25 aprile: ricordare per dire basta a tutte le guerre

di Raffaele Crocco

Sfoglio con attenzione un quotidiano locale sino a pagina 29. E’ una specie di viaggio fra titoli e parole senza trovare ciò che dovrebbe esserci. Arrivo, ormai sfiduciato, ad un piccolo box, forse 30 righe, in cui mi viene raccontato come verrà celebrata la Festa della Liberazione quest’anno.
Come spesso accade, mi convinco di essere stupito e anche un po’ sdegnato. Ma come? – mi dico – a pagina 29 e in trenta righe c’è la festa più importante di questa repubblica democratica nata dalla lotta al nazifascismo?
Poi mi guardo attorno.
Vedo facce di gente molto o poco più giovane di me, ma anche uguale a me, della generazione dei “magnifici anni ‘60”. Facce  che pensano – e perché non dovrebbe essere così – che il 25 aprile sia una festa utile per stare a casa, per fare “un ponte lungo che si sta così bene in quasi primavera”, per mettere a posto quelle “due o tre cose che non riesco fare se no”.
Certo, se guardo meglio, ci sono anche le rughe dei pochi, pochissimi sopravvissuti che ancora possono raccontare quello che è accaduto in Italia fra il 1943 e il 1945. Ci sono gli occhi appannati degli anziani che erano vivi quando nazisti e fascisti rastrellavano villaggi e assassinavano patrioti, ebrei, democratici. Ci sono le parole incerte di chi racconta di mesi difficili, di regolamenti di conti anche fra partigiani, di una democrazia che nasceva dalle contraddizioni di una generazione allevata nel fascismo, senza sapere cosa fosse “democratico”.
Sono reduci, solo reduci. E quindi non si ascoltano – chi ascolta davvero i nonni? – e si pensa siano un po’ patetici, certamente noiosi e fuori moda.
Quello che non vedo – che non vediamo – è che aver smesso di ascoltarli non ci fa capire cosa accade ora nel mondo. Aver smesso di rispettare la loro storia vuol dire negare il filo che lega quell’aprile del 1945 a questo aprile del 2013. Molti dei conflitti che oggi uccidono sono figli degli equilibri nati dalla grande mattanza della Seconda Guerra Mondiale. Ricordare allora vuol dire ricordare ora. Vuol dire sapere che totalitarismi, ingiustizie, disuguaglianze sono la benzina che alimenta la guerra.
E sapere e ricordare è l’unico modo che abbiamo per dire basta.

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