Missione navale internazionale contro gli Houthi

di Alessandro De Pascale

L’elenco delle grandi compagnie per il trasporto delle merci che stanno decidendo di non attraversare più il Canale di Suez sta aumentando costantemente. Tra il 19 novembre e il 17 dicembre, rispetto alle 2.128 transitate (ogni anno sono oltre 17mila), già 55 navi hanno deciso di cambiare percorso non navigando più nel Mar Rosso, nello Stretto di Bab al Mandab e nel Golfo di Aden. Un numero ancora limitato, ma che potrebbe crescere rapidamente, comprendendo già una dozzina di vettori di grandi portacontainer, tra i quali il colosso italo-svizzero MSC (18,6% del mercato nel trasporto marittimo globale), la danese AP Moller-Maersk (17%), la francese CMA CGM (12,6%), la tedesca Hapag-Lloyd (2,7%) e il gruppo petrolifero britannico BP.

Gli armatori temono gli attacchi armati compiuti dagli Houthi nell’ultimo mese con missili, droni e barchini, già avvenuti contro più di una dozzina di navi commerciali. L’obiettivo dichiarato da questo gruppo di ribelli sciiti yemeniti sostenuti dall’Iran è di colpire le imbarcazioni che danno supporto a Israele, così da fare pressione sullo Stato ebraico affinché metta fine ai bombardamenti sulla Striscia di Gaza. Gli Houhi si sono detti intenzionati a “effettuare operazioni e attacchi ogni 12 ore alle navi che transitano nel Mar Rosso”.

Quel corridoio marittimo, che collega il Mediterraneo all’Oceano Indiano, è uno dei più trafficati al mondo: ci passa il 30% del traffico globale di container, il 12% del commercio globale e il 20% dei prodotti petroliferi, consentendo a una nave di andare da Rotterdam (il porto più grande d’Europa) a Shangai (il maggiore al mondo) in meno di un mese. Non attraversare il Canale di Suez e circumnavigare l’Africa, come si faceva prima della sua inaugurazione nel 1869, richiede fino a 15 giorni in più di navigazione. Provocando quindi un aumento dei tempi di consegna, maggiori costi e quindi una crescita dei prezzi dei beni trasportati. Per ammortizzare le spese, diversi armatori hanno già applicato supplementi per le imbarcazioni da e per Israele e centinaia di dollari di rincaro a container. Secondo la testata specializzata Quartz, i costi di trasporto potrebbero aumentare da 400.000 dollari a 1 milione per nave.

Lunedì 18 dicembre, nel tentativo di rispondere gli attacchi degli Houthi e proteggere le navi in transito, gli Stati Uniti hanno deciso di lanciare l’operazione Prosperity Guardian: una coalizione marittima multinazionale alla quale parteciperanno 10 nazioni (oltre agli USA, Regno Unito, Bahrein, Canada, Francia, Paesi Bassi, Norvegia, Seychelles, Spagna e Italia). L’annuncio del Segretario alla Difesa statunitense, Lloyd Austin, è arrivato dopo che le marine militari di Stati Uniti e Regno Unito hanno dichiarato durante il fine settimana che le loro cacciatorpediniere avevano abbattuto 15 droni in quel corridoio marittimo. Nell’area, gli USA hanno proprie basi militari negli Emirati Arabi Uniti, in Qatar e a Gibuti.

Nelle acque del Corno d’Africa dal dicembre 2008 è attiva la missione diplomatico-militare dell’Unione Europea EU NAVFOR Somalia-Operazione Atalanta, alla quale sulla base di quattro risoluzioni adottate quell’anno dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite partecipano 17 Paesi (con personale, navi, aerei ed elicotteri), con l’obiettivo di prevenire e reprimere gli atti di pirateria marittima lungo le coste degli Stati del Corno d’Africa iniziati nei primi anni Duemila.

Dopo l’annuncio degli Stati Uniti, il maggiore generale degli Houthi, Yusuf al-Madani, ha dichiarato: “Qualsiasi escalation a Gaza è un’escalation nel Mar Rosso… Qualsiasi Paese o partito che si frapponga tra noi e la Palestina, lo affronteremo”. Il portavoce del gruppo yemenita, Abdel Salam, ha aggiunto che “la coalizione formata dagli USA con lo scopo di proteggere Israele e militarizzare il mare senza alcuna giustificazione, non impedirà allo Yemen di continuare le sue legittime operazioni a sostegno di Gaza”. Per l’alto funzionario degli Houthi, Mohammed al-Bukhaiti, “anche se l’America riuscisse a mobilitare il mondo intero, le nostre operazioni militari non si fermeranno… non importa i sacrifici che ci costeranno”. Mentre un membro del Consiglio politico supremo Houthi, Mohammed Ali Al-Houthi, ha dichiarato alla televisione iraniana Al-Alam: “Ogni Paese che agirà contro di noi avrà le sue navi prese di mira nel Mar Rosso”.

Nel 2014 gli Houthi si sono ribellati al Governo dello Yemen riconosciuto a livello internazionale, scatenando una guerra civile che in 8 anni ha provocato oltre 300mila vittime, (tra cui moltissimi civili) e causato una devastante crisi umanitaria. Il tutto combattendo, con il sostegno dell’Iran, la coalizione militare guidata dalla vicina Arabia Saudita (che comprendeva anche alleati occidentali e regionali). Attualmente gli Houthi mantengono il controllo della maggior parte del Paese, inclusa la capitale Sanaa e alcune aree occidentali e settentrionali.

Negli anni gli Houthi hanno messo insieme, grazie al sostegno iraniano, un considerevole arsenale militare, compresi missili balistici antinave utilizzati per la prima volta con successo proprio contro le navi commerciali nel Mar Rosso. Nel mese di ottobre gli Houthi avevano già provato ad attaccare direttamente Israele, lanciando missili e droni verso il sud del Paese non raggiungendo i loro obiettivi, distanti circa 2.000 chilometri. Ma con i propri attacchi nel Mar Rosso stanno ora riuscendo a far deviare parte del traffico navale mercantile mondiale.

Per saperne di più, leggi la nostra scheda conflitto Yemen/Arabia Saudita

Nella foto in copertina, la regione del Mar Rosso con lo Stretto di Bab al Mandab ©Below the Sky/Shutterstock.com

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