Nucleare, ritorno alla Guerra Fredda

La fine del trattato Inf tra Russia e Usa non fa altro che esacerbare il già elevatissimo rischio nucleare, togliendo uno dei freni principali alla sua proliferazione e all'utilizzo politico e operativo di questi terribili armamenti

di Elia Gerola.

Il 2 agosto del 2019, uno dei più longevi, storici ed efficaci trattati sul disarmo nucleare, il cosiddetto “Trattato sulle forze nucleari a medio raggio”(Inf), è diventato inefficace. Per volere di Washington. Era un accordo bilaterale siglato verso la fine della Guerra Fredda, nel 1987, e per la prima volta nella Storia aveva visto le due superpotenze dell’epoca, Usa e Urss, rinunciare ad un’intera classe di armamenti, i missili a corto e medioraggio (500-5500 km di gettata), con capacità nucleare. Il fine era quello di garantire maggiori stabilità e sicurezza, soprattutto sul continente europeo, al fine di evitare che in caso di escalation politico-militare, alcune capitali europee potessero essere rase al suolo da missili nucleari lanciati da postazioni collocate negli Stati ad Est e a Ovest della Cortina di Ferro. Vera novità del trattato era stata l’introduzione del principio “fidati ma verifica”  (del quale vi abbiamo parlato nell’articolo: qui).

Ieri, un’altra delle minacce  anti-multilateraliste del Presidente Trump in politica estera è  dunque stata realizzata. Dopo l’uscita dall’Accordo di Parigi sul Clima e dopo aver rinnegato l’Accordo sul Nucleare Iraniano, anche l’Inf è stato relegato ai libri di Storia. Vero è che nei sei mesi che dal 2 febbraio 2019 hanno portato a questo punto, né Washington né l’altra parte coinvolta, la Russia di Putin, si sono seriamente impegnate a rinegoziare al fine di salvare il trattato. Segnale questo, del fatto che anche al Cremlino l’accordo stava stretto. Ora analisti e addetti ai lavori prevedono un forte incremento dell’instabilità strategica in ambito nucleare, un’accelerazione nella corsa agli armamenti nucleari e alla loro modernizzazione, così come l’emersione di un’atmosfera di sfiducia in ambito di disarmo e controllo degli armamenti nucleari.

Innanzitutto monterà l’instabilità: internamente alla NATO, così come internazionalmente tra le principali potenze del club nucleare. Secondo David A. Andelman quella sull’Inf è infatti la “decisione più catastrofica tra quelle prese da Trump,” che indebolisce fortemente la leadership statunitense e rischia di costare molto sia  in termini di potenziali vite umane messe in pericolo sia strategicamente e sia economicamente. Sul fronte interno all’Alleanza Atlantica, il non aver preservato un trattato storicamente e strategicamente caro alle cancellerie europee potrebbe risultare in una certa intolleranza nei confronti “dell’ombrello nucleare” offerto da Washington, aumentare i malumori in seno all’Alleanza, e catalizzare la costituzione di una Forza di Difesa Europea autonoma rispetto alla NATO. Inoltre gli Usa realisti, impulsivi e falchi di Trump sembrano oggi un partner sempre più irrazionale ed imprevedibile, inadatto ed incapace di esercitare e proiettare una credibile e costruttiva leadership sia all’interno dell’Alleanza che al suo esterno. D’altronde l’adozione di una politica fortemente realista e recalcitrante nei confronti di qualsivoglia multilateralismo e controllo collettivo degli armamenti non può lasciare indifferenti i multilateralisti convinti come il Ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas, che negli ultimi mesi ha più volte sottolineato la necessità di preservare l’Inf. In ogni caso, pur sostenendo la posizione Usa ed

Jens Stoltenberg

accusando la Russia di aver violato il trattato, invitandola ad ammettere le proprie colpe al fine di preservare l’Inf, lo stesso Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg ha già dichiarato che non è prevista la dislocazione di missili a corto/medio raggio sul continente europeo, rassicurando sul fatto che l’asse Atlantico non emulerà quindi per reciprocità ciò che ha invece accusato il Cremlino di aver compiuto: ovvero aver testato e dislocato dei vettori di lancio SSC-8 (missili a corto raggio con capacità nucleare), violando il trattato.

Dall’incertezza si acuirà la corsa agli armamenti. La ha prevista e minacciata lo stesso Presidente russo Putin, che parlando recentemente non solo dell’Inf, ormai dato per spacciato, ma anche dell’accordo New Start, ha sottolineato che si sta rischiando l’avvento di una molto “costosa” e pericolosa “catastrofe globale”. Secondo il Bollettino degli Scienziati Atomici infatti, la fine dell’Inf sta catalizzando una corsa agli armamenti sempre più pericolosa. Forse non aumenterà il numero di testate nucleari (proliferazione verticale), ma sicuramente cresceranno la loro efficacia, precisione e quindi la loro utilizzabilità. I programmi di ammodernamento, spesso mascherati dalla necessita del mantenimento e poi invischiati con il miglioramento degli stessi vettori di lancio sono sempre più finanziati e collocati al centro della ricerca tecnologica in ambito bellico delle potenze nucleari. Per esempio, come riportato dal Nyt la Russia di Putin ha recentemente annunciato la continuazione del programma per lo sviluppo di un missile ipersonico che viaggerà 5 volte più velocemente del suono, che se superasse i test ed entrasse a fare parte degli arsenali militari, altererebbe non di poco i calcoli strategici e le velocità di difesa necessarie per sventare un tale attacco. Dall’altra parte, come segnalato dal Guardian, Washington sarebbe invece in procinto di testare ed aggiungere al proprio già ricco arsenale di vettori di lancio tre nuovi missili balistici a corto/medio raggio, attualmente armabili convenzionalmente, ma potenzialmente adattabili anche al nucleare.

