Droga, l’inutile pugno di ferro

di Ilario Pedrini
 «La risposta solo proibizionistica e militarista non è stata in grado di porre fine alla produzione né tantomeno al consumo di droga». È quanto si afferma nel dossier «Il narcotraffico come una metastasi» che la Caritas Italiana ha messo online. Una pubblicazione arrivata dopo il vaffa e dito medio del presidente filippino Rodrigo Duterte rivolti all’Unione europea. Il Parlamento aveva infatti condannato «l’onda di esecuzioni extragiudiziali nelle Filippine, che in neanche tre mesi – con Duterte al potere – ha causato circa 3.500 morti». In favore di telecamera, difendendo il suo modo un po’ «sciolto» di liberarsi dei narcotrafficanti (o presunti tali), il leader di Manila – racconta l’Ansa – ha definito gli «europei ipocriti, menzionando le atrocità commesse in passato contro molti popoli colonizzati». Il video è stato trasmesso dalle tivù locali. Nel rapporto della Caritas si cita il Papa che, a febbraio, a Città del Messico disse che la Chiesa non può e non deve sottovalutare «la sfida etica e anti-civica» rappresentata dal narcotraffico. Non esiste un solo «epicentro» del traffico di droghe. L’Afghanistan è considerato di primaria importanza per la coltivazione e produzione dei derivati degli oppiacei. I proventi «vanno a finanziare la guerriglia talebana». Per l’hasish c’è l’Africa bianca. Per le sostanze sintetiche c’è l’Europa centro-settentrionale. Alla cocaina ci pensano Messico, Bolivia, Perù e Colombia. Secondo la Caritas la guerra alla diffusione dei narcotici «non può essere combattuta solo dall’esterno concentrandosi unicamente sull’ offerta, ma va affrontata anche cercando di diminuirne la domanda». I Paesi considerati più a rischio sono quelli dell’America Latina. «Il grande problema – scriveva L’Indro lo scorso anno – è che sembrano non avere un interesse vero a sradicare la piaga della droga (…) In Perù il 15% dei contadini dipende dalla coltivazione di coca e in Colombia, che economicamente sarebbe da considerarsi più fortunata vista la presenza sul proprio territorio di petrolio, pietre preziose e carbone, l’instabilità politica dovuta alla guerra civile ha fatto sì che il narcotraffico potesse svilupparsi senza troppi ostacoli. A peggiorare la situazione dell’America Latina hanno contribuito, paradossalmente, anche le misure antidroga adottate da Stati Uniti e Messico. Gli Usa, infatti, interessati ad evitare l’importazione della droga da parte dei vicini cartelli messicani, hanno sempre cercato di fornire assistenza al Messico per la lotta al commercio di sostanze stupefacenti. Gli esempi più recenti di queste politiche sono il Piano Merida, adottato dal Governo Bush Jr. e il Beyond Merida inserito dal Governo Barack Obama nel più ampio piano strategico di lotta alla criminalità transnazionale. L’obiettivo di questi piani era di combattere il narcotraffico in Messico dando supporto, sia in termini economici che di addestramento delle forze dell’ordine, al Governo locale. I risultati positivi ottenuti da queste politiche, però, hanno fatto sì che i narcotrafficanti sperimentassero nuove rotte per far transitare il proprio prodotto, espandendosi in zone dell’America centrale prima non toccate da questo fenomeno: Guatemala, El Salvador, Nicaragua, Honduras e Costa Rica».
foto tratta da  drugcrime-law.com

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