L’eredità della guerra in Laos

I laotiani non possono dimenticare il conflitto nel Vietnam degli anni Settanta che li coinvolse facendo diventare la loro terra il Paese più bombardato al mondo. Un passato che pesa ancora. Reportage

Dal nostro inviato nel Sudest asiatico Emanuele Giordana

Nong Khiaw (Nord Laos) – Da Nong Khiaw, attualmente capoluogo di distretto, con un’ora e mezzo di barca si raggiunge Muang Ngoi, risalendo il fiume Ou, un affluente del Mekong. Il paesaggio è incredibile e il fiume si snoda pigramente tra picchi, foreste e rari villaggetti adagiati su sponde sabbiose animate da bufali d’acqua o dai colori dei giardini. Oggi Muang Ngoi, che a breve sarà raggiungibile con una strada asfaltata, è un villaggetto la cui attrazione turistica sono le decine di guesthouse per tutti i prezzi affacciate sull’Ou che hanno rovinato l’immagine bucolica del fiume ma probabilmente riempito le tasche di molti locali che avevano visto distrutto il loro centro – durante la cosiddetta “Seconda guerra d’Indocina” – dai bombardamenti che non risparmiarono i templi per il cui la cittadina, allora capoluogo, era famosa. C’è una bomba lunga quasi due metri all’ingresso di un ristorante (cosa molto comune in questa provincia), cui sono appoggiate sul dorso alcune decine di bombe più piccole. Il ricordo del conflitto è affidato a una data stampigliata sull’ordigno: 1967-1972.

In realtà la guerra americana in Laos – la prima guerra d’Indocina fu quella di liberazione dai francesi – era iniziata ben prima del 1967. Alla fine del 1964 Washington diede il via all’Operazione Barrel Roll, poi seguita da altre tra cui la famigerata Menu, completa di Breakfast e Dessert. Il compito era quello di fiaccare le forze rivoluzionarie laotiane del Pathat Lao che, sostenute dal Nord Vietnam, avevano iniziato ad avanzare da Nordest verso il centro sin dal 1959. Al contempo era necessario spezzare il famoso Sentiero di Ho Chi Minh che, via Laos e Cambogia, riforniva la guerriglia nel Vietnam del Sud. Mentre si procedeva alla formazione degli aviatori laotiani e al rafforzamento dei mercenari Hmong – una popolazione delle montagne sempre fortemente autonomista – La Us Air Foorce dalle sue basi in Thailandia iniziò la “guerra segreta” con bombardamenti leggeri. Poi dal 1964 ebbe inizio un’escalation che portò a un bilancio totale delle missioni di bombardamento, terminate nel 1973, a 580.344. Sganciarono centinaia di milioni di bombe. Secondo Legacies of War: una ogni 8 minuti, 24 ore al giorno, per 9 anni. Nel 2016, durante la sua visita di Stato, Barack Obama, che si guardò però dal chiedere scusa, disse che il Laos aveva il triste primato di essere la nazione più bombardata nella Storia dell’umanità.

La memoria di quella guerra è ancora viva in Laos, forse più che altrove nei Paesi alla periferia del Vietnam. Ci sono a volte piccolissimi musei che la ricordano e dove si verificarono i bombardamenti, ossia soprattutto nell’Oriente del Paese, piccoli e grandi ordigni sono esposti davanti a case, ristoranti o guesthouse. Ma i giovani laotiani cosa ne sanno? “Sanno ma non ne sono interessati”. Chu Thao, anche se non è mai stato membro del partito, ha lavorato dieci anni al ministero della Cultura a Vientiane e a Luang Prabang, la vecchia capitale ora con bollino Unesco. Poi è venuto a vivere nel capoluogo Nong Kiaw, dove gestisce il suo ristorante. Ha 61 anni ed estrae dall’album dei ricordi una sua vecchia foto del 1973: “Bombardavano dagli anni Sessanta, perché sopra Luang Prabang il Nord stava col Pathet Lao. Poi conquistammo anche la vecchia capitale”. Chu Thao fu fortunato. Lo mandarono a Rostov a studiare e a diplomarsi. Parla russo, francese, inglese, laotiano e hmong, la lingua della sua gente. Che in gran parte se ne è andata perché, prima i francesi, poi gli americani e i tailandesi, se ne servirono sovvenzionandone il forte autonomismo. Ecco perché alla fine i comunisti li videro e li vedono – con molto sospetto.

Passeggiare senza meta a Nong Kiaw è altamente sconsigliato. Poco distante dalla cittadina ci si può inerpicare tra le rocce di Pha Kuang dove il governo ha messo in sicurezza un enorme sito che fungeva da rifugio per la popolazione e dove si nascondeva la contraerea: “C’era anche un ospedale”, dice una giovane guida di origine vietnamita che segnala col dito un grande spazio nella grotta più vasta. Lui, che avrà adesso 17 anni, a quell’epoca non era nato: “Ma nella mia famiglia ci sono diversi mutilati”. Molti morirono sotto le bombe, tanti – ancora oggi – pagano le conseguenze di quella tremenda eredità. “Le bombe – raccontano al villaggio – le lanciavano di notte anche nel fiume. Ma alla mattina i contadini le ripescavano senza farle esplodere”. Non tutte però. Chissà fin dove il fiume Ou le ha portate.

La sede del Mines Advisory Group a Vientiane è un buon posto dove prendere appunti. Ci riceve una giovane signora con un largo sorriso in una saletta dove sono esposte soprattutto cluster bomb: “Il problema del Laos non sono le mine antiuomo – dice – ma le cluster bomb e gli Uxo, gli ordigni inesplosi in genere”. Si stima che il 25% dei villaggi laotiani ne sia ancora contaminato. Regali americani? chiediamo retoricamente. Stampa un altro sorriso sul viso. Ma è di circostanza. Annuisce: “Si”. Mag è finanziata soprattutto da Norvegia e Stati Uniti. Il minimo, verrebbe da dire nel caso di questi ultimi. Del resto Mag non nasconde come andarono le cose: tra il 1964 e il 1973 furono sganciati due milioni di tonnellate di bombe su un Paese grande due terzi dell’Italia e, attualmente, con poco più di sei milioni di abitanti: 28 per kmq. Questo ne ha fatto il Paese col maggior numero di bombe procapite del pianeta. Il 30% però non sono esplose. Tra queste tonnellate di bombe ce ne sono di piccolissime ma micidiali: le cluster.

Sono bombe piccole che ne contengono altre più piccole che si spargono sul terreno attorno all’ordigno madre. 80 milioni di questi residuati micidiali sono ancora lì ad aspettare. La bonifica è pesante. A Mag ci sono delle squadre di sole donne che fanno il pericoloso lavoro di individuare e far esplodere ordigni grandi o minuscoli. Lavorano con un rilevatore di metalli tubolare che, mentre avanzano di dieci centimetri alla volta, viene retto da una coppia di persone che scandagliano un quadrato di terreno. Appena il rilevatore suona, si fermano e segnalano il pericolo con un cartellino rosso. Poi arriva chi ha il compito di disseppellire le bombe che magari acqua e fango han trascinato per lunghe distanze. Magari attraverso il fiume Ou che passa a Nong Khiw, a qualche centinaio di chilometri di distanza.

In copertina, una bomba in una guesthouse di Nonh Khiaw. Nel testo, Nang Muoi e il fiume Ou. Nel box, i dati di Mag relativi al 2018 pubblicati sul sito.  Qui sopra, residuati bellici nelle grotte rifugio della zona

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