Un fatto, secondo gli osservatori più pessimisti come Andelman è però certo: per la prima volta da decenni, gli Usa sembrano essere un passo indietro rispetto alla Russia. Attardati certamente di poco, ma per i fragili equilibri nucleari, nella scomoda posizione di dover effettuare un costoso “catch-up” tecnologico, ovvero di dover inseguire il Cremlino per riacquistare il pieno equilibrio nucleare, chiave per la reciproca deterrenza nucleare, specie in un contesto in cui unilateralismo e disprezzo per la diplomazia sembra stiano diventando la “nuova anormalità,” come la ha definita il Bollettino degli Scienziati Atomici.

Infine il miscuglio di sfiducia, pessimismo e sospetto sta fomentando l’avversione verso il dialogo ed i canali diplomatici. Russia e Usa rischiano quindi di fare la fine dei conigli del cosiddetto “gioco dei conigli o dei fifoni,” che pronti a tutto pur di dimostrare la propria forza ed il proprio coraggio corrono a perdifiato contro un dirupo, quello di un regime nucleare incontrollato, senza trattati, senza vincoli e principi. Secondo la Teoria dei Giochi questa situazione potrebbe essere evitata solo con un convito dialogo, che però potrebbe avvenire solo se uno dei due si fermasse, mostrandosi, almeno agli occhi dell’altro come debole e quindi perdendo la prova di forza. Nell’era pre-Trump, questo ruolo era stato giocato dagli Usa dialoganti, oggi, le speranze sono secondo alcuni rivolte in Putin. Tuttavia, proprio quest’ultimo, ha dichiarato non poco irritato, all’inizio di giugno a margine di un forum economico a San Pietroburgo, che la Russia è  pronta a discutere l’estensione degli accordi New Start in scadenza nel 2021, sottolineando però come gli Usa sino ad ora abbiano taciuto su questo fronte.

John Bolton

Insomma, sembra proprio che Trump e Bolton non si rendano conto di stare giocando con il fuoco. Nei loro piani, oltre alle presunte violazioni russe, l’Inf era soprattutto scomodo per due ragioni principali: da un lato vincolava solo gli Usa e la Russia a non sviluppare e dislocare missili a corto/medio raggio con capacità nucleare in tutto il mondo, non solo in Europa, precludendo un’intera classe di vettori; dall’altra non inglobava la Cina, considerata oggi da Washington una superpotenza che, come scritto nella nuova Nuclear Posture Review, necessita di essere contenuta e controbilanciata a dovere. Agli occhi dei due falchi repubblicani, la caduta dell’Inf significa quindi poter schierare missili in Asia, per contenere la Cina e minacciare la Corea del Nord. Secondo vi sarebbe poi la segreta speranza di coinvolgere Pechino nella stesura di un nuovo Inf multilaterale, che però sembra destinata a rimanere un sogno proibito dei due. Infatti, come sottolineato dal Ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas, Pechino sembra essere piuttosto reticente alla negoziazione di un nuovo trattato, simile a quello appena abolito. Il capo della diplomazia di Berlino dopo aver combattuto strenuamente per preservare l’Inf, come riportato da Reuters, ha inoltre sottolineato come il tema di ristabilire nuove norme di controllo degli armamenti nucleari, meriti di essere una priorità dell’agenda politica globale.

Insomma, il Trattato sulle forze nucleari a medio raggio se ne è andato, lasciando campo libero a incertezza, corsa agli armamenti e sfiducia. E sicuramente la causa principe di questa situazione è l’avvento di Trump alla Casa Bianca. Tuttavia anche l’opposizione interna si sta muovendo

Tulsi Gabbard

e la speranza che cambiando la politica domestica degli Usa anche la loro politica estera possa mutare è alta e fondata. Ad esempio, degno di nota è ciò che nel corso dell’ultimo dibattito tra i candidati alle primarie democratiche svoltosi a Detroit il 31 luglio, e trasmesso dalla Cnn, la rappresentante al congresso delle Hawaii Tulsi Gabbard ha dichiarato, ovvero che la salienza della minaccia nucleare è oggi talmente alta da meritare maggiori attenzione, dedizione e priorità. Per Gabbard stiamo entrando infatti in una “Nuova Guerra Fredda”, nella quale la catastrofe nucleare è sempre più vicina. L’ex veterana dell’Iraq ha infatti sottolineando come non solo in caso di attacco, nei 30 secondi che si stima trascorrerebbero tra il lancio dell’allarme e la collisione al suolo di un missile nucleare, non vi sarebbe alcuna via di fuga, ma come i costi economici di questa spregiudicata e aggressiva politica, solo esacerbata da Trump, ma per lei iniziata con Bush e la guerra al terrore, siano ingiustificatamente alti. Onore al merito per lei, tra i pochi sul palco, che ha avuto il coraggio di sfatare il mito degli investimenti in armamenti, sottolineando come i trilioni di dollari spesi in armi, progetti di mantenimento e modernizzazione degli armamenti potrebbero essere invece dedicati a migliori politiche sociali interne. La sua proposta per risolvere questa crisi internazionale? Quella auspicata dalla maggior parte degli analisti mondiali: ritorno al dialogo diplomatico e de-escalation. Come farlo? Riuscire a battere Trump alle urne nel 2020.

 

 

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