Non c’è Pace se non c’è lavoro

Un mondo in pace è un mondo in cui ogni essere umano ha un lavoro dignitoso e lo ha perché è un suo è diritto. Un diritto, non merce, non un costo come da decenni sentiamo dire

di Raffaele Crocco*

La questione è che il lavoro è il primo mattone per costruire la pace.

Il lavoro è l’elemento su cui creare l’emancipazione degli individui e delle famiglie. Il lavoro pagato nel modo giusto, garantito in modo corretto, regolamentato secondo criteri di sicurezza, accorcia le differenze sociali, rende vicini i più poveri e i più ricchi.

Questo semplice meccanismo amplifica la democrazia, la rende concreta e fa diventare semplice il  rispetto dei diritti. Diritti che sono – li definiamo così – inalienabili per ogni essere umano e per ogni popolo: salute, istruzione, libertà di pensiero e di associazione. Con tutte queste cose sommate – addizionate grazie al primo elemento, cioè il lavoro – la pace diventa semplice da costruire.

Un mondo in pace, insomma, è un mondo in cui ogni essere umano ha un lavoro dignitoso e lo ha perché è un suo è diritto.

Un diritto, non merce, non un costo come da decenni sentiamo dire. Guardate, in Italia saremmo un buon esempio teorico di questo.  La nostra Costituzione dice che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Questo fa dello stesso, appunto, un diritto, non merce oggetto di trattativa. Non uno strumento di ricatto attraverso regole di precariato permanente. Non il metro su cui creare un’acuminata piramide sociale. E’ un diritto che aiuta la democrazia, che non fa sentire oppressi milioni di individui.

La cosa è talmente chiara che lo scorso anno la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale pagare un uomo 3 euro e mezzo lorde all’ora, pur in presenza di un accordo sindacale. Lo hanno sentenziato, perché pagare così poco non “garantisce la dignità”.

Nel mondo sono centinaia di milioni le persone che non hanno alcuna dignità nel lavoro. E all’assenza di dignità aggiungono la totale insicurezza. Ce lo raccontano le bimbe o i bimbi delle miniere di coltan o di litio dei Paesi africani. Ce lo spiegano le operaie cinesi, thailandesi, birmane.  Ce lo mostrano i contadini messicani, colombiani, cileni. Ormai, ce lo possono dire anche gli operai italiani sottopagati che muoiono nelle fabbriche o nei cantieri o i disoccupati, che pur di lavorare accettano tutto.

Guardate il mondo del lavoro schiavizzato, fatene un Atlante. Vi renderete conto che in ogni Paese che sfrutta donne e uomini, la guerra c’è o ci sarà. E’ una sovrapposizione quasi automatica.  In un mondo così – è il nostro mondo – la pace diventa difficile, lontana, impossibile. Mettere di nuovo al centro dei diritti essenziali il lavoro significa lavorare ad un mondo migliore.

Ricordiamocelo proprio oggi, visto che è il Primo Maggio

*Raffaele Crocco è il direttore dell’Atlante delle Guerre e dei Conflitti nel mondo

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