Un selfie con Kim Jong Un

di Danilo Elia

È una delle attrazioni turistiche più gettonate delle due Coree. Ma il recente caso di defezione di un soldato nordcoreano dimostra che la Joint Security Area sul 38° parallelo, una della zone più militarizzate del mondo, non è un luna park.

Non c’erano turisti nella Joint Security Area quando, il 15 novembre scorso, un soldato nord-coreano è saltato giù da una jeep e ha attraversato la linea di demarcazione. I suoi commilitoni lo hanno inseguito sparandogli addosso. Per qualche secondo, uno di loro ha sconfinato in Corea del Sud prima di ritornare rapidamente sui suoi passi. Il disertore, ferito, è rimasto nascosto dietro un muro fino alla notte, quando i militari delle Nazioni unite di stanza alla Jsa lo hanno messo in salvo.

L’ultima defezione di un militare nordcoreano attraverso la Jsa risale a dieci anni fa. Ma bisogna tornare indietro di 33 anni, al 1984, per trovare un episodio di gravità simile, con i militari che aprono il fuoco attraverso il confine de facto.

Un confine che negli anni è diventato anche una hit del turismo nella penisola, una destinazione da oltre 100mila visitatori all’anno.

Nella House of Freedom, l’edificio sul 38° parallelo, c’è un fornitissimo negozio di souvenir. Dalla scalinata che scende verso la linea grigia sul selciato, il gruppo scattaselfie con la Corea del Nord come sfondo. La guida turistica – come in ogni viaggio organizzato – mette fretta. A differenza di altri gruppi organizzati, però, i turisti che affollano il Panmumjom devono fare i conti con un pericolo costante. Anch’io, prima di metterci piede, ho dovuto firmare la liberatoria del comando delle Nazioni unite: “La visita alla Jsa comporta l’ingresso in un’area ostile e il rischio di danni o morte come diretta conseguenza delle azioni del nemico. Né il comando delle Nazioni unite né gli Stati uniti d’America o la repubblica di Corea possono garantire la sicurezza dei visitatori”.

Nonostante questo, il viavai di bus da Seul è incessante. Le decine di agenzie turistiche che nella capitale sudcoreana organizzano escursioni di un giorno con vista sulla Repubblica popolare della Corea del Nord lavorano a pieno regime, quasi ogni giorno dell’anno. La Dmz, la zona demilitarizzata, dista meno di 40 chilometri dalla metropoli. Si comincia però subito a scorgere alte recinzioni di filo spinato con torrette di guardia ogni cento metri e sistemi di sorveglianza elettronica. La strada suburbana 77, infatti, costeggia il fiume Han che più a nord dividerà le due Coree. Il rischio di infiltrazioni lungo la via fluviale è ritenuto alto, così gli abitanti della periferia nordovest di Seul devono convivere con una delle più imponenti recinzioni militari del mondo.

È un paradosso: accedere alla Dmzè un rompicapo burocratico di permessi e lasciapassare per tutti, tranne che per i turisti. Per questi basta un voucher turistico da poche decine di euro.

I civili non autorizzati vengono bloccati già a una ventina di chilometri dalla linea di demarcazione. Il check-point controllato dalle autorità sudcoreane è solo il primo varco da passare. Alcuni chilometri dopo, all’ingresso della zona cuscinetto, un posto di blocco militare segna il passaggio all’area sotto il controllo delle Nazioni unite. Il nostro bus prosegue ancora qualche chilometro in un territorio praticamente disabitato. Prima di entrare nella Jsa vera e propria, però, dobbiamo abbandonare i mezzi civili e salire a bordo di un bus dell’Onu scortato da militari. Non possiamo portare con noi nulla al di fuori di una macchina fotografica e di un cellulare. Tutti gli effetti personali, compreso il passaporto, devono essere lasciati sul primo bus. E’ vietato scattare fotografie fino a esplicito ordine. Alla House of Freedomscendiamo e procediamo a piedi. Marciamo in fila per due. Nell’edificio c’è un briefing sulle condizioni di sicurezza del momento, ci vengono date istruzioni ben precise e la liberatoria da firmare.

Solo a quel punto possiamo finalmente attraversare la House of Freedom e arrivare a qualche passo dalla Corea del Nord. Proprio qualche passo perché, scesa la scalinata, la linea di demarcazione è a meno di dieci metri da noi

Non c’è recinzione, non ci sono barriere. Solo un massetto di cemento grigio. Basta un salto per essere dall’altra parte. Un salto senza ritorno.

Un’ipotesi non così remota. Lo stesso giorno dell’incidente che ha coinvolto il disertore nordcoreano, le forze di Seul hanno arrestato un americano di 59 anni che ha cercato di passare la linea di demarcazione ed entrare nella repubblica popolare. Gli hanno forse salvato la vita.

Anche per questo, i militari di guardia non ci tolgono gli occhi di dosso.

Sempre in fila per due entriamo nella sala conferenze costruita proprio a cavallo della linea. Il grande tavolo attorno al quale si sono tenuti i colloqui per l’armistizio è attraversato esattamente nel mezzo dal 38° parallelo. Nessuna delle due delegazioni doveva sconfinare nel territorio nemico.

L’interno della sala è controllato a giorni alterni dai due eserciti, per evitare che i militari delle due parti siano contemporaneamente nello stesso luogo. Andare dall’altra parte del tavolo significa tecnicamente entrare in Corea del Nord. Per fortuna davanti alla porta sul fondo c’è un soldato in posa marziale pronto ad evitare che a qualcuno venga in mente di verificare se la porta è chiusa o meno a chiave.

I minuti per le foto passano in fretta. Mantenendo le righe si rientra nel palazzo. Un attimo prima c’è l’opportunità di scattare qualche foto verso la Corea del Nord.

In alto macchine fotografiche e cellulari. Eccola la sintesi del turismo tra filo spinato e cecchini.

Una volta dentro possiamo finalmente rompere le righe. Del resto, siamo già nel negozio di souvenir, dove l’unica fila è alla cassa. Come in un qualunque tempio dello shopping.

Nel frattempo, un altro gruppo sta già arrivando.

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