E per fortuna “il Che vive”

A 50 anni dalla scomparsa di Ernesto Che Guevara l’Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo  propone in esclusiva nuovi testi con particolari inediti sulla sua vita e sulla sua morte.

di Raffaele Crocco*

Per quelli della mia generazione, sembra non se ne sia mai andato. Per quelli che vivono i LatinoAmerica è sempre lì. Per quelli che sono venuti dopo o che vivono altrove, chissà… Se si parla di Ernesto “Che” Guevara, El Che, il Comandante, il tempo sembra diventare una cosa superflua.

Cinquant’anni non sono pochi, sono una intera vita. Anzi, sono molto più della vita che il Che ha vissuto. L’hanno ammazzato che aveva 39 anni. Nel suo diario – sì proprio quello scritto in Bolivia diventato un best sellers poi – si domandava cosa dovesse fare arrivato ormai a 39 anni e quindi troppo vecchio per continuare a fare il guerrigliero. La risposta l’ha trovata un sergente dell’esercito boliviano, sparandogli in una scuola de La Higuera, sulle montagne, la mattina del 9 ottobre del 1967.

Io con il Che ho avuto a che fare la prima volta circa un anno dopo. Lo ricordo bene. Ero su un filobus, quelli con le bretelle per capirci, nella mia città.  Stavo andando a casa. Su un muro lessi: “Il Che vive”. Sono certo di averlo letto esattamente così come scritto, cioè di aver letto “che” e non “ce”,  come è in castigliano.  Non capivo cosa volesse dire chi aveva scritto in blu quella frase. Avevo 8 anni.

È iniziato così il mio rapporto con il “Che”. La mia è inevitabilmente la generazione più “guevariana”. Lo abbiamo vissuto che era già morto, quindi senza le sgradevolezze e gli intoppi della cronaca. Nulla uccide il mito rivoluzionario più della cronaca. Pensate a Garibaldi: noi lo amiamo – chi più, chi meno – per quello che ha fatto per il Paese, per le sue idee di giustizia e libertà, per il coraggio e la coerenza. Chi lo ha vissuto in diretta, però, non poteva non ricordare l’eccidio dei braccianti a Bronte, colpevoli di protestare. La cronaca, per i miti, è una maledizione.

Noi lo abbiamo avuto il Che già mitizzato. Negli anni del nostro impegno politico, abbiamo letto tutto di lui e divorato i suoi scritti. Dal 1976, anche prima, molti di noi avevano scelto di militarizzare l’impegno politico, di renderlo più vicino all’idea di rivoluzione. Eravamo militanti e pronti a molto. Guevara era ciò che ci serviva, ci nutriva. Era l’esempio.

Sono passati cinquant’anni dalla morte e quaranta dagli anni della militanza. Il mondo e noi siamo cambiati cento volte, probabilmente in meglio. Eppure il Che è rimasto vitale, ovunque nel mondo. E’ diventato molto più grande, duraturo, positivo, forte di quanto sia stato l’uomo. Il simbolo Guevara è migliore dell’uomo Guevara.

Come tutti i simboli, ha la capacità di parlare in modo chiaro, diretto. E’ l’uomo che più di ogni altro – penso a Gandhi in India o Sandino in Nicaragua – sa rappresentare gli ideali di libertà, giustizia. Interpreta un mondo ideale, senza prevaricazioni economiche o politiche. E’ l’immagine di cose talmente buone e condivisibili da essere diventato buono per molte stagioni e troppe confusioni.

L’immagine del Che – quella classica, scatta per caso da Alberto Korda e diffusa nel mondo da Giangiacomo Feltrinelli – l’ho vista ovunque, in guerre e rivoluzioni. Era sulle magliette degli sloveni che, in armi, nel 1991 chiedevano l’indipendenza. Chi li combatteva – l’esercito federale jugoslavo – aveva soldati con la bandana con la faccia del Che.  Gli zapatisti di Marcos, in Chiapas, avevano bandiere del Che e simboli guevariani li avevano i soldati federali. Gli eserciti ribelli in Africa, Palestina inneggiavano e inneggiano al Che.

Il Che è ovunque ci sia voglia di libertà, quindi, ma è anche icona pop da etichetta, da maglietta e zainetto, da musica alternativa e un po’ borghese. Se Cuba lo avesse usato e venduto come marchio, avrebbe probabilmente risolto i proprio problemi di bilancio da tempo.

La realtà, però, è che il “Che vive” non per la bellezza della sua immagine o per il fascino dell’avventuriero tenebroso e giusto. Vive perché la sua idea di cambiare il mondo – preferibilmente in meglio – è attuale e moderna. Del suo pensiero, della sua reinterpretazione del marxismo, delle sue idee di economia, ormai pochi sanno. Eppure lì c’è il tentativo di disegnare una vita migliore guardando al futuro. Il coraggio di rompere con l’Urss mentre era ministro a Cuba – lui, unico marxista presente sul Granma che andava a fare la rivoluzione – è il segno forte, chiaro, di una indipendenza di pensiero, di una libertà, che nessuno poteva uccidere. Non l’ha uccisa l’Unione Sovietica, che lo guardava come un nemico. Non l’ha ammazzata Washington che gli dava la caccia. Non l’ha freddata un sergente ubriaco in una scuola boliviana. Semplicemente non è mai morta. E “Il Che vive”.

 

*Testo tratto da «Il Che dopo il Che» di Raffale Crocco (direttore Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo – 46° Parallelo)

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