Turchia vs Kurdistan: “Cancelleremo il Terroristan”

Erdogan a muso duro contro i curdi annuncia un'operazione militare che dovrebbe colpire le roccaforti del Pkk in Siria e Irak

di Antonio Storto

Il Presidente turco Erdogan ha promesso di cancellare i guerriglieri curdi dai confini iracheni entro l’estate. Ma la storia del Pkk nella regione, oltre a un’effettiva impotenza dell’esercito turco, mostra le profonde divisioni nel movimento indipendentista curdo. L’annuncio era nell’aria da settimane e non arriva certo di sorpresa. Il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha promesso di “eliminare definitivamente” la minaccia rappresentata dai guerriglieri del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), movimento indipendentista che dal 1984 sta impegnando Ankara in un conflitto costato migliaia di vite tra civili e belligeranti. In una dichiarazione rilasciata dopo la riunione di gabinetto dello scorso 4 marzo, Erdogan ha annunciato una massiccia operazione militare che dovrebbe colpire le roccaforti del Pkk nel Nord dell’Irak e dei loro omologhi dello Ypg nella Siria settentrionale.

Stando a quanto riportato dal quotidiano turco T24, l’offensiva dovrebbe partire subito dopo le elezioni municipali del 31 marzo. “Se tutto va secondo i piani, entro l’estate avremo risolto definitivamente la questione riguardante i nostri confini iracheni” ha dichiarato il presidente turco, che intende bissare il progetto già in corso d’opera in Siria, creando anche in Iraq un corridoio di sicurezza profondo almeno 30 chilometri. “Abbiamo preparativi in corso che daranno nuovi incubi a quanti pensano di mettere in ginocchio la Turchia con un ‘terroristan’ lungo i suoi confini meridionali”. Ma se in Siria l’inciampo è soprattutto d’ordine diplomatico – dal momento che i combattenti dello Ypg rappresentano ancora i primi alleati locali di Washington – ben più complicata è la faccenda nel Nord dell’Irak, dove la presenza del Pkk risale addirittura al 1981, in una vicenda la cui evoluzione mostra plasticamente le fratture e le contraddizioni interne al movimento etno-nazionalista curdo.

L’area, una zona montuosa e inospitale che dal 1992 rientra tecnicamente nella giurisdizione della regione autonoma del Kurdistan iracheno (Krg), è da oltre un secolo feudo del clan Barzani, che da quattro generazioni lo amministra oltre a rappresentare la dinastia storicamente più longeva e blasonata nell’indipendentismo curdo: è ai Barzani che si devono alcune delle prime insurrezioni curde avvenute nella regione a inizio ‘900, a cavallo con la dissoluzione dell’Impero ottomano. Guidato da famiglie di latifondisti devoti all’islam sufi, che lamentavano la progressiva perdita di autonomia all’interno dell’Impero e il contestuale affermarsi di istanze secolari, il nazionalismo curdo esprimeva allora rivendicazioni profondamente diverse da quelle di stampo socialista che sarebbero andate emergendo con la seconda guerra mondiale.

Abdullah Ocalan, fondatore e guida storica del Pkk, incarnò sul finire degli anni 70 la definitiva frattura con l’ascendenza “nobile” del movimento. Figlio di braccianti agricoli, nato nel Sudest turco – dove l’indipendentismo curdo pareva essere stato soffocato in culla dal fallimento della rivolta di Dersim (1937) – Ocalan plasmò la sua ideologia proprio sulla critica radicale nei confronti di leader come Mustafa Barzani, eroe della resistenza curdo-irachena che dalla dottrina del Pkk veniva indicato come espressione di una mentalità feudale perfino più dannosa della repressione dei governi nazionali. Nel 1981, succeduto al padre Mustafa alla guida del Partito democratico del Kurdistan (Kdp), Ma’sud Barzani concesse al PKK d’installarsi nelle montagne della valle di Lolan, in prossimità dei confini con Iran e Turchia, da oltre un secolo controllate dal suo clan.

