Le armi della Svizzera – 1

Fa discutere la richiesta dell'industria bellica elvetica al governo per una modifica delle leggi sul commercio delle armi. Per venderne di più. In contrasto con il tradizionale principio di neutralità e convivenza pacifica tra i popoli. Inchiesta

di Filippo Rossi*

Il 7 marzo un carro armato Piranha II prodotto dalla svizzera Mowag è stato filmato dall’emittente Tv saudita «Al-hadith» in pieno combattimento in Yemen. Si tratta della più recente testimonianza dell’utilizzo di materiale bellico svizzero in un conflitto (vedi immagine di copertina ndr) e non è l’unica: l’impiego dei Piranha nel conflitto yemenita è infatti provato da un video pubblicato su YouTube già nel 2015 così come altri utilizzi di materiale di fabbricazione elvetica in situazioni di guerra sono stati confermati anche dalle nostre autorità. Dati che stridono con la LMB (Legge sul materiale bellico) e l’OMB (Ordinanza sul materiale bellico), che proibiscono l’esportazione di armamenti verso «zone di guerra o verso Paesi che violano sistematicamente i diritti umani o sono coinvolti in un conflitto», e che non conciliano neppure con i principi della politica estera svizzera, ancorati nell’articolo 2 della Costituzione (fra cui figurano la difesa dei diritti umani, il mantenimento della pace e la lotta contro la povertà).

In contrasto con la Costituzione

Secondo il Consigliere nazionale Marco Romano (PPD), però, «le armi servono anche al mantenimento della pace. Basti guardare alle missioni svizzere all’estero». Ma forse il principio più in contraddizione in questo quadro decisamente opaco è quello della neutralità che, secondo Berna, «obbliga la Svizzera ad applicare uniformemente alle parti di un conflitto armato internazionale qualsiasi misura restrittiva nella fornitura di materiale bellico da parte di aziende private».

La situazione attuale e una lettera inviata il 26 settembre alla Commissione di sicurezza del Consiglio degli Stati da 13 aziende svizzere attive nel settore degli armamenti con la quale si richiedeva una modifica dell’OMB, che vieta l’esportazione di armi in zone dove imperversa una guerra civile, sono dunque il segno evidente di un vero braccio di ferro in corso fra il mondo economico, che difende il settore industriale bellico nazionale, e chi invece insiste sugli aspetti morali della vendita di armi e sul pieno rispetto delle convenzioni internazionali alle quali aderisce il nostro Paese. In quest’ultima direzione sembra essersi orientato negli anni più recenti il governo, che ha riformato la politica nazionale in materia d’armamenti, rendendola più restrittiva.

La stretta del 2008

Nel 2008, dopo uno scandalo legato alla vendita di blindati agli Emirati Arabi Uniti (EAU) che a loro volta li hanno girati al Marocco, il Consiglio federale ha deciso di inserire nuove misure in materia. All’Ordinanza sul materiale bellico (OMB) è stato aggiunto un nuovo articolo – il quinto – nel quale sono stati introdotti criteri ben precisi che regolano il rilascio di un’autorizzazione all’esportazione di armi. Una misura nella quale molti hanno individuato anche una sorta di controprogetto all’iniziativa del Gruppo per una Svizzera senza esercito (GSsE) che, nel 2009, mirava ad abolire le esportazioni di armi (iniziativa peraltro bocciata da più del 60% dei votanti e da tutti i Cantoni). In questo articolo 5 dell’OMB i criteri che hanno suscitato i malumori dell’industria bellica sono soprattutto il divieto di esportare in Paesi che «violano sistematicamente i diritti umani» o che «sono coinvolti in un conflitto nazionale o internazionale». Secondo le aziende, queste restrizioni hanno creato un grave danno economico alla Svizzera, visto che molti clienti che garantivano grandi acquisti non hanno più potuto servirsi sul nostro mercato in quanto non conformi a questi standard.

Il crollo di queste commesse, sommato ai numerosi tagli del budget dell’esercito svizzero – principale cliente di tutta l’industria –, ha creato un ulteriore buco in questo settore, tant’è che, dal 2008 ad oggi, a parte qualche picco di vendite, il fatturato è progressivamente diminuito notevolmente, mettendo la nostra industria bellica di fronte ad una concorrenza europea difficile da reggere.

