Terrorismo: l’instabile Nord-Est dell’Afghanistan

Ancora attentati a Jalalabad. L'ombra di Daesh in una Regione che non trova pace e sicurezza: analizziamo il contesto del Nangarhar.

di Lucia Frigo

Il 4 Marzo l’ennesimo attentato terroristico ha scosso la città di Jalalabad, principale centro nell’Est dell’Afghanistan e capitale della regione del Nangarhar. La vittima, uccisa da un dispositivo esplosivo attaccato al suo risciò, era una dottoressa che si stava recando al lavoro nel reparto maternità di una clinica privata. Qualche giorno prima, altre tre lavoratrici erano state uccise in una sparatoria: le tre, appartenenti alla comunità sciita, lavoravano nell’informazione.

Attentati di questo tipo – di certo non rari nella città di Jalalabad – dimostrano un chiaro intento di terrorizzare la popolazione e di sfidare il potere governativo, che asserisce di avere un buon controllo sulla città fin dalla sconfitta, nel 2019, del sedicente stato islamico nella regione. Ma soprattutto, tali attentati rivelano l’instabilità che sta tornando a crescere nel Nangarhar, e la complessità geopolitica della zona.

Gli attentati e gli attentatori

Per quanto sicura nelle mani del governo afghano, Jalalabad è oggetto di attacchi terroristici quasi settimanalmente. Quelli di questa settimana sono solo gli ultimi di una serie di attentati, crescente nei primi mesi del 2021, ai danni di donne, lavoratrici, e della comunità sciita. Questi obiettivi non sono certo nuovi: negli anni passati, donne e sciiti erano spesso e volentieri nel mirino dei talebani. Eppure, sempre più spesso, a colpire in questo modo è Daesh, sconfitto da USA e governo afghano ma mai del tutto eradicato. Le cellule terroristiche rimaste nella regione operano proprio in questo modo: con dispositivi esplosivi e armi da fuoco, e mirando direttamente alla popolazione civile.

Un tipo di attività che invece i talebani sembrano essersi lasciati alle spalle, per preferire invece una strategia più tipica dei conflitti armati: dopo il primo accordo di pace con il governo afghano, firmato a Doha nel Febbraio 2020, i talebani hanno ripreso un’intensa attività di guerriglia nel paese, prediligendo però obiettivi governativi come convogli militari, check point della polizia, o edifici istituzionali. Ripreso il controllo nel nord della regione, riempiendo il vuoto lasciato dai militari americani ritiratisi a fine 2019, i mujaheddin hanno cambiato target: vittime civili e giornalisti rimangono però spesso “danni collaterali”.

Per questi motivi, ma sempre cautamente, possiamo credere questa volta sia alla presa di distanza dei talebani dagli attentati, sia alla rivendicazione di Daesh arrivata poche ore dopo. Secondo le milizie del sedicente Stato Islamico, la dottoressa sarebbe stata uccisa perché possibile collaboratrice dell’intelligence afghana.

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Il contesto regionale: Jalalabad come punto strategico

Il contesto geopolitico della regione aiuta a capire perché l’area di Jalalabad sia perennemente turbolenta. La città è un centro strategico perché ultima grande area urbana prima del confine Nord-Est e punto di agile accesso da e per il Pakistan, nel quale i talebani hanno prosperato dagli anni ’80 quando iniziò il conflitto anti-Sovietico in Afghanistan. È proprio per la sua vicinanza al Khyber Pass – l’unico passo montano accessibile a camion e convogli – che controllare la città è centrale per i terroristi: il passo è cruciale sia perché punto di passaggio di merci (spesso preda dei talebani) sia perché garantisce accesso alle ricche pianure alluvionali pachistane, importanti per gli approvvigionamenti dei gruppi terroristici basati nell’arido terreno del Nangarhar.

In tempi più recenti, la presenza di Daesh ha complicato la situazione: non solo per le lotte tra talebani e stato islamico, ma anche e soprattutto perché la guerra anti-ISIS portata avanti dalla coalizione USA-governo afghano ha ridotto la regione in macerie. Pesantissimo l’impatto sull’economia, l’ambiente e la popolazione (con migliaia di civili rifugiati in altre aree dell’Afghanistan o nei paesi confinanti): fu proprio lì che nel 2017 gli Stati Uniti di Trump sganciarono l’ordigno soprannominato “La madre di tutte le bombe” (MOAB, Mother of All Bombs), così chiamato perché è la bomba più potente tra gli ordigni non nucleari attualmente in uso. La sconfitta di Daesh nel 2019 ha lasciato così l’area in una precaria situazione di estrema difficoltà.

Inoltre, le tensioni nella regione hanno matrice culturale e storica. Il confine tra il Nord-Est afghano e il Pakistan è definito “poroso”, perché non netto. La linea di frontiera, stabilita dagli inglesi nel 18esimo secolo sulla “linea Duran”, non è mai stata riconosciuta da Kabul e non tiene conto della presenza, da entrambi i lati del confine, di grandi comunità Pathan (o pashtun come sono conosciute in lingua hindustani). La porosità del confine è così etnica e antropologica: le comunità da ambo i lati condividono tradizioni, cultura e radici etniche – una fratellanza che è stata provvidenziale per i talebani, che hanno saputo creare collegamenti con il territorio e farne uso nel reclutare i giovani alla propria causa.

La regione del Nangarhan rimane intanto sotto il fuoco quasi continuo, e anche sotto i riflettori mondiali. Gli obiettivi di politica estera delineati dal neopresidente americano Joe Biden danno la priorità alla stabilità del Pakistan, al quale il Nangarhan rimane legato a doppio filo. Le trattative di pace tra talebani, Washington e governo Afghano dovranno riprendere a breve, e la stabilità di Jalalabad e dell’area circostante restano fondamentali per tutti gli attori coinvolti. La fazione talebana, che già sta mettendo alla prova i negoziati con incessanti attentati e operazioni di guerriglia, rischierebbe di assumere una posizione fin troppo potente se tornasse ad assumere il controllo della città o a destabilizzarne il governo. Allo stesso modo, una riorganizzazione di Daesh – dato per morto nella regione, ma attivo e violento come testimoniato dagli attentati di questa settimana – potrebbe motivare un ritorno della coalizione anti-ISIS, con un effetto devastante per la ripresa della regione e per gli sforzi dell’amministrazione Biden di ritirare l’esercito dall’Afghanistan e dal Medio Oriente.

Il governo afghano emerge, in questo scenario, come debole e incapace di dare risposte efficienti. Mentre le milizie armate controllano oltre la metà del territorio nazionale, e dopo la rivelazione – nel 2019 – di squadroni fondati dalla CIA che impunemente rapivano e uccidevano cittadini afghani, il governo dovrà trovare un modo per contrastare la crescente disaffezione che cresce intorno a Jalalabad.

*Immagine di copertina: UN News, foto di repertorio

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