Le macerie di Ghazni

Sembra ormai conclusa la battaglia ingaggiata dai talebani nella città afgana. Ma resta la dimostrazione di forza e un bilancio di centinaia di morti e feriti. Mentre guerriglia e americani trattano

di Emanuele Giordana

La battaglia di Ghazi, durata cinque giorni e con un bilancio altissimo di vittime, è ormai conclusa come spiega un comunicato della missione Nato Resolute support. Ma, oltre al dramma dei residenti, le polemiche rimangono. Sin da sabato le notizie su quella che appare come l’ennesima prove di forza delle milizie talebane, sono state confuse e intermittenti, con voci e rumori sulla situazione poco rassicuranti e con rassicurazioni governative che, dopo i toni trionfalistici dei primi due giorni, sembrano adesso più caute e realistiche. Con l’ammissione da parte del governo di essere stato colto di sorpresa. Ciò non ha impedito alcuni giornali afgani di denunciare la mancanza di trasparenza del governo.

In una conferenza stampa lunedi, il ministro dell’Interno Wais Ahmad Barmak aveva tracciato il bilancio ufficiale: 70 almeno le vittime tra le forze di sicurezza (100 secondo altre stime), in gran parte poliziotti; almeno 20 i civili uccisi; 194 i guerriglieri ammazzati, in parte anche da raid aerei degli americani – almeno nove – che avrebbero mandato pure commando di terra. I talebani erano asserragliati in diverse aree della città, mescolati ai civili e ancora in grado di fare danni e di incendiare obiettivi militari anche se, secondo il governo, la città resta sotto controllo soprattutto nelle sue strutture nevralgiche e strategiche ed è quindi solo questione di tempo. L’ufficio dell’Onu a Kabul per gli affari umanitari dipinge però una situazione che va deteriorandosi sempre di più per i civili intrappolati in questa capitale di provincia che conta 270mila abitanti: scarseggiano le medicine, le strade sono interrotte, i telefoni non funzionano, uscire è estremamente rischioso e le vittime, infine, potrebbero essere ben di più che le 20 citate dal governo: un bilancio che, insegna l’esperienza, sembra fortemente per difetto: secondo Al Jazzera, le stime Onu e della Difesa, tracciavano già martedi un bilancio di 150 vittime civili in un quadro totale di circa 400 morti.

Il colonnello Kolenda: mediatore

L’attacco talebano, che sembra ripetere l’exploit di Kunduz nel 2015 quando a sorpresa la città del Nord fu conquistata per alcuni giorni dalla guerriglia, ha messo in ridicolo il generale americano John Nicholson (al comando delle truppe Usa e Nato in Afghanistan dove verrà sostituito da Austin Scott Miller) che a marzo si era detto convinto che i talebani non avrebbero attaccato città importanti ma si sarebbero dedicati ai solo attentati terroristici. Ghazni sembra invece dimostrare, in un momento delicato, che la guerriglia può e vuole  dimostrarsi forte. Anche in vista di una trattativa. Nel novembre scorso,  due facilitatori – il colonnello  Chris Kolenda e l’ambasciatrice Robin Raphel –, hanno incontrato a Doha i talebani per la prima volta (Kolenda lo aveva già fatto per l’Amministrazione Obama). Con diverse missioni hanno preparato l’ultima visita con la guerriglia il 23 luglio scorso cui ha partecipato la sottosegretaria Alice Wells (Principal Deputy Assistant Secretary, Bureau of South and Central Asian Affairs). Il tutto senza emissari del governo di Kabul o di Islamabad.

Alice Wells: prima assistente del Segretario di Stato

E’ stato così aperto il canale ufficiale tra talebani e americani che la guerriglia ha sempre chiesto e  i turbanti avrebbero persino dimostrato la flessibilità necessaria ad accettare che, a fronte del ritiro delle truppe, alcune stazionino nel Paese in forma ridotta. Ma proprio per questo ora bisogna mostrare i muscoli. Ne fa le spese una città importante (con una forte minoranza hazara sciita) sulla strada che da Kandahar porta a Kabul da cui dista 150 chilometri. Il prossimo round negoziale potrebbe essere in settembre ed è più che possibile un inasprimento del conflitto. Per trattare, se il negoziato resta in piedi, da una posizione di forza.

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