Bastone e carota nel negoziato afgano

Iniziato a Doha l'ottavo incontro tra Talebani e Americani. Mentre luglio segna un record di vittime civili e Trump torna a minacciare la guerra totale

di Emanuele Giordana

A poco tempo forse da un annuncio congiunto talebano-americano sul negoziato di pace, secondo uno schema ormai abbastanza usuale nel gioco a scacchi globale del presidente americano, Donald Trump è tornato venerdi proprio sul dossier Afghanistan alla vigilia dell’ottavo round negoziale iniziato sabato a Doha tra il rappresentante americano Zalmay Khalilzad e i Talebani. Dopo che in settimana il Washington Post aveva dato notizia dell’intenzione di ridurre i 15mila soldati Usa in terra afgana di 5-6mila unità – un assist per Khalilzad – Trump è tornato a spiegare che se non fosse per motivi umanitari la guerra in Afghanistan sarebbe vinta in un paio di giorni, forse quattro. Un’affermazione che non solo indispettisce i Talebani ma il governo e tutti gli afgani. Questa volta Trump ha fatto riferimento all’atomica: potremmo uccidere, ha detto, anche 10 milioni di persone ma “molti di loro sarebbero innocenti… non voglio farlo e non sto tra l’altro parlando di nucleare”.

Alternando bastone e carota la Casa Bianca cerca un risultato prima delle presidenziali afgane e per dimostrare che Trump sa come si gestisce il mondo ma non è affatto detto che la montagna di Doha partorisca quel che ci si aspetta da mesi: un accordo di pace che preveda anche un negoziato col governo di Kabul e un cessate il fuoco oltre a una tabella del ritiro. Khalilzad ha spiegato che gli americani si ritireranno solo in presenza di un piano di pace che accolga tutti i punti in agenda.

Aumentano a luglio le vittime civili

La guerra corre intanto e smentisce le previsioni ottimistiche di solo qualche giorno fa quando la missione Onu Unama aveva pubblicato il suo rapporto semestrale secondo cui da gennaio a giugno 2019, c’erano stati “solo” 1.366 morti e 2.446 feriti, con una diminuzione del 27% rispetto allo stesso periodo nel 2018 e il totale più basso del primo semestre dal 2012. Ieri però Unama ha pubblicato un altro dato secondo cui i risultati preliminari di luglio mostrano che oltre 1.500 civili sono stati uccisi e feriti, il numero più alto di qualsiasi mese del 2019 e il bilancio più alto in un solo mese da maggio 2017. Secondo l’Onu, il principale fattore trainante di luglio è stato un forte aumento delle vittime causato dagli antigovernativi. Al netto degli attentati dell’Isis e della sua cellula afgana, anche i talebani conoscono le regole del gioco negoziale: si molla da una parte ma si colpisce duro da un’altra. Quanto alla loro stima delle vittime, secondo i talebani, morti e feriti sono da imputare solo a governativi americani e Daesh. Non è comunque l’unica cattiva notizia.

Sempre ieri il ministero della Difesa afgano ha reagito con indignazione alla relazione dell’Ispettorato Usa per la ricostruzione in Afghanistan (Sigar) secondo cui il numero della truppa afgana è diminuito di quasi 42.000 unità rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso e di 50.277 rispetto al 2017: le forze di sicurezza afgane (Andsf) conterebbero 180.869 soldati nell’esercito nazionale (Ana) e 91.596 membri del personale di polizia (Anp). Per il ministero c’è invece una “presenza fisica” testata dal sistema biometrico della Difesa che nega “presenze fantasma”. Il clima è teso

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