Bolsonaro e la questione indigena

L'attacco frontale del Presidente brasiliano alle comunità

di Carlotta Zaccarelli

Medaglia al merito indigeno. È questo il riconoscimento conferito al presidente brasiliano lo scorso 15 marzo. Ad attribuirglielo per gli “importanti servizi altruistici a favore del benessere, della protezione e della difesa delle comunità indigene”, come si legge nella Gazzetta Ufficiale di Brasilia, è il Ministero della Giustizia e della Sicurezza pubblica. Con il Presidente e per gli stessi motivi, sono stati premiati anche altri 25 funzionari pubblici. Tra loro, la Ministra dell’Agricoltura e il Ministro della Sanità. L’evento ha causato l’immediata reazione dei popoli indigeni. L’Articolazione dei Popoli Indigeni del Brasile (APIB), che rappresenta una delle più forti voci indigene nel Paese, ha ribattezzato il premio solitamente conferito a studiosi e leader difensori dei diritti dei nativi come la “medaglia del genocidio indigeno”.

“L’indigenismo è una tradizione seria e non deve essere attribuita a coloro che non rispettano la nostra cultura e il nostro modo di vivere”, si legge nel comunicato del movimento, “Apib prenderà provvedimenti legali per annullare l’ordinanza del Ministero della Giustizia”. Questa è la seconda volta che l’Articolazione ricorre a mezzi giuridici contro Bolsonaro. La prima data agosto 2021: allora, l’Apib ha denunciato il Presidente brasiliano alla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità, genocidio ed ecocidio. Diverse organizzazioni internazionali le hanno dato man forte, sollevando uguali proteste al Tribunale dell’Aia. Le prove che suffragano le loro affermazioni non mancano.

Dal suo insediamento ufficiale nel gennaio 2019, Jair Bolsonaro ha dedicato gran parte della sua presidenza a smantellare il sistema di protezione formale e informale a tutela dei popoli indigeni con campagne mediatiche e istituzionali. Ha più volte paragonato i popoli originari ad animali la cui civilizzazione sarebbe possibile attraverso lo sviluppo del loro modo di vita. Tradotto: attraverso lo sfruttamento delle loro terre per agricoltura e allevamento industriali, estrazione mineraria, taglio di legname. Ha dimostrato ancora il suo disprezzo per le tradizioni indigene quando ha offerto ai nativi parte dei profitti che avrebbero potuto derivare da quelle attività. Ha sedotto il resto dei Brasiliani, con risultati incerti, dicendo che distruggere gli strumenti legali per la salvaguardia dei terreni indigeni avrebbe portato posti di lavoro e profitto per tutti. Ha poi davvero indebolito gli enti federali la cui missione è difendere i popoli indigeni tagliandone il budget e modificandone la composizione.

L’esempio principale è la Fondazione Nazionale per l’Indio (Funai), l’organo del Governo che si occupa di elaborare e implementare le politiche a sostegno degli indigeni. Tra i suoi compiti più importanti, la mappatura e la protezione delle terre delle comunità originarie e la prevenzione del loro sfruttamento dall’esterno. Bolsonaro ne ha trasferito le funzioni essenziali al Ministero dell’Agricoltura, roccaforte della cosiddetta “bancada ruralista” (il gruppo di imprenditori dell’agribusiness che supportano il Presidente nel Congresso), e ha insediato al vertice dell’istituto ormai esautorato persone di sua fiducia. Il risultato è stato un’accelerazione nel processo di disboscamento dell’Amazzonia nativa. È una minaccia che riguarda non solo i popoli originari contattati, ma anche quelli incontattati. Nel novembre scorso, alcune organizzazioni indigene brasiliane hanno denunciato il pericoloso sfruttamento delle terre dei Piripkura, invase dai tagliatori di alberi alla ricerca di spazi per l’allevamento intensivo. I territori erano intoccabili per legge. Ed era impossibile che le autorità non sapessero nulla, dal momento che nell’area disboscata è stata costruita una pista di atterraggio per velivoli.

Un caso ancora più fragrante della volontà di Bolsonaro e sostenitori di distruggere il patrimonio eco-antropologico delle comunità originarie è però quanto successo a gennaio. Un mese e mezzo fa, il Funai è rimasto coinvolto in uno scandalo. Alcuni suoi dipendenti hanno insabbiato le prove dell’esistenza di una comunità in modo che le terre in cui vive potessero essere concesse a imprenditori agricoli. Nonostante questo, Bolsonaro va avanti con la sua intenzione. L’ultima sua mossa è stata il tentativo di far passare con voto immediato una legge per aprire le terre dei popoli originari all’estrazione di materie prime. Gruppi ambientalisti, organizzazioni per i diritti, geologi e persino pubblici ministeri federali si sono espressi negativamente sulla legge, avvertendo che potrebbe condurre a provvedimenti ben più gravi. L’Ufficio del pubblico ministero incaricato dei casi indigeni ha dichiarato la proposta incostituzionale e affermato che potrebbe determinare la scomparsa di alcune comunità native dall’Amazzonia. Bolsonaro tira dritto, usando come giustificazione per la sua urgenza la guerra in Ucraina. La legge e le estrazioni servirebbero infatti a rifornire il Brasile di materiali per la sintesi dei fertilizzanti che mancano sul mercato internazionale a causa del conflitto nella regione del Mar Nero.

D’altronde, il Presidente brasiliano non sarebbe nuovo a usare crisi internazionali e non per avanzare la sua agenda di distruzione indigena. Alcuni lo accusano di aver lasciato correre il Covid-19 tra gli indigeni per sterminarli. L’accusa è pesante e ha bisogno di essere seriamente dimostrata. Un dato certo è però che, dal suo insediamento, ha sistematicamente ridotto il numero di presidi sanitari nelle aree indigene. I popoli originari hanno protestato più volte rispetto alla difficoltà ad accedere ai servizi medici, anche e soprattutto in tempo di pandemia. Al tempo della sua denuncia alla Corte Criminale Internazionale, Apib ha chiesto ai procuratori di investigare il comportamento di Bolsonaro in modo specifico nel periodo della pandemia e in quello successivo: allora si sarebbe manifestato più chiaramente il piano genocida della massima autorità di Brasilia.

Date le premesse, è chiaro perché gli indigeni considerino l’attribuzione della Medaglia al Merito indigeno a Bolsonaro come un insulto. Tanto più che il riconoscimento è stato attribuito anche alla Ministra dell’Agricoltura e al Ministro della Sanità. Dal mondo politico brasiliano, poche le voci di dissenso aperto. Solo il Partito Socialista fa sapere che il suo leader, Alessandro Molon, ha depositato un’istanza formale per il ritiro della medaglia al Presidente. Il resto del Congresso tace. Nel vuoto, risuona forte la voce indigena. E la sua richiesta di sostegno, apparentemente inascoltata.

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