Si trattava, all’epoca, di un compromesso necessario per i Barzani, che rischiavano di trovarsi marginalizzati dagli sconvolgimenti che il conflitto con Teheran stava portando nel mondo curdo-iracheno.
Ocalan vide in quest’apertura un’occasione determinante per il successo della sua insurrezione, che sarebbe partita tre anni dopo. Per oltre un decennio, l’impervietà di quelle montagne e la porosità del vicino confine turco consentirono al Pkk di stabilire micidiali linee di penetrazione, che dalle basi irachene si snodavano verso l’interno della Turchia attraverso un reticolo di sentieri e villaggi già battuto da generazioni di contrabbandieri.

Ma l’idillio con il clan Barzani non sarebbe stato altrettanto longevo. Nel 1992, l’appoggio fornito dalla Turchia alla creazione della no-fly zone che pose le basi per la nascita del Krg determinò una prima convergenza tra interessi turchi e curdo-iracheni. Nell’aprile dello stesso anno, i due partiti alla guida della neonata regione curda siglarono con Ankara un accordo che li impegnava a sospendere ogni forma di supporto al Pkk, e a contrastarne le incursioni in territorio turco. A partire dall’estate, con l’appoggio dell’aviazione di Ankara, oltre tremila soldati – tra forze speciali turche e Peshmerga curdo iracheni – lanciarono un’offensiva contro i combattenti di Ocalan, uccidendo e catturando quasi un terzo degli effettivi di stanza nel paese. Ma proprio quando Ankara iniziava a considerare in via di risoluzione il “problema curdo”, la guerra civile esplose tra i due partiti alla guida del Kurdistan iracheno, dando al Pkk l’occasione di riorganizzarsi. Basi e installazioni militari furono spostate a Qandil, sui Monti persiani, a 3500 metri d’altezza, in una zona ancora più angusta, inaccessibile e praticamente a cavallo del confine iraniano: qui Ocalan iniziò a trasferire progressivamente anche gli ultimi centri di comando e addestramento reclute ancora rimasti nella valle della Beqaa, in Libano.

Dalla metà degli anni Novanta, a Qandil il Pkk controlla un’area di 50 chilometri quadri che, ad oggi – grazie a una serie di tunnel scavati nella roccia – appare praticamente inespugnabile. Dal 2008, l’aviazione turca ha lanciato incursioni aeree sempre più intense e frequenti, che – stando ai report di diverse organizzazioni umanitarie – avrebbero finito per colpire soprattutto i civili dei villaggi circostanti. Nel frattempo, anche le tensioni tra i guerriglieri e il Kdp di Mas’ud Barzani sono via via cresciute, man mano che i rapporti diplomatici ed economici tra Erbil ed Ankara sono andati rinsaldandosi. Dalla fine del 2016, le schermaglie tra Peshmerga iracheni e miliziani del Pkk – ripetutamente invitati a lasciare la regione – si sono fatte sempre più frequenti e violente, soprattutto nella zona di Dohuk e precedentemente nella valle del Sinjar, dove la presenza dei guerriglieri si è andata intensificando nell’ultimo decennio, dopo le lotte condotte contro lo Stato islamico. Queste tensioni hanno raggiunto un picco a partire dalla primavera del 2021, quando il governo regionale curdo ha autorizzato Ankara a costruire, nell’ambito dell’”Operazione artiglio”, una serie di avamposti militari lungo il confine tra i due Paesi.

“Abbiamo cercato e stiamo cercando di allentare la tensione – dichiarò a giugno 2021 Mohammed Ameen Penjwini, veterano della politica locale e più volte incaricato di negoziare tra le parti – ma questa volta sembra che la cosa sia fuori controllo perché la Turchia ha invaso un territorio lungo 100 chilometri e profondo 35-40 chilometri nella sua offensiva nel Kurdistan meridionale. Ha anche acquartierato lì le sue truppe, creato basi militari, aperto strade e portato tutta la tecnologia militare di cui dispone come membro Nato”. Ma tale dispiegamento di forze non si è risolto senza vittime. Le ultime minacce di Erdogan arrivano in seguito alla morte di 12 militari turchi, uccisi negli ultimi mesi in una serie di scontri a fuoco con i guerriglieri nella regione. “Cancelleremo questo Terroristan” ha tuonato il Presidente turco lo scorso 13 gennaio, all’indomani dell’uccisione di ben 9 soldati e al ferimento di altri 4 in una violenta sparatoria. Resta legittimo chiedersi se davvero in 4 mesi l’esercito turco sarà in grado di fare quanto non gli è riuscito negli ultimi 30 anni

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