece, è utilizzato un po’ più della media – sempre sotto il dieci per cento – nel Malawi.

Strumenti – anche YouTube che anzi in Algeria, durante le manifestazioni che hanno segnato tutto l’anno scorso è stato il social media più visitato in assoluto – che in molti casi, sono stati messi a disposizione delle rivolte. Strumenti che hanno provato a far tacere, come si diceva. Riuscendoci. Tranne in un caso. La notizia è di pochi mesi fa: la Corte di giustizia della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS), su sollecitazione di alcune organizzazioni umanitarie, ha stabilito con una sentenza che l’oscuramento della rete del settembre 2017 ordinata dal governo togolese è stata “illegale ed un affronto alla libertà di espressione”. La condanna: due milioni di franchi centrafricani.

Se il dissenso non viene meno

Un caso unico, comunque, la strada purtroppo non sembra certo quella. Ma c’è un altro punto forse più interessante di tutti gli altri che vale la pena sottolineare. Un punto reso esplicito dalla voluminosissima ricerca condotta da tre studiosi: Jan Rydzak, Moses Karanja, Nicholas Opiyo, impegnati nelle università e nelle associazioni per i diritti digitali in Polonia, Canada ed Uganda. I tre hanno messo insieme articoli, saggi, notizie, informazioni raccolte sul campo e commenti su tutto ciò che riguarda l’Africa ed Internet. E alle decine di denunce e grafici hanno aggiunto le loro impressioni. Una su tutte: “Sebbene i governi generalmente si aspettino che la chiusura delle piattaforme di comunicazione indebolirà il dissenso collettivo, l’analisi dei casi esaminati non sostiene questa aspettativa”.

Certo, molto dipende dai livelli differenti di connettività, dalla penetrazione dei social media, dalle infrastrutture. Ma quel che va notato è che spesso la “repressione digitale” s’è accompagnata immediatamente “a cambiamenti nelle proteste”, nella loro decentralizzazione. Nel cambio di leadership, nella nascita di leadership plurali, di collettivi, meno rintracciabili. Nella scelta di “strutture di movimento più flessibili”, con strategie innovative. Che in qualche caso hanno anche utilizzato gli strumenti tecnologici che non consentono le identificazioni – connessioni Vpn, per capire -; ma che anche e soprattutto hanno riconvertito gli organizzatori “verso i loro legami forti”. Li hanno reindirizzati verso le loro comunità. Coi megafoni, insomma, nei quartieri, nelle città, invece che su FaceBook. Ecco perché il silenzio digitale imposto dai governi, nei casi analizzati, non “pare aver ridotto lo slancio delle proteste”. I cavi si possono silenziare, dunque, non le persone. E forse non vale solo in Africa.

  • il lavoro di Jan Rydzak, Moses Karanja, Nicholas Opiyo, pubblicato dall’International Journal of Communication, è distribuito in creative commons, lo si trova qui

In copertina foto di Derick Anies (particolare) da Unsplash

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