“Tra Serbia e Kosovo serve la mediazione Ue”

Torna l'alta tensione tra i due Stati. Il punto della situazione e le principali questioni in ballo nell'intervista a Maurizio Camin

di Alice Pistolesi

Le relazioni tra Serbia e Kosovo sono, di nuovo, in una fase di alta tensione. Le proteste della popolazione serba in Kosovo contro l’arresto di un ex agente della polizia kosovara, di nazionalità serba, continuano. Così come restano, nel nord del Kosovo, nell’area di Mitrovica, Zvecan, Leposavic, blocchi stradali e barricate. Alla luce della forte tensione la presidente del Kosovo Vjosa Osmani, ha annunciato il rinvio al 23 aprile delle elezioni locali nei comuni del nord a maggioranza serba, mentre appelli alla rimozione delle barricate e dei blocchi stradali sono giunti da Ue, Nato e Usa. Il Presidente serbo Aleksandar Vucic, da parte sua, ha convocato una riunione d’emergenza del Consiglio per la sicurezza nazionale e ha annunciato che avrebbe chiesto al Comando della missione Nato in Kosovo (Kfor) l’autorizzazione al dispiegamento di un massimo di mille soldati in Kosovo. Per capire cosa si muove e quali sono le principali questioni aperte abbiamo rivolto alcune domande a Maurizio Camin, Direttore di Trentino con i Balcani.

A che punto siamo? C’è stato un peggioramento nelle relazioni tra i due Stati? Se sì a cosa è dovuto?

Siamo molto preoccupati per il deterioramento delle relazioni avvenuto nell’ultimo periodo, anche se come sappiamo la crisi dura da molto tempo e ha già avuto varie fasi di escalation. In questo momento di forte tensione ci rendiamo ancora più conto di quanto la non risoluzione delle relazioni tra i due Stati comporti forti preoccupazioni. I problemi sono molti e coinvolgono non solo i due Paesi, ma sfere di influenza molto più ampie. Non dimentichiamoci che a non riconoscere il Kosovo non c’è solo la Serbia ma anche la Cina e la Russia, che hanno rapporti molto stretti con Belgrado. C’è poi la questione di Mitrovica, nel Nord del Kosovo, che oggi vive la tensione più forte, perché è abitata da cittadini serbi. Qui la richiesta di autonomia è ancora più forte e la questione delle targhe, ad esempio, è molto sentita.

La questione delle targhe è stata spesso al centro degli scontri. Perché sono così importanti? Possiamo considerarla una questione più che altro simbolica?

È sicuramente simbolica, ma anche concreta e reale e parte dal non riconoscimento serbo del Kosovo. I kosovari devono cambiare la targa per entrare in Serbia. Nei provvedimenti che dovevano entrare in vigore il 1 settembre, e che sono stati poi rinviati, il governo kosovaro pretende che i serbi che hanno targhe di immatricolazione emesse dalla Serbia dovrebbero cambiarle con quelle kosovare, per una questione di reciprocità.

La domanda di adesione all’Ue che il Kosovo ha formalizzato il 16 dicembre avrà ulteriori ripercussioni?

Le tappe di avvicinamento all’Unione Europea, che sono lunghe e farraginose, devono essere poste sotto i riflettori dalla stessa Ue. È necessario che si costruisca percorso condiviso e l’Europa non può girarsi dall’altra parte. Sia Serbia che Kosovo hanno bisogno che la propria domanda inizi ad essere sostenuta con forza: al di là della domanda formale l’Ue deve crederci di più. Credo sia fondamentale che i Balcani rientrino nell’agenda politica europea, visto che ci sono Paesi che attendono da una vita il proprio ingresso e esistono più situazioni irrisolte e potenzialmente pericolose. È ovvio che finché la tensione sarà così elevata questi Paesi non potranno entrare in Ue. Per questo credo sia necessario che l’Unione Europea si ponga come interlocutore privilegiato per far dialogare Serbia e Kosovo. Non sarebbe impossibile trovare una soluzione se l’Ue assumesse un ruolo deciso di mediazione. L’importante in questa fase è non esasperare gli animi, cercare di abbassare la tensione perché un nuovo conflitto sarebbe un disastro per tutti.

Com’è vissuta questa tensione dai Paesi vicini?

Molti Stati della Regione vivono una situazione già drammatica per questioni interne. Basti pensare alla crisi economica, che in Bosnia Erzegovina è ancora più esasperata e agli scontri con le proprie minoranze interne. Un’altra questione centrale per i Balcani sono poi gli interessi delle grandi potenze: da una parte la forte presenza russa e i grandi investimenti cinesi in Serbia, dall’altra le relazioni degli Stati Uniti in Bosnia con la missione Kfor e una crescente forza della Turchia in Kosovo. I Balcani continuano ad essere un terreno ambito per molti.

La guerra in Ucraina ha inciso sulla questione kosovara e balcanica in generale?

Sì. In primo luogo per ragioni di vicinanza geografica. La tensione è percepita molto forte anche nei Balcani, in particolare a causa di una forte presenza russa nell’area. C’è poi la questione economica: la crisi provocata dalla guerra in Paesi già fragili morde molto di più. Non ultimo c’è poi lo spostamento di attenzione dell’Unione Europea dai Balcani all’Ucraina. L’avvicinamento all’Ue di alcuni stati balcanici è ora sottotraccia, rispetto alla questione ucraina. L’Unione Europea dovrebbe far sì che quella terra che ha già subito tanta violenza possa trovare la Pace, impegnandosi nella mediazione. Allo stesso modo non può far finta di nulla rispetto a quello che avviene sulla rotta balcanica, con migliaia di profughi che sono tuttora bloccati in Bosnia, di cui l’Europa non vuole occuparsi.

*In copertina una veduta aerea di Pristina, foto di Leonhard Niederwimmer da Pixabay 

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