«La competizione a livello internazionale e le giuste restrizioni introdotte in Svizzera hanno messo in difficoltà molte aziende», commenta Marco Romano, anche membro del «Cerchio di lavoro sicurezza e tecnologia di difesa» (CLSTD), che protegge l’industria bellica. Per porre rimedio alla situazione creatasi, quindi, il settore bellico si è visto costretto a fare pressione sul governo affinché fossero introdotte delle eccezioni alle regole in materia d’esportazione.

Pressioni sul governo

Il primo risultato di questo «pressing» è arrivato nel 2014, con un allentamento dell’OMB da parte del Consiglio federale (e votato alle Camere) attraverso una modifica del già citato articolo 5 e l’introduzione di un capoverso che recita: «Se persiste un rischio esiguo di violazione dei diritti umani dal parte dello Stato importatore, allora si potrà esportare, ma con la garanzia che le armi non siano usate contro i civili». La proibizione di vendita di armamenti agli Stati coinvolti in un conflitto è stata per contro mantenuta.

Il ruolo di controllore del commercio delle armi, in Svizzera è affidato alla SECO (Segreteria nazionale dell’economia), che è responsabile soprattutto del rilascio delle specifiche autorizzazioni. Nonostante le restrizioni in atto e i numerosi controlli, dal 2008 a oggi si sono tuttavia verificati numerosi casi di abusi da parte dei compratori di armi, che non hanno rispettato le richieste del Governo svizzero. Ma ci sono state anche varie negligenze da parte di quest’ultimo, che ha rilasciato autorizzazioni al limite, trovandosi poi nella scomoda posizione di dover chiarire il perché delle armi svizzere sono state trovate o usate in battaglia.

La replica dei diretti interessati è sempre stata che «i rischi nell’esportazione ci sono sempre e non si può mai escludere completamente il pericolo di un impiego illegale o riprovevole» delle armi. Per evitare che le stesse finiscano in mani indesiderate oppure vengano riesportate, il governo, e nello specifico la SECO, ha comunque introdotto varie misure di controllo e aderito a molti trattati internazionali sul disarmo e sul controllo del traffico di armi. Che però non sembrano essere sufficienti.

Lo spettro yemenita

Secondo il rapporto 2017 della SECO sull’esportazione di armi, la Svizzera ha infatti esportato materiale per un totale di 446 milioni di franchi (0,15% delle esportazioni totali), di cui svariati milioni di materiale per la difesa aerea all’Arabia Saudita e agli EAU. Paesi questi presi come esempio dagli oppositori di tali operazioni in quanto membri della coalizione in guerra nello Yemen (oltre che sospettati di finanziare gruppi terroristici) e che proprio per questo, nel 2015, erano stati oggetto di restrizioni. Restrizioni che però nel 2016 sono state revocate con il consenso del Consiglio federale.

Secondo la SECO, infatti, il materiale venduto ad Arabia e Emirati «non è utilizzabile in guerra e quindi legale». E questo benché questo tipo di armamenti rientri nella categoria KM5 dell’OMB, ossia «materiale di condotta di tiro appositamente concepito per il combattimento». I due Paesi, insomma, non adempirebbero i criteri per le esportazioni, secondo l’articolo 5 dell’OMB, perché attivi in un conflitto. C’è inoltre un’altra questione dubbia legata alle armi «Dual Use», ovvero a quel tipo di armamenti utilizzabili sia a scopo civile sia militare e dunque soggetti alla legge sul controllo dei beni ma non alla LMB. Ci riferiamo in particolare a droni, aerei d’allenamento e altro materiale che può essere usato in azione, benché non considerato, ufficialmente, «materiale di guerra». Tra questi gli aerei PC della Pilatus, facilmente armabili e più volte protagonisti di scandali (vedi articolo a fianco).

Dibattito infuocato

A queste evidenti contraddizioni i gruppi a favore delle esportazioni di armi rispondono appellandosi alla necessità di mantenere in vita il comparto industriale bellico. Ma non tutti condividono questa tesi. «La scusa della necessità evita all’industria svizzera delle armi una seria discussione sugli aspetti ideologici della questione», spiega il consigliere nazionale ginevrino Carlo Sommaruga (PS), contrario ad un ammorbidimento dell’attuale legislazione, ribadendo che «se vi è motivo di ritenere che l’esportazione contribuisca all’armamento convenzionale di uno Stato minaccioso oppure che sosterrebbe gruppi terroristici o criminali, l’autorizzazione deve essere rifiutata”. (segue)

*Filippo Rossi è un giornalista svizzero. Pubblichiamo la prima puntata di un’inchiesta sulla produzione di armi in Svizzera (per gentile concessione del Corriere del Ticino)

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