Dossier/ Sopravvivere a Gaza

Il porto di Gaza

a cura di Alice Pistolesi

La situazione di Gaza torna, ciclicamente, a preoccupare e rimane centrale nel conflitto tra Israele e Palestina. Il lancio di missili da Gaza e i bombardamenti israeliani della Striscia del 25 marzo 2019 e dei giorni seguenti si inseriscono in una situazione quotidiana tremenda per gli abitanti del territorio.

Nel corso di questo dossier affronteremo quindi alcune questioni: dai cenni storici che riguardano la creazione della striscia, alle difficoltà della vita di tutti i giorni, fino all’analisi dell’ultimo anno di Gaza.  Il 2018 è stato per la striscia l’anno di ripresa delle mobilitazioni. Dal 30 marzo, infatti, giorno della Marcia del Ritorno, le proteste sono proseguite ogni venerdì. Proteste che hanno causato circa 200 morti civili.

 Un anno di Marcia del Ritorno

Il 30 marzo 2018, in occasione della Marcia del Ritorno, ovvero l’anniversario dell’esproprio delle terre arabe per creare lo Stato di Israele nel 1948, a Gaza è iniziata una maxi mobilitazione. Da quel giorno le manifestazioni sono proseguite ogni venerdì e si sono svolte in cinque punti di accampamento lungo la striscia. Le richieste di chi protestava erano quelle di mettere fine al blocco israeliano e tornare alle case in cui abitavano  prima dell’occupazione di Israele.

Il 30 marzo 2019 i palestinesi nella striscia di Gaza hanno celebrato l’anniversario delle proteste. Durante la manifestazione sono morti cinque ragazzi palestinesi uccisi dai colpi esplosi dai tiratori scelti israeliani durante le manifestazioni a ridosso delle linee tra Gaza e lo Stato ebraico.

Intanto il 1 marzo 2019 è uscita l’anticipazione del rapporto della commissione di inchiesta internazionale indipendente Onu incaricata di indagare sulle manifestazioni che si sono tenute a Gaza tra il 30 marzo e il 31 dicembre 2018. Nel testo si rilevano “ragionevoli motivi” per ritenere che la risposta delle forze di sicurezza israeliane alle manifestazioni palestinesi della Marcia del Ritorno includano violazioni gravi delle leggi  internazionali umanitarie e di difesa dei diritti umani.

La commissione, presieduta dall’argentino Santiago Caton, è stata nominata dal presidente del Consiglio per i diritti umani Onu (Ohchr). Sono stati esaminati con particolare attenzione tre giorni di dimostrazione: il primo giorno di manifestazione, il 30 Marzo, il 14 maggio che ha visto il maggior numero di morti e feriti e il 12 ottobre, uno dei due giorni di dimostrazione con il più alto numero di vittime.

La commissione ha esaminato tutti i 189 decessi e rintracciato oltre 300 feriti causati dalle forze di sicurezza israeliane nei siti di dimostrazione e durante le manifestazioni. Ad eccezione di un incidente verificatosi a Nord di Gaza il 14 maggio e di un altro nel centro di Gaza il 12 ottobre – che potrebbero aver costituito una “minaccia imminente per la vita o lesioni gravi” per la sicurezza israeliana – la commissione ha trovato motivi ragionevoli per credere che, in tutti gli altri casi, l’uso di munizioni vere da parte delle forze di sicurezza israeliane contro i manifestanti sia stato illegale.

Le vittime si trovavano infatti a centinaia di metri di distanza dalle forze israeliane. I militari hanno sparato a giornalisti e personale medico, chiaramente indicati come tali, così come a bambini, donne e persone con disabilità. E ancora, la commissione scrive che le forze di sicurezza israeliane hanno ucciso e mutilato dimostranti palestinesi che non costituivano una minaccia e che sarebbero potute essere usate alternative meno letali e più difensive. L’uso della forza è stato quindi sproporzionato e inammissibile. Dalle indagini l’equipe Onu sostiene quindi di aver “trovato fondati motivi per ritenere che i manifestanti siano stati fucilati in violazione del loro diritto alla vita e del principio di distinzione del diritto umanitario internazionale”.

Israele ha risposto al rapporto e ad altre critiche dei gruppi per i diritti umani locali e internazionali dicendo che le proteste sono state organizzate da terroristi e che la stragrande maggioranza di coloro che hanno sparato sono terroristi.

(Sopra)vivere a Gaza

Vivere a Gaza è sempre più difficile. Gli abitanti, infatti, soffrono della forte limitazione dell’energia elettrica e di acqua potabile, di limitazioni della libertà e di mancanza di cibo.

Circa il 47 per cento delle famiglie non ha sufficiente accesso al cibo. Inoltre la pessima qualità dell’acqua, lo scarso livello di igiene, la mancanza di energia elettrica e la carenza di fornelli a gas rendono molto difficile la preparazione dei pasti. Le famiglie dispongono di 4-5 ore di elettricità al giorno e 9 su 10 non hanno un regolare accesso all’acqua pulita.

La malnutrizione nella striscia è cresciuta tra il 2000 e il 2010 del 41,3 per cento in Cisgiordania e del 60 per cento a Gaza. Il rapporto sulla “Crisi umanitaria a Gaza”, approvato il 24 gennaio 2017 dal Consiglio d’Europa, ha denunciato il deteriorarsi della situazione umanitaria nella Striscia. Qui oltre 75mila persone risultano sfollate, la disoccupazione arriva al 43 per cento toccando il 65 per cento tra i giovani che non possono cercare lavoro fuori dalla Striscia. La percentuale di disoccupazione giovanile a Gaza è infatti una delle più alte del mondo.

Il 40 per cento della popolazione vive sotto la soglia della povertà, mentre l’80 per cento si affida all’assistenza umanitaria. Secondo l’Unicef nella Striscia di Gaza la metà dei bambini dipende dall’assistenza umanitaria. Un bambino su quattro ha bisogno di supporto psicosociale. Nonostante l’elevato tasso di iscrizione all’istruzione primaria (94 per cento), un quarto dei ragazzi sopra i 15 anni non frequenta le superiori.  A tutto questo si deve aggiungere che da Gaza non si può uscire. Nel 2015, su un milione e 800mila abitanti, solo a 10mila persone è stato permesso di lasciare il territorio.

Le tre massicce operazioni militari israeliane hanno provocato moltissime perdite umane e ingenti danni materiali. Dai dati forniti all’ambasciata Palestinese in Italia con l’operazione del 2014 la situazione è peggiorata drasticamente: sono morte più di 2.250 persone, quasi tutti civili, compresi 551 bambini e 299 donne. Più di 11.230 persone sono state ferite, mentre 12.620 case sono state completamente distrutte e 6.455 sono state seriamente danneggiate.

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