Perché conviene tagliare la spesa militare

Investire in sanità invece che in armi non è solo giusto eticamente: è un guadagno  economico. Cosa dovremmo fare in Italia

di Raffaele Crocco

“Se la guardiamo dal punto di vista economico, la sanità è una filiera che da lavoro e su cui conviene investire, anche perché con l’aumento dell’età media la domanda di salute è destinata a crescere. Investendo in prevenzione, in particolare, possiamo incidere positivamente sulla spesa sanitaria complessiva. E’ stato fatto un calcolo che con 800 milioni si possono risparmiare circa 4 miliardi di euro”.

Parto da questa frase. A pronunciarla, nel 2017, era stato Gregorio De Felice, Chief Economist di Intesa Sanpaolo e socio GEI, durante la presentazione del Festival dell’economia di Trento. Tutto quel Festival, quell’anno, era dedicato alla Sanità. Economisti, studiosi, premi Nobel si erano rincorsi in incontri e dibattiti con un obiettivo: far capire che la sanità è un affare conveniente. Ecco il punto, la chiave: la convenienza. Investire in sanità invece che in armi, concentrarsi su quella filiera è – al di là di ogni altra considerazione politica e etica condivisibile – un fattore di convenienza. E’ un atto di intelligenza sociale e personale, che consente di creare risorse da distribuire, smussa le differenze sociali e crea quelle forme di “distribuzione indiretta di ricchezza” che permettono di costruire democrazia e pace.

Facciamo un esempio, per capire. Siamo in Italia, due anni fa. A Bologna, nella sede di Confindustria, 13 cliniche private consorziate presentano il loro Bilancio Sociale. Si scopre, che la ricchezza che hanno generato in un anno si aggira sui 216.827 milioni di euro. Nel 2018 hanno così versato 18.519 milioni di euro come tasse e imposte ad enti locali e allo Stato. Proseguiamo: le 13 strutture danno lavoro – come dipendenti – a circa 2.600 persone, con una percentuale del 13% di lavoratori extra Unione Europea. Contemporaneamente, l’attività di queste strutture , cioè l’indotto verso fornitori, è di circa 9.5milioni di euro e vale altri 177 posti di lavoro. Manca un ultimo dato, cioè la ricchezza generata nel territorio dal movimento dei parenti dei pazienti: 42mila degenti in un anno, con famiglie che arrivano, prenotano B&B, alberghi, cenano nei ristoranti.

Se ci si pensa, è una piccola storia: poche cliniche in un piccolo pezzo del Paese. Ma è la prova che la sanità genera ricchezza, è un investimento sicuro in qualsiasi posto del Mondo. Oggi, nel Pianeta ci sono almeno 200milioni di esseri umani che non hanno accesso ad alcuna forma di cura. Il sistema sanitario del loro Paese o non è in grado di sostenere le cure o è privato e, quindi, è l’individuo che non riesce a curarsi, perché non ha sufficienti risorse. Questo stato di cose ha un effetto negativo moltiplicatore: chi è in grado, lascia l’area in cui vive, per raggiungere posti in cui pensa ci possano essere maggiori e migliori possibilità di vita. Intere regioni si impoveriscono sempre più, perdendo abitanti. Le campagne vengono abbandonate, mentre si alimenta il fenomeno delle migrazioni: la previsione fino a poco tempo fa parlava di 250milioni di possibili migranti entro il 2050.

Il dato andrà rivisto: per il solo effetto della pandemia da Covid-19 si prevede un calo mondiale del Pil attorno al 3%. L’Africa, per la prima volta negli ultimi 25 anni, subirà in modo disastroso la crisi economica, con un calo di ricchezza ancora maggiore. Inevitabile, in un continente in crescita di popolazione, la fuga verso la sopravvivenza, cioè verso altre terre.

Fin qui, il racconto ha spiegato perché disinvestire in sanità non è con veniente, anzi è disastroso. La cosa la capiamo meglio se si raffronta questo investimento alla spesa per la Difesa. Nel Mondo, si spendono sempre più soldi per le armi. Sipri (Stockholm International Peace Research Institute ) ha rilevato un continuo aumento della spesa militare mondiale. Nel 2019 alla Difesa sono stati destinati 1.917 miliardi di dollari. Nel 2018 erano stati poco più di 1.800 miliardi di dollari. Il Paese che più spende sono gli Stati Uniti, che mettono nella Difesa 649miliardi di euro. La Nato, di cui facciamo parte, spende 1.035miliardi. La Cina negli ultimi anni ha incrementato gli acquisti, spende l’83% in più rispetto a dieci anni fa. Cosa che smentisce la convinzione radicata che la Cina usi la diplomazia più delle armi. Anche la Turchia spende di più: ha incrementato il proprio budget del 65% in un decennio.

L’Italia, che ricordiamolo ha l’undicesimo esercito nel Mondo per potenza, capacità organizzative e armamenti, spende negli ultimi anni cifre che si aggirano sui 27-29miliardi di euro, cioè il 1.2% – 1,4% del Pil. Nell’acquisto diretto di armi vanno tra i 5 e i 6miliardi di euro, gli altri sono a pagare stipendi, spese, logistica. Quali sono questi acquisti? Quali armi comperiamo? Vediamo: viene parzialmente finanziato lo sviluppo e l’acquisto di sistemi d’arma come i caccia F-35 – per almeno 15 miliardi per 90 velivoli -, le fregate FREMM e tutte le unità previste dalla Legge Navale , sono 6 miliardi di euro complessivi, inclusa la “portaerei” Trieste, che da sola costerà oltre 1 miliardo di euro. Infine, ci sono elicotteri, missili. E poi vanno aggiunti i 7 miliardi di euro “sbloccati” dalla Difesa e dal MISE, per mezzi blindati e la prevista “Legge Terrestre” da 5 miliardi, con Leonardo – la nostra principale industria di armi, pubblica per il 30 per cento – principale beneficiario.

Ora: come per la sanità, questi soldi alimentano un indotto, è indiscutibile. In Italia ci sono 231 fabbriche di armi comuni e ben 334 aziende sono annoverate nel registro delle imprese a produzione militare. Nel comparto civile, la produzione di armi e munizioni per uso sportivo e venatorio in Italia vale 7 miliardi 293 milioni di euro, cioè lo 0,44% del Pil nazionale, con 87.549 occupati. Sono numeri importanti. Come racconta però Giorgio Beretta, ricercatore dell’Opal di Brescia, l’osservatorio sulle armi: «In Italia sono 231 le imprese produttrici di armi e munizioni, rispettivamente 107 e 124. Una sola, la Siare, fa invece respiratori polmonari”.

Una situazione paradossale, se ci pensiamo. Una sola fabbrica, in un Paese con 60milioni – gli abitanti – di possibili fruitori di mezzi sanitari. In termini di costi, allora, qual è la convenienza? Mi spiego: l’indotto militare – soprattutto nella parte del manifatturiero e per quanto riguarda gli acquisti – è interamente convertibile, riciclabile. Le produzioni possono essere modificate e dirette verso prodotti tecnologici di buon consumo e grande mercato. Quindi, se la preoccupazione è il futuro dei dipendenti, beh: è una preoccupazione solo se il sistema si rifiuta di progettare una via d’uscita che, nei fatti e nel mercato, c’è.

Per quanto riguarda gli acquisti di armi, la crescita in vent’anni del bilancio della Difesa – che ricordiamo per le spese effettuate non è sottoposto a controllo parlamentare per effetto di una legge del 2012 – è corrispondente alla decrescita degli investimenti nella sanità, decisi e regolati da ogni governo che si è succeduto: secondo il rapporto della Fondazione Gimbe , specializzata nel settore, «Nel decennio 2010-2019 il finanziamento pubblico del Ssn è aumentato di 8,8 miliardi di euro, crescendo in media del 0,9% all’anno, un tasso inferiore a quello dell’inflazione media annua pari a 1,07%». Poi, ci sono circa 25 miliardi nel 2010-2015 per tagli conseguenti a varie manovre finanziarie e oltre 12 miliardi nel 2015-2019.

Per par condicio, questo l’elenco dei tagli: 8 miliardi decisi dal governo Monti (Finanziarie 2012 e 2013); 8,4 decisi dal governo Letta (Finanziaria 2014); 16,6 decisi dal governo Renzi (Finanziarie 2015, 2016 e 2017); 3,1 decisi dal governo Gentiloni (Finanziaria 2018) e 0,6 decisi dal governo Conte (Finanziaria 2019). Quindi tagli pesanti, decisi per la crisi nei conti dello Stato. Crisi che non ha però toccato la Difesa, come abbiamo visto. Perché? Perché la scelta del Sistema Italia, in questi anni, è stata quella di presentarsi sulla scena internazionale “in piena efficienza” sul piano militare, partecipando a molte missioni all’estero – sono 36 attualmente – e accontentando le richieste degli Stati Uniti di una maggior “presenza” nella Nato.

Una scelta politica. Una scelta miope. Una scelta non condivisa dal punto di vista democratico, perché mancano dibattiti parlamentari sul tema e non ci sono tracce di questi argomenti nei programmi elettorali dei partiti. Soprattutto, una scelta non conveniente come si diceva all’inizio. I 150milioni di euro impiegati per acquistare uno solo dei circa 90 aerei F35 non rendono nulla, anzi. Attivano altri costi: carburante, armi, manutenzione, addestramento dei piloti. Gli stessi 150milioni di euro investiti nella sanità possono salvare vite, far risparmiare soldi per altre cure, fanno lavorare persone, creano indotto.

Pensate: gli addetti alla Sanità pubblica in Italia sono 601mila. Generano – in stipendi – un fatturato più o meno di 21miliardi di euro lordi e pagano almeno 6miliardi e mezzo di tasse. Sono risorse che restano, che creano vita, oltre che salvarla in corsia. Per queste ragioni, la proposta di fermare l’acquisto degli F35 e investire quel denaro in sanità è intelligente. Per questo l’idea di chiedere una moratoria di almeno un anno nell’acquisto di sistemi d’arma e la riconversione ad uso civile delle industrie belliche è un passaggio essenziale per creare un’economia più forte, equilibrata. Alla fine, costruire democrazie, pace e giustizia è anche questione di intelligenza. Covid-19, tutto questo ce lo ha spiegato bene

In copertina un  F-35C in decollo dalla portaerei Abraham Lincoln

Foto nel testo: dall’alto: Carabinieri alla parata militare del 2 giugno; un F-35 in volo; casco “marziano” di un pilota di F-35;  un blindato italiano alla parata del 2 giugno 

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