Se Trump assomiglia a Nixon

Diversi anni fa un presidente repubblicano si comportò esattamente come Donald Trump. Licenziò chi gli dava fastidio e pensò che mostrare i muscoli in guerra l’avrebbe fatta concludere prima. Benché la Storia non si ripeta mai, le somiglianze tra quanto accadde all’epoca di Richard Nixon e potrebbe insegnare molto rispetto a quanto accade e può accadere nell’era di “The Donald”

di Emanuele Giordana

La Storia non si ripete ma insegna qualcosa. E ci sono almeno tre elementi in comune tra Donald e Dick: l’ostacolo alla giustizia e il pugno duro per risolvere le crisi, conditi da un fiume di reticenze.
Che il genere umano abbia la memoria corta è risaputo. Eppure non molti anni fa, un presidente repubblicano si comportò esattamente come Donald Trump. Come Trump licenziò chi gli dava fastidio e, come Trump, pensò che mostrare i muscoli in guerra l’avrebbe fatta concludere prima. Benché la Storia non si ripeta mai, le somiglianze tra quanto accadde all’epoca di Richard Nixon e della guerra nel Vietnam, potrebbe insegnare molto rispetto a quanto accade e può accadere nell’era Trump. Sia per le guerre (dall’Afghanistan alla Siria) in cui è impegnata la sua amministrazione, sia per le situazioni di crisi in corso (Siria, Iran, Corea), sia per il futuro stesso della presidenza.

Ciò che portò nel 1974 al processo di impeachment di Nixon – che però ebbe la saggezza di dimettersi prima – non fu solo la scoperta di operazioni segrete in politica estera (le guerre “coperte” in Cambogia e Laos) e in politica interna (lo scandalo Watergate e cioè lo spionaggio nel quartier generale del Comitato nazionale democratico, organismo per la campagna e la raccolta fondi del Partito democratico). Il fatto era che il presidente era reticente e si dimostrò poi che aveva mentito e aveva continuato a farlo sino alla fine, cercando di mettere fuori gioco chi poteva creargli problemi all’Fbi o alla Cia, ma soprattutto nel sistema giudiziario. Nixon, che voleva la testa del giudice Archibald Cox, il procuratore speciale che indagava sullo scandalo Watergate, obbligò alle dimissioni il procuratore generale Richardson che non ne voleva sapere. E alla fine riuscì a far licenziare Cox ma l’operazione risultò come un’indiretta ammissione di colpa. Tutto molto simile a quanto sta avvenendo col tentativo di Trump di liberarsi di Robert Mueller, nominato nel 2017 procuratore speciale per le indagini sul Russiagate.

In politica estera Nixon mostrò i muscoli – come Trump in Afghanistan – con l’operazione Linebacker: bombardamenti massicci nel Vietnam del Nord – compresa la capitale – dal 18 dicembre al 29 dicembre 1972. Nixon si vendette i bombardamenti, che sollevarono un’ondata di proteste anche in America, come ciò che aveva spinto i nordvietnamiti alla pace. Ma in realtà (mentre si trattava a Parigi) Hanoi rimase sulle sue posizioni e la guerra continuò sebbene Nixon avesse propagandato la sua strategia come l’unica per far finire il conflitto. Nel 1975 gli americani furono costretti a lasciare il Vietnam sconfitti in una guerra durata decenni – costosa, umiliante e costruita sulla menzogna (l’incidente del Tonchino) – che non erano più in grado di terminare se non lasciando il Paese. Cosa che, alla fine, furono costretti a fare.

In Afghanistan la politica del bastone (triplicare i bombardamenti) e della carota (sostenere le aperture del governo afgano verso i talebani) non sembra funzionare sul lungo periodo. Come avvenne in Vietnam. Trump inoltre ha fatto di più: ha messo al posto di Tillerson, il capo della diplomazia, Pompeo, l’ex capo della Cia, un uomo che vuole il guanto di ferro in Afghanistan, Iran e Corea. Che affidabilità può avere un negoziato se chi negozia è un poliziotto con la pistola carica? Nemmeno Nixon era giunto a tanto e anzi, se quel presidente ebbe un’abilità, fu quella di affidare la diplomazia a Henry Kissinger, la cui capacità negoziale era raffinatissima, al netto di una politica aggressiva (Vietnam) e di destra (Cile) che il segretario di Stato sapeva coprire con l’abilità si un apparente progressista (fu con lui che gli Usa – in chiave anti Urss – sdoganarono la Cina) che gli valse persino il Nobel.

Donald non è Richard, ma i parallelismi tra i due – benché personaggi e contesto siano cambiati – si sommano al fatto che sia Trump sia Nixon sono campioni di un suprematismo bianco e “patriottico” che le manifestazioni antirazziste americane misero in crisi allora come oggi. Presto per dire se si va verso l’impeachment del capo dello Stato. Tardi per trarre qualche insegnamento dalla storia dei precedenti presidenti americani.

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