Afrin e non solo: i crimini di guerra in Siria

Intervista a Martina Bianchi, dottore di ricerca in diritto internazionale all’Università di Pisa e membro del Coordinamento Toscano per il Kurdistan

di Alice Pistolesi

La guerra in Siria è stata ed è caratterizzata da una grande quantità di gravi illeciti internazionali nonché di veri e propri crimini di guerra perpetrati da Stati e altri gruppi armati.

L’assedio, il bombardamento e l’occupazione di Afrin, città a maggioranza curda e capoluogo dell’omonimo Cantone autonomo al confine con la Turchia, è uno di questi.

Della situazione giuridica e degli organismi internazionali inermi di fronte al conflitto ne abbiamo parlato con Martina Bianchi, dottore di ricerca in diritto internazionale all’Università di Pisa e membro del Coordinamento Toscano per  il Kurdistan.

Si sono verificati ad Afrin violazioni del diritto internazionale?

Ad Afrin si sono verificate e sono ancora in corso gravi violazioni del diritto internazionale. Prima di tutto la Turchia sta violando il divieto di aggressione sancito dall’art.2 paragrafo 4 della Carta ONU.

L’attacco non si può infatti considerare giustificato secondo la teoria della legittima difesa (Art. 51 Carta ONU). Finora tutti gli Stati hanno tentato di giustificare gli interventi armati in Siria appellandosi alla legittima difesa. Gli Stati Uniti, ad esempio, hanno da sempre legittimato il proprio intervento a seguito della richiesta di aiuto fatta dal Governo di Baghdad all’alleato statunitense contro la minaccia di Daesh/ISIS. Era una visione un po’ forzata, ma almeno c’era un tentativo di legittimazione sul piano giuridico e diplomatico. La Russia ha sempre rivendicato il consenso prestato dal Governo siriano di Assad. Questa invece è la prima volta che uno Stato sovrano come la Turchia viola unilateralmente i confini siriani con truppe di terra: si può parlare quindi di crimine di aggressione. Inoltre, va contro la risoluzione Onu del 24 febbraio che richiamava le parti a rispettare un cessate il fuoco di almeno 30 giorni.

Dalla tregua sono però esclusi Daesh, Al Qaeda, Al Nusra e altri possibili gruppi associati, rinviando alla black list ONU dei gruppi terroristici. E a questa si è appellata la Turchia. Nella lista nera, però, c’è il PKK ma non le YPG e YPJ presenti ad Afrin (le Unità di protezione popolari curde, ndr). L’intervento armato è quindi più che illegittimo.

In più non si può giustificare in nessun modo la metodologia utilizzata nell’offensiva turca che disattende le 4 Convenzioni di Ginevra del 1949 e il Secondo Protocollo Aggiuntivo del 1977. La Turchia non lo ha ratificato, ma è ormai parte del diritto consuetudinario cogente. A tutti gli Stati è, infatti proibito di ricorrere a bombardamenti indiscriminati su territori ad alta densità civile e di  prendere come target ospedali e personale di soccorso. Tutto ciò è accaduto ad Afrin, dove il bilancio dei morti civili sale di ora in ora.

Si sono verificati altri episodi di violazione durante il conflitto siriano in particolare contro le popolazioni curde? Di che genere?

Il massacro compiuto ad Afrin non è l’unico crimine di guerra che si è compiuto in Siria da parte della Turchia. Diciamo che è l’ennesimo atto di un’offensiva che Erdogan ha portato avanti prima nel Sud Est della Turchia, bombardando città in territorio turco come Nusaybin e Cizre nel 2016, e poi in Siria, sostenendo militarmente DAESH/ISIS ed altre milizie mercenarie e jhiadiste.

Anche in quei casi, se le truppe di terra non sfondavano si passava al bombardamento indiscriminato. Ovviamente il target non sono solo i curdi. Afrin in particolare era il rifugio per molti che fuggivano da Aleppo e da altre zone meridionali in guerra. Era un territorio fino a quel momento relativamente tranquillo, con una solida amministrazione basata sul Confederalismo democratico. Un rifugio anche per la popolazione ezida, vittima del genocidio perpetrato da Daesh a Shengal (Iraq) nell’Agosto 2014, come riconosciuto anche dalle Nazioni Unite.

Quale è il ruolo delle Nazioni Unite? Stanno avendo un peso nella questione curda?

La Siria ha sancito ancora una volta la totale inadeguatezza dell’ONU. Un organismo senza efficacia, il cui organo esecutivo, il Consiglio di Sicurezza, anche quando emette una risoluzione non ha i mezzi o la volontà per farla rispettare. La crisi ONU è più che evidente, è iniziata dalla fine delle guerre balcaniche e si è amplificata nei conflitti in Medio Oriente e in Asia.

Lo stesso ragionamento di inadeguatezza però lo possiamo espandere all’Unione Europea e alla NATO. Proprio mentre le richieste di cessate il fuoco e di tutela dei civili espresse dal Parlamento Europeo e dalla Rappresentante per la PESC Mogherini venivano ignorate da Erdogan, non senza una certa arroganza diplomatica, la Commissione Ue ha confermato la seconda tranche di tre miliardi di euro alla Turchia per la gestione dei profughi. Questo dimostra la debolezza della politica estera dell’Unione la cui classe dirigente non prende neppure in considerazione l’adozione di sanzioni economiche e diplomatiche quanto mai necessarie. Congelare quei fondi sarebbe stato un segnale forte, che puntualmente non è avvenuto.

Ma il problema più profondo secondo me è quello della NATO, il cui trattato istitutivo non prevede alcun meccanismo di controllo e sanzione verso un suo partner: gli Stati Uniti negli ultimi dieci anni hanno dimostrato la totale incapacità di affermare la loro leadership. La NATO è quindi un’organizzazione strategica militare, ufficialmente con scopi difensivi, priva tanto di una guida quanto di una forma di controllo interno democratico degli Stati parte. Per questo la Turchia si può permettere di attaccare l’esercito curdo, alleato degli Usa contro Daesh, senza temere ritorsioni.  

A livello giuridico cosa può fare la società civile contro questa ulteriore mattanza?

Qualcosa si muove. Nei giorni scorsi a Parigi si è svolta la sessione de il Tribunale de Popoli per investigare sui crimini di guerra commessi contro i curdi e le altre popolazioni in Siria e migliaia sono state le azioni di solidarietà per chiedere alla comunità internazionale un intervento immediati per la salvezza di Afrin.

Ma ovviamente questo non basta. Al problema evidente della mancanza di un forte movimento pacifista si unisce l’assenza ancora più evidente di interlocutori in grado di recepire il messaggio. A chi si dovrebbe appellare un ipotetico movimento, all’Onu, alla Nato, all’Unione Europea?

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