Nigeria, la guerra a Twitter di Buhari

Il Presidente del Paese più popoloso dell'Africa oscura il social network. E punta a sostituirlo con un clone locale e addomesticato

di Stefano Bocconetti

C’è un lato grottesco: l’annuncio che Twitter era stato bloccato – e quindi era diventato inaccessibile per il Paese – è stato dato con un messaggio. Su Twitter. C’è poi, però, tutto il resto: con la Nigeria, il Paese più popoloso del continente, dove vive un sesto della popolazione africana, che da un giorno all’altro si è trovata senza lo strumento più usato per informarsi. In una nazione al centoventesimo posto nell’indice della libertà di stampa. Tutto è avvenuto nel giro di poco tempo, anche se tanti segnali – da quelli più vecchi ai più recenti – facevano capire che a questo si stava per arrivare.

La situazione comunque è precipitata nei giorni scorsi. Il Presidente Muhammadu Buhari – che ha sempre saputo usare i social media per accrescere il suo consenso, conta qualcosa come quattro milioni di follower, anche se nessuno è in grado di dire se siano veri o “acquistati” –-; Buhari, si diceva, ha scritto un tweet dai toni feroci. Molto sopra le righe. Non è chiarissimo con chi ce l’avesse, sembra con un gruppo separatista del Sudest del Paese, né quale fosse esattamente il pretesto. Fatto sta che il Presidente se n’è uscito ricordando nientemeno che la guerra civile del Biafra, alla fine degli anni ’60. Costata milioni di morti. “Molti giovani non sanno quel che fanno ma chi ha attraversato quella guerra come me, sa come fare. E quei giovani troveranno pane per i loro denti”.

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La reazione degli utenti – non solo di quelli nigeriani – è stata immediata. E a migliaia si sono rivolti per segnalare il post che conteneva un chiaro invito alla violenza. E come prevedono le sue regole interne – ormai le conoscono tutti quelle che hanno portato alla sospensione dell’account di Trump -, Twitter ha cancellato il testo scritto dal presidente della Nigeria. La contro-reazione non si è fatta attendere: il giorno dopo, il Ministro della cultura e dell’informazione di Abuja, Lai Mohammed, ha scritto un tweet, quello a cui si accennava all’inizio: per annunciare che il social network era stato bloccato. Da molte ore. Erano stati impartiti ordini precisi alle due grandi compagnie telefoniche del paese, MTN e Airtel. Il Ministro non è entrato nei dettagli, né prima, né dopo, non ha spiegato le ragioni del provvedimento. Ha dato una motivazione tutta politica: “Questa piattaforma mina l’integrità della Nigeria”. Tutto qui.

Un Paese senza Twitter, dunque. Per gli analisti, comunque, la censura del colosso non arriva inattesa. Basta ricordare che già sei anni fa, il presidente provò a “regolamentare” i social, come ripeteva. Ma era evidente a tutti che la sua “regolamentazione” non sarebbe stata nient’altro che un tentativo di censura. Che suscitò un’enorme opposizione, al punto che il governo abbandonò l’idea. Poi, c’è stata la rivolta del novembre scorso, quando un’intera generazione – in un Paese composto per quasi metà da persone sotto i 28 anni – si ribellò alle violenze della polizia speciale. Riempiendo le piazze e facendo tremare il regime. Una rivolta per gran parte organizzata proprio su Twitter, che ebbe una eco mondiale grazie all’hashtag #EndSars: basta con la Sars, appunto i reparti speciali della polizia. Un movimento che riuscì a coinvolgere nientemeno che Jack Dorsey, fondatore e amministratore di Twitter. Che fece anche consistenti donazioni alle organizzazioni che sostenevano le manifestazioni di strada.

Una scelta insolita, quella di Dorsey ed in qualche modo inaspettata. Visto che il boss del colosso da tempo puntava alla Nigeria, dove avrebbe voluto creare il quartier generale africano del social. Le vicende di novembre gli hanno fatto cambiare idea. Ed il “cuore” africano del social network è stato spostato in Ghana. Così tutto fa capire che la chiusura voluta da Muhammadu Buhari è stata anche una sorta di rappresaglia alle decisioni di Twitter. Cosa accadrà ora, nessuno lo può intuire. Si sa solo che il Ministro se n’è uscito con una frase: “E tempo di un Twitter tutto nigeriano”. Sembra la premessa perché anche Abuja provi a puntare su un social sovranista. Controllato dal governo